mercoledì, 16 Giugno, 2021

Coronavirus, tutte le informazioni dell’Inps

0

Delle Agenzie dell’Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto
SUL SITO INPS DISPONIBILI I NUMERI DI TELEFONO
Nell’ambito delle prime misure adottate per arginare il rischio epidemiologico da Coronavirus, l’Istituto nazionale della previdenza sociale ha attivato i nuovi numeri telefonici per contattare gli uffici provinciali di Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto. I numeri, reperibili direttamente sul sito web dell’Ente di previdenza, sono stati espressamente predisposti per fornire informazioni e supporto agli utenti.

Coronavirus
COME UTILIZZARE AL MEGLIO IL TELELAVORO
Uno dei decreti attuativi del dl del 23 febbraio 2020 sulle misure urgenti cautelative per il Coronavirus permette alle imprese di applicare, con effetto immediato, lo smart working senza accordi bilaterali con i collaboratori. Ma le aziende italiane sono pronte ad applicare questa modalità di lavoro? “Molte aziende – ha dichiarato Joelle Gallesi, General Manager di Hunters Group all’Adnkronos – hanno optato per lo smart working per tutelare, come è giusto che sia, la salute di dipendenti, collaboratori e clienti. In realtà internazionali e/o innovative, questa prassi è stata adottata già parecchio tempo fa, ma per molte altre si tratta davvero di una novità. Che sia una pratica diffusa o una novità, comunque, ci sono una serie di azioni che permettono di trasformare questa esigenza in un’opportunità”.
“Anche per quelle aziende che non hanno mai sperimentato lo smart working – ha aggiunto Joelle Gallesi – questa potrebbe essere una bella occasione per attuare una modalità di lavoro più flessibile che, credo, caratterizzerà sempre di più i prossimi anni”. Ecco, quindi, i consigli di Hunters Group per l’ottimizzazione delle ore di lavoro in smart working.
Obiettivi chiari e scadenze precise. Prima di iniziare, è fondamentale aver chiari gli obiettivi a breve termine e concordare le scadenze per la consegna dei lavori che si dovranno gestire durante le ore di attività. Lo smart working è un metodo di lavoro che si misura in risultati, non in ore lavorate, per cui è importante avere delle ‘unità di misura’ condivise.
Attenzione ai mezzi di comunicazione. Stare in smart working non significa essere in isolamento: proprio come la collaborazione tra colleghi dislocati in diversi uffici, il lavoro agile richiede l’apertura alla comunicazione multicanale (skype, telefono, mail, chat aziendale…) e la reperibilità garantita negli orari lavorativi, esattamente come se si stesse alla propria postazione in ufficio.
Spazio fisico idoneo. Proprio come in ufficio, è importante costruire a casa propria o in un altro ambiente (co-working, coffee bar, albergo…) una soluzione logisticamente idonea all’espletamento della propria attività. Una seduta comoda, uno spazio per appoggiare il pc e nessuna distrazione acustica sono alcune delle condizioni necessarie per poter lavorare in serenità e concentrazione.
Gestione del tempo per raggiungere gli obiettivi condivisi con il proprio responsabile. Potrebbe rendersi utile la stesura di tutte le attività da svolgere in giornata. Non dimenticare che lo smart working permette l’incastro in agenda di impegni personali e attività professionali: tutto sta alla propria capacità di ottimizzare i tempi lavorati e bilanciarli con quelli tipicamente ‘di pausa’.
Lo smart working non è infinito. Sebbene il lavoro agile presupponga l’orientamento all’obiettivo piuttosto che all’orario, è importante ricordare che questo non implica la disponibilità senza limiti di orario: la flessibilità concessa ai collaboratori non deve essere persa per rispondere h24 alle richieste di clienti, fornitori, colleghi o capi. Non dimentichiamo che un lavoratore stanco subisce indiscutibilmente un calo della produttività.

Coronavirus
COME FUNZIONA L’ASSENZA DAL LAVORO
La repentina diffusione del contagio del coranavirus crea situazioni particolari anche nella gestione delle assenze dei lavoratori. Il decreto legge ‘Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19′, varato il 23 febbraio scorso dal governo – che assegna ai ministri ampi poteri di intervento straordinario per delimitare le potenziali possibilità di diffusione dei focolai – ha peraltro incrementato le occasioni in cui le attività lavorative possono essere particolarmente condizionate da interventi di pubbliche autorità. Il lavoratore in quarantena va retribuito? Ci si può assentare dal lavoro per timore di contagio? E cosa fare se vengono vietati gli spostamenti? A queste e ad altre domande risponde la Fondazione studi consulenti del lavoro in un approfondimento, ipotizzando alcune situazioni che potrebbero realizzarsi nel rapporto di lavoro nei territori interessati dal virus.
Secondo i consulenti del lavoro, nel caso di assenza a causa dell’ordine della pubblica autorità, che impedisce ai lavoratori di uscire di casa, si realizza la sopravvenuta impossibilità a recarsi al lavoro per cause indipendenti dalla volontà del lavoratore, che resterà, dunque, a casa ma con la retribuzione pagata.
In questi casi, è evidente che l’assenza del lavoratore non solo prescinde dalla sua volontà ma, anzi, è necessaria e dettata dal provvedimento d’ordine pubblico, finalizzato alla tutela della salute delle persone. È questa una delle fattispecie, evidenziano i consulenti, per le quali è stata richiesta l’emanazione di un provvedimento normativo che preveda la cassa integrazione ordinaria per queste tipologie di eventi.
Un’alternativa, laddove possibile, alla tipologia della prestazione lavorativa, spiegano i consulenti del lavoro, può essere rappresentata dalla convenzione di accordi di smart working, il ‘lavoro agile’ che, ai sensi della legge n. 81/2017, può essere svolto in remoto dal lavoratore subordinato, a prescindere dalla sua presenza presso il luogo di lavoro.

Normalmente non è richiesto alcun accordo sindacale, mentre è necessario almeno un accordo ‘one-to-one’, siglato fra azienda e lavoratore, e una comunicazione obbligatoria depositata dal datore di lavoro sul portale istituzionale del ministero del Lavoro. Grazie al dpcm emanato il 23 febbraio 2020 e relativo alle misure da adottare per contenere il contagio nei comuni delle regioni Lombardia e Veneto, non sarà necessario il preventivo accordo scritto fra le parti, ricordano i consulenti.
Tra le possibili misure di contrasto alla potenziale diffusione del virus rientrano anche le previsioni, ricordano i consulenti, tendenti a vietare l’accesso in un determinato comune o area geografica, nonché la sospensione delle attività lavorative per le imprese e/o la sospensione dell’espletamento delle attività lavorative per i lavoratori residenti nel comune o nell’area interessata, anche ove le stesse si svolgano fuori dal comune o dall’area indicata.

In questi casi, si legge nell’approfondimento dei professionisti, è di tutta evidenza l’assoluta indipendenza della impossibilità della prestazione lavorativa dalla volontà del lavoratore, essendo l’azienda stessa impedita dal provvedimento dell’autorità pubblica all’espletamento della normale attività produttiva. Risulta perciò evidente il permanere del diritto alla retribuzione pur in assenza dello svolgimento della prestazione, rendendosi doveroso anche in questa fattispecie il riconoscimento dell’accesso a trattamenti di Cig, come preannunciato dal ministro del Lavoro.

L’assenza per quarantena stabilita dai presìdi sanitari, rimarcano ancora i consulenti del lavoro, riguarda i lavoratori posti in osservazione, in quanto aventi sintomi riconducibili al virus. Questa ipotesi può comportare l’assenza da parte del lavoratore interessato. In tal caso, il Ccnl applicato, sottolineano i consulenti del lavoro, stabilisce le modalità di gestione dell’evento che, comunque, è assimilabile a tutti i casi di ricovero per altre patologie o interventi.

Non c’è dubbio che il lavoratore che non può essere presente sul luogo di lavoro in conseguenza dell’applicazione della misura della quarantena con sorveglianza attiva, perché ritenuto dall’autorità sanitaria (o comunque pubblica) ricompreso fra gli individui che hanno avuto contatti stretti con casi confermati di malattia infettiva diffusa, è da considerarsi sottoposto a trattamento ‘latu sensu’ sanitario e, pertanto, la sua assenza dovrà essere disciplinata secondo le previsioni, di legge e contrattuali, che riguardano l’assenza per malattia, con le conseguenti tutele per la salute e la garanzia del posto di lavoro.
Tra le misure di contenimento previste dal governo, ricordano i consulenti del lavoro, rientra l’obbligo da parte degli individui che hanno fatto ingresso in Italia da zona a rischio epidemiologico, come identificate dall’Oms, di comunicare tale circostanza al Dipartimento di prevenzione dell’azienda sanitaria competente per territorio, che provvede a comunicarlo all’autorità sanitaria competente per l’adozione della misura di permanenza domiciliare fiduciaria con sorveglianza attiva.
La decisione di adottare, nelle more della determinazione dell’autorità pubblica, un comportamento di quarantena ‘volontaria’, fondata sui predetti presupposti (o anche in ragione del contatto con soggetti ricadenti nelle condizioni previste), nei limiti dell’attesa della disposizione circa la misura concreta da adottare da parte dell’autorità pubblica, può rappresentare comunque un comportamento di oggettiva prudenza, rispondente alle prescrizioni della normativa d’urgenza, e disciplinato conseguentemente come per le astensioni dalla prestazione lavorativa obbligate dal provvedimento amministrativo.

Ma i consulenti del lavoro hanno approfondito anche il caso di assenza autodeterminata da parte di lavoratori che ritengono il fenomeno dell’epidemia sufficiente di per sé a giustificare l’assenza dal lavoro, pur non sussistendo provvedimenti di pubbliche autorità che impediscano la libera circolazione. Un’assenza determinata dal semplice “timore” di essere contagiati, senza che ricorra alcuno dei requisiti riconducibili alle fattispecie prescritte, non consente, dunque, concludono i consulenti del lavoro, di riconoscere la giustificazione della decisione e la legittimità del rifiuto della prestazione. In tal caso, si realizza l’assenza ingiustificata dal luogo di lavoro, situazione da cui possono scaturire provvedimenti disciplinari che possono portare pure al licenziamento.

 

Carlo Pareto

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply