martedì, 26 Ottobre, 2021

Covid-19: Intervista al virologo Giulio Tarro

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Nel momento in cui i casi di COVID-19, la sindrome causata dal Coronavirus, sono aumentati in Italia (anche se in modo non eccessivo), questa malattia sta assumendo, in tutto il mondo, le caratteristiche quasi di una pandemia, e, in Italia, la gente è quasi presa dal panico, di fronte alla gravità, e al forte impatto socio-economico delle misure di contenimento varate dal Governo Conte, l’ “Avanti!”, fedele alla sua concezione del giornalismo come servizio essenzialmente pubblico, capace veramente di aiutare i cittadini, ha voluto ascoltare un esperto di fama mondiale di questi temi. Il Prof. Giulio Tarro, Primario emerito dell’Azienda Ospedaliera “Domenico Cotugno” di Napoli, Chairman della Commissione sulle Biotecnologie della Virosfera del WABT – UNESCO (Parigi). in passato candidato al Nobel per la Medicina.

Prof- Tarro, a quasi 2 mesi dalla diffusione delle prime notizie ufficiali sul Coronavirus, possiamo finalmente dire con certezza da dove è partito, dove e quando si sono manifestati i primi casi di questa sindrome? In Cina (forse, addirittura già a novembre scorso), in Germania o dove altro?

Il 31 dicembre 2019 viene comunicato dalle autorità cinesi all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) un focolaio epidemico di polmonite in corso di diffusione nella città di Wuhan (11 milioni di abitanti). Il 7 gennaio 2020, gli studiosi cinesi sono in grado di identificare un nuovo coronavirus (2019-nCoV) come causa di questa epidemia.Dopo tre settimane dalla prima comunicazione all’OMS viene confermata la trasmissione interumana del virus. Nel giro di poche settimane vengono riportati nuovi casi in nazioni diverse in tutto il mondo e in tutti i continenti. Il 16 gennaio, ricercatori del Centro tedesco di Ricerca infettiva di Berlino sviluppano una nuova metodica di laboratorio per diagnosticare il nuovo coronavirus, e l’OMS ne pubblica le linee guida. Il 28 gennaio, i ricercatori del laboratorio di identificazione virale dell’Istituto australiano per l’infezione e l’immunità “Peter Doherty” di Melbourne dichiarano di aver cresciuto il nuovo virus in colture di tessuto dopo il suo isolamento dalla prima persona da loro diagnosticata con questa nuova infezione. Anche questa ricerca viene condivisa con l’OMS.

A suo giudizio, a cosa son stati dovuti i ritardi ed esitazioni iniziali dell’ OMS, che ha esitato alcuni giorni a definire i casi di Coronavirus una vera e propria epidemia? E’ un indice, in sostanza, della novità di questo virus, e di questo quadro clinico?

La nuova informazione epidemiologica si basa, spesso,solo su fake news. D’altra parte le iniziali di “Public health emergency of international concern”, o PHEIC, vengono pronunziate proprio “fake”! Questo rappresenta l’appellativo che è stato attribuito dall’OMS (World Health Organization, WHO) all’epidemia del nuovo coronavirus della città cinese di Wuhan, il 30 gennaio scorso. Essere in grado di identificare le sorgenti d’infezione rapidamente ed accuratamente presenta importanti implicazioni per proteggere l’ambiente e monitorare potenziali agenti patogeni. Il controllo appropriato delle infezioni virali dipenderà dalla giusta scelta delle norme sanitarie da parte delle autorità preposte e dalla regolamentazione di effettivi parametri virali: ciò permetterà lo sviluppo di sistemi di sorveglianza con cui monitorare e ridurre più efficacemente le malattie virali conosciute, e forse anche prevenire quelle emergenti.

E’ esatto dire che questo COVID- 19 è un “parente” del virus della SARS del 2003 (che, però, aveva un tasso di mortalità molto più alto, del 20% circa, anche se quello del Coronavirus sta aumentando)? Ma in definitiva, la sindrome da COVID- 19 è effettivamente una patologia nuova, oppure (non per minimizzare colpevolmente, è chiaro) si tratta semplicemente – come ipotizzato, giorni fa, ad esempio dalla Sua collega virologa Ilaria Capua – di un’influenza che attacca le vie respiratorie in modo più grave del solito (e con conseguenze, quindi, più letali per i pazienti anziani, defedati o malati cronici)? Non dimentichiamo che sempre in Italia, già nel 1969 apparve un’influenza denominata”cinese”, che fece migliaia di vittime…

La SARS, sindrome acuta respiratoria severa, è una forma unica di polmonite virale: al contrario di molte altre polmoniti virali, i sintomi respiratori delle alte vie sono in genere assenti nella SARS, sebbene tosse e difficoltà respiratoria si osservano nella maggior parte dei pazienti. Nella forma classica i pazienti presentano una malattia generica con febbre, occhi arrossati, mialgia, malessere e raffreddamento; possono accadere episodi di franca diarrea. La diagnosi di SARS dovrebbe essere sospettata in qualsiasi paziente con polmonite radiologicamente confermata per chiunque abbia fattori di rischio epidemiologico per la sindrome da coronavirus. Nel settembre 2012, un nuovo coronavirus umano è stato isolato in un paziente dell’Arabia del Sud con una malattia tipo SARS, caratterizzata da febbre, tosse e respiro ridotto. Il paziente è morto per la sindrome respiratoria ed un blocco renale. La sindrome respiratoria del Mediooriente è stata definita come MERS (Middle East Respiratory Syndrome).

Ma si può sperare che con l’arrivo (metà aprile?) della bella stagione, e soprattutto della temperatura più calda, questo virus inizi a scemare, non resistendo alle temperature maggiori? E se così è, questo, a Suo giudizio, potrebbe spiegare come mai in Africa e alcune zone dell’ Asia, sinora, i casi di COVID-19 son stati davvero pochi?

Le prospettive, a questo punto, dipendono dal comportamento epidemiologico tipo, prima della SARS: esaurendosi in estate e rimanendo una zoonosi nella provincia di origine, oppure dando luogo ad epidemie sporadiche come la MERS e l’influenza aviaria, relativamente per pochi individui; ovvero,infine, diventando una virosi respiratoria umana stagionale, come nel caso dell’ultimo virus influenzale del 2009 o degli altri coronavirus regionali meno aggressivi.

Mentre le misure di precauzione da osservare sono ormai note al pubblico, essendo continuamente diffuse dai mezzi di comunicazione, istituzionali anzitutto, parliamo delle terapie da adottare per guarire i malati di questa sindrome. Come si combatte adeguatamente il COVID-19? E’ sempre valido il principio che, trattandosi di un virus, gli antibiotici servono relativamente, cioè solo per prevenire infezioni più gravi, soprattutto delle vie respiratorie?

In attesa della preparazione di un vaccino specifico, che possa prevenire l’ulteriore diffusione di questo coronavirus COVID-19, prevista, secondo l’OMS, tra 18 mesi, bisogna tenere presente una terapia sintomatica e similare a quella dell’influenza stagionale, specialmente per i soggetti più anziani e con svariate patologie, che li rendono più sensibili al virus: diabetici, cardiopatici, broncopatici, ecc…
Gli antibiotici servono per le infezioni batteriche secondarie, mentre i cortisonici vengono sconsigliati. Infine, gli antivirali suggeriti vanno dall’Interferone alla Ribavirina, alla terapia antiHIV con Lopinavir/Ritonavir, per finire col nuovo prodotto Remdesivir, usato per l’Ebola. Ovviamente, come le gammaglobuline per il tetano, gli anticorpi del plasma dei soggetti guariti rappresentano un logico impiego per aiutare i pazienti più gravi.

Infine, Professore, non per fare complottismo gratuito, è chiaro, ma Lei cosa pensa di possibili manovre politiche delle grandi potenze, dietro la diffusione del coronavirus? In ogni caso, la sua diffusione sta causando danni enormi a varie economie nazionali, Cina e Italia in primo luogo….

Non c’è dubbio che il vantaggio di questa pandemia, che ha ridotto il boom economico della Cina ed ha affossato l’economia nazionale dell’Italia, va tutto, in primis, agli Stati Uniti: nei confronti anzitutto dei rivali cinesi che stavano espandendosi alla grande. Per l’Italia, si tratta di aver commesso un suicidio economico: perché, nel rendere nota per prima l’epidemia da coronavirus, l’Italia non si è allineata alle altre nazioni europee rivali, in particolare Francia e Germania, che, pur avendo lo stesso problema epidemiologico, si sono ben guardate dal comunicarlo pubblicamente. Direi che pensare ad un complotto vuole dire lasciar volare liberamente la mente senza prove.


Fabrizio Federici

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