venerdì, 16 Aprile, 2021

Covid e Servizio Sanitario Nazionale, un anno dopo

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Una premessa: tutto il mondo è rimasto completamente sorpreso dal Covid e ancora di più i Paesi cosiddetti “avanzati”. Essi (noi) non pensavano minimamente che una pandemia potesse interessarli per una sorta di complesso di superiorità se vuoi anche razzista (mancanza in apparenza
delle condizioni igienico-sanitarie che sono invece presenti in altre parti – si
pensi all’Africa).
In questo contesto, l’andamento e la diffusione del virus (e quindi della letalità e non solo, pensando agli strascichi che la malattia comporta anche in chi è guarito) in Italia (e anche in altri Paesi) da un lato hanno avuto molto a che fare con la casualità e dall’altro hanno dimostrato in Italia (e in
altri Paesi) l’inadeguatezza dei Servizi sociosanitari (pubblici, naturalmente, perché di privati per definizione non ne esistono) lasciati, in nome del liberismo senza regole (meno Stato e più mercato), alla deriva e senza progettualità e, ovviamente, programmazione.
Ciò ha anche determinato scandalosi (si sarebbe detto in altri tempi) ritardi e carenze negli approvvigionamenti perfino di materiali di uso comune perché è lampante come, fino ad ora, in mancanza di farmaci e vaccini, le uniche difese efficaci consistano nelle mascherine, nei disinfettanti
e nelle forme collettive di prevenzione quali il “distanziamento” o altro, come tutto sommato si usava ai tempi della peste del Manzoni e anche prima.
Se parlo di casualità è perché sono passate settimane o addirittura mesi tra il diffondersi del virus e il suo manifestarsi in modo esponenziale e in questo intervallo le persone hanno continuato a condurre la propria vita liberamente, inconsce di quanto stava accadendo. In Italia i primi casi furono accertati il 20 febbraio 2020 e chissà quante erano le persone già infettate, ‘“l’isolamento” partì dal 9 marzo e chissà in queste due settimane quante altre ne furono ulteriormente, considerato che in questo lasso di tempo molti governanti, amministratori pubblici e scienziati minimizzavano il rischio e invitavano la gente a non farsi spaventare e a non essere “prudenti”.
Solo la prima ecatombe di morti fece prevalere il buonsenso (e anche in questo caso non mancarono coloro che consideravano “esagerate” le restrizioni).
Nel frattempo, il Servizio Sanitario Nazionale, vittima di  legislazioni profondamente sbagliate prima e di colpevole incuria poi, trasformato in ventuno piccoli servizi sanitari regionali, ha mostrato, giova
ripeterlo, tutta la sua inadeguatezza.
Lo stesso linguaggio usato dai dilettanti allo sbaraglio, che dovrebbero governarlo ma non sanno come, lo dimostra. Lo spreco di parole come “eroi” nei confronti degli operatori sociosanitari e le patetiche manifestazioni di omaggio davanti agli ospedali evidenziano la superficialità di chi ha la responsabilità della tutela della salute pubblica. Gli “eroi” vengono riconosciuti tali perché protagonisti di imprese militari compiute “con sommo sprezzo del pericolo”. Noi non vogliamo “eroi”, ma persone professionalmente formate e aggiornate, consce che il servizio pubblico ha bisogno di motivazioni che vanno aldilà del mero “dovere” e per questo altrettanto adeguatamente retribuite, operanti in strutture pubbliche adeguatamente preparate e pronte all’emergenza.
Il Servizio Sanitario Nazionale (col corollario costituito dai servizi sociosanitari residenziali, diurni e ambulatoriali) è un Presidio della Tutela della Salute universale e come tale deve essere in grado di rispondere alla “normalità” ma anche e in modo particolare alle situazioni di emergenza in
grado di minacciare la salute di tutti i cittadini e, specialmente, di quelli più deboli e indifesi.
Per questo stupisce e lascia attoniti che a quasi un anno dall’inizio della pandemia niente sia stato fatto per riportarlo alla sua originaria vocazione attraverso una organica revisione legislativa e normativa che non interessa solo e strettamente il mondo della sanità ma anche quelli dell’istruzione e della formazione professionale, della ricerca scientifica e dell’industria collegata. A questa strategia, inevitabilmente di medio e lungo periodo, servirebbe quanto riceveremo in finanziamenti dall’Unione europea, della quale è pure auspicabile un ruolo più attivo nel rendere omogenea la legislazione sul diritto alla tutela della salute.
Per ora, invece, stiamo assistendo ad un’ininterrotta cronaca televisiva e stampata con continui scarichi di responsabilità tra Governo e Regioni (e non solo) e viceversa, da parte di chi dovrebbe invece operare alacremente per colmare le gravi insufficienze di cui è affetto il Servizio Sanitario Nazionale, sapendo che non esiste la bacchetta magica e tenendo bene a mente l’articolo 32 della Costituzione “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…”, che, in questo quadro, messo nel cassetto il falsamente ottimistico “andrà tutto bene”, può e deve costituire la stella polare di chi governa.

 

Roberto Buttura
già assessore alla Sanità della Regione del Veneto

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