venerdì, 7 Maggio, 2021

Craxi e il Socialismo tricolore

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Molto spesso nella sinistra italiana il tema della Patria è visto come un tabù. La vulgata marxista l’ ha sempre voluta accostare ai vari fascismi e nazionalismi.

Bettino Craxi fu eretico e rinnovatore anche in questo. Il grande statista, nel nome di Garibaldi, ha sempre cercato di conciliare i valori del Socialismo con gli interessi della Nazione.

Anche in politica estera, i governi Craxi si caratterizzarono per le scelte coraggiose volte a sollecitare e portare avanti il processo d’integrazione europea, cercando però sempre di mettere al primo posto gli interessi dell’Italia.

Anche il sostegno di Craxi agli Euromissili, che fu visto dai comunisti come un asservimento degli interessi italiani a quelli americani, in realtà con l’installazione a Comiso si rivelò un importante opportunità; essa poteva essere infatti l’occasione per far valere la voce dell’Italia nel campo delle relazioni internazionali.

Craxi ha sempre avuto a cuore gli interessi nazionali e strategici dell’Italia.

Il Socialismo tricolore integrato in un più ampio Socialismo mediterraneo

Craxi in politica estera mantenne sempre una linea autonoma e di grande attenzione verso alcune cause terzomondiste.

Fornì un convinto appoggio alla causa palestinese, intrecciando relazioni diplomatiche con l’OLP ed il suo leader, Yasser Arafat, di cui divenne amico personale, sostenendone le iniziative. Obiettivo dichiarato dell’amministrazione craxiana, era quello di fare dell’Italia una potenza regionale nell’area del Mar Mediterraneo e del Vicino Oriente.

La cosiddetta “Crisi di Sigonella” rappresentò forse l’episodio più noto a livello internazionale della politica estera craxiana. Il complesso e delicato caso diplomatico avvenne nell’ottobre del 1985, appunto nella base NATO di Sigonella, in Sicilia, quando si rischiò di sfociare in uno scontro armato tra VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) e Carabinieri di stanza all’aeroporto da una parte e gli uomini della Delta Force (reparto speciale delle forze armate statunitensi) dall’altra, all’indomani di una rottura politica, poi ricomposta, tra Craxi e il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, circa la sorte dei sequestratori della nave da crociera italiana Achille Lauro, che avevano ucciso Leon Klinghoffer, un passeggero disabile, statunitense ed ebreo. Craxi riteneva che i terroristi andassero processati sotto la giurisdizione italiana, e così avvenne.

La sovranità dell’Italia fu rispettata. Quella fu una delle poche pagine della nostra storia repubblicana dove gli interessi di Roma prevalsero su quelli di Washington.

L’Italia craxiana stipulò accordi con i governi della Jugoslavia e della Turchia; sostenne anche il Presidente della Somalia Mohammed Siad Barre, segretario del Partito Socialista Rivoluzionario Somalo e uomo chiave per gli interessi italiani nel Corno d’Africa.

Di altrettanto interesse strategico per l’Italia fu il sostegno a Ben Alì in Tunisia.

Nel novembre del 1987, la senescenza fisica e mentale di Habib Bourguiba, “padre della patria” tunisino, indusse la diplomazia francese a cercare di “teleguidare” un proprio candidato alla successione, ma ventiquattr’ore prima della mossa francese la successione di Bourghiba avvenne con l’avvento di Zine El-Abidine Ben Ali, il quale prese il potere mantenendolo per oltre 23 anni (fino al gennaio 2011, deposto dalle tristi e ben poco primaverili “rivoluzioni arabe”), il PSI offrì immediatamente a Ben Ali il necessario sostegno internazionale.

Grazie al PSI di Craxi non solo si riuscì ad allontanare il fondamentalismo islamico dalla regione, ma si sostenne un leader laico e socialista volto alla modernizzazione del paese magrebino. L’Italia craxiana allargava così la sua sfera d’influenza nel Mediterraneo. Un altro successo del Socialismo Tricolore.

Dieci anni dopo, le memorie dell’ammiraglio Fulvio Martini, allora capo del Sismi, rivelarono che non solo si era avuto il prematuro e concordato riconoscimento internazionale italiano del nuovo governo tunisino, ma addirittura la scelta del nuovo Presidente “bruciando sul tempo” il candidato di Parigi.

L’Italia ha sempre visto la Libia, e i socialismi arabi in genere, come validi alleati, per ricostruire una strategia mediterranea valida come alternativa ai due blocchi della Guerra Fredda. Risulta quindi naturale che anche gli esecutivi Craxi proseguirono in quella direzione.

Difatti, all’epoca del bombardamento statunitense contro Tripoli, avvenuto il 14 aprile del 1986, Craxi condannò duramente l’alleato americano. E quando si trattò di rispondere ai missili libici inviati per ritorsione contro la base militare di Lampedusa, non fece assolutamente nulla. Dimostrando chiaramente come gli interessi Nazionali venissero prima di qualunque alleato straniero. Tuttavia, la stampa di allora criticò aspramente l’accaduto, avrebbero preferito vedere Craxi al fianco degli americani.

Oltre venti anni dopo è emersa una diversa descrizione dei fatti, secondo cui Craxi avvertì preventivamente Gheddafi dell’imminente attacco statunitense su Tripoli, consentendogli in tal modo di salvarsi la vita.

Si tratta di una ricostruzione conforme con le note posizioni del governo italiano che considerava la dura ritorsione statunitense, scaturita dalla politica libica d’aperto appoggio al terrorismo internazionale, come un atto improprio che non doveva coinvolgere come base di partenza dell’attacco il suolo italiano. Tale versione è coerente anche con alcune ricostruzioni dei missili su Lampedusa, segnatamente quella secondo cui i missili sarebbero stati un espediente per coprire “l’amico italiano” agli occhi degli statunitensi: lo dimostrerebbe la scarsa capacità offensiva di penetrazione dei missili libici, che per altro sarebbero caduti in mare senza cagionare alcun danno.

L’avvento del Craxismo e di un Socialismo che conciliava capitale e lavoro

L’arrivo di Craxi al potere del Partito Socialista coincise con l’ascesa della classe media, fatta di impiegati e liberi professionisti, dove il benessere sembrava alla portata di tutti, e dove le idee dei “partiti dogmatici” (PCI-DC) si stavano oramai ridimensionando. Fu il primo a comprendere il cambiamento in atto nel paese. Il Socialismo per Craxi non aveva nulla a che vedere con la natura totalitaria, religiosa e “messianica” che ne dava Gramsci e Lenin. Esso doveva essere piuttosto antidogmatico e riformista, democratico e pluralista, umanista e patriottico. Craxi aveva costruito un Socialismo che meglio si adattava alle democrazie dell’Europa occidentale, un Socialismo come lui stesso definiva “adatto ai tempi moderni”.

Obbiettivo iniziale fu quello di svecchiare la classe politica interna al PSI, eccessivamente ancorata alla cultura massimalista e veteromarxista, rinnovando la comunicazione di Partito col fine di acquisire consensi fra la piccola e media borghesia. L’obiettivo era farsi strada fra i due partiti “Chiesa” del PCI e della DC, per rinnovare la proposta autonomista e riformista in Italia.

Il Compromesso Storico fra Moro e Berlinguer fu uno degli anatemi al quale Craxi guardò sempre con ostilità. L’accordo fra PCI e DC avrebbe infatti escluso il PSI da qualunque esecutivo, o per lo meno, lo avrebbe reso subalterno ai due.

Craxi aprì agli uomini dell’Industria e della Televisione, capendo che da quest’ultimi avrebbe potuto ricavare maggior vantaggio politico. Tutta la politica del Socialismo craxiano fu perennemente volta ad affrancarsi dall’ombra del Partito Comunista.

Il non voler abbandonare la visione ottocentesca e l’incapacità di non guardare al passato di Enrico Berlinguer, fu una delle concause del successo politico di Craxi. Il PCI da allora perse per sempre il “treno del riformismo” , e persino dopo il crollo del Muro di Berlino non abbraccerà mai fino in fondo l’identità socialdemocratica.

Craxi negli anni ‘80 dovette affrontare una forte inflazione e le bolle speculative venute da oltre oceano. Bettino Craxi non solo resse l’urto, ma con il PSI al governo riuscirà ad accrescere enormemente il potere d’acquisto degli italiani e il PIL nazionale, facendo dell’Italia la quarta potenza economica mondiale, davanti persino al Regno Unito, alla Francia e alla Germania Ovest.

Le politiche neoliberiste arrivarono in Italia un decennio più tardi rispetto agli Usa e al Regno Unito. Questo per via della forte opposizione del PSI di Craxi e della volontà dello stesso di mantenere viva e attiva l’economia mista di mercato, la quale aveva contribuito a garantire il “miracolo” economico al Paese.

Craxi fu anche fra i primi a comprendere la natura fortemente limitante e restrittiva dei parametri europei di Maastricht verso l’economia italiana, la quale col limite del 3% di spesa pubblica si vide privare del forte strumento del moltiplicatore keynesiano, atto ad aiutare nei periodi di deflazione e di decrescita.

Ministri socialisti come Rino Formica, difesero a spada tratta gli interessi nazionali da quelli finanziari. La lotta aspra con la sinistra DC, capeggiata da Andreatta, De Mita e Ciampi, fu totale. Era chiaro che una corretta applicazione della politica riformista non poteva escludere gli interessi sociali e nazionali, o peggio, non poteva coincidere con la svendita dell’IRI e dello SME, né poteva avallare la privatizzazione della Banca d’Italia, rendendo così la politica economica del Paese ininfluente e vulnerabile.

Va anche detto che il Socialismo tricolore di Craxi non si opponeva all’idea di privatizzazione in sé, ma solo a quelle ritenute da lui dannose per gli interessi dello Stato; in particolar modo nel settore chimico ed energetico, dove con l’aiuto della destra democristiana cercò sempre di salvaguardare.

 

Craxi prese un partito del 9% e lo rese parte integrante del sistema di governo del Paese. Il PSI con lui funse da “ago della bilancia” per gran parte delle compagini governative degli anni 80’. L’accordo fra laici e cattolici puntava proprio ad escludere i comunisti dalle componenti dei possibili esecutivi.

Bettino Craxi ebbe anche il merito di far guardare a se stesso, più che al Partito, la figura su cui ci si poteva fidare. Anticipando in questo modo il leaderismo italiano di decenni. La differenza rispetto ad oggi consiste però nel fatto che il leader politico da lui incarnato era al servizio di una grande idea riformista, una grande visione del Mondo. Oggi, purtroppo, assistiamo invece ad un “leaderismo” spogliato delle idee, al servizio di meri slogan demagogici volti solo esclusivamente alla propria affermazione personale.

Conclusione

L’orrendo golpe giudiziario, perpetrato a danno dei socialisti, aprì la strada negli anni 90’ alle privatizzazioni selvagge e al monetarismo neo-lib di matrice anglosassone. La finanza finì per prendere il posto della politica; e moralizzatori e demagoghi sostituirono i grandi statisti cattolici e socialisti del passato. Finì la cosiddetta “Prima Repubblica”, e con essa l’economia mista di mercato e l’esperimento craxiano del Socialismo tricolore.

Alla luce di questi fatti, è possibile dunque operare una sintesi tra Patria e giustizia sociale, senza cadere nella trappola della stantia contrapposizione fascismo-antifascismo? Sì, se si osserva la storia italiana da una prospettiva che vada oltre il Novecento, per ritrovare nel pensiero socialista le radici di un’idea che non ha mai finito di offrire speranza.

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Riguardo l'Autore

Luca Fiore

Nato a Torino, ma di origini romane. Socialista e umanista da sempre. Ufficiale Commissario del Corpo Militare della Croce Rossa. Orgogliosamente collaboratore e redattore de l' Avanti.

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