lunedì, 17 Maggio, 2021

Craxi, il craxismo e il nodo Craxi

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Prima di addentrarmi nella complessa discussione sul “Nodo Craxi”, è d’obbligo sottolineare la portata del rapporto simbiotico tra Craxi e la Politica e tracciarne lo spessore.
Per Bettino la politica fu una passione ed una esperienza totalizzante, la sua ragione di vita. Esplicite alcune sue parole in proposito: “In cima a tutto c’è l’obiettivo politico”. “La politica è sintesi di tanti mestieri”. “L’imperativo categorico del politico è vincere”. “La politica è lotta per affermare ciò in cui si crede”.
Bettino aveva dentro di sé quel cristianesimo rivoluzionario e visionario, che lo rendeva accattivante e seducente; possedeva una straordinaria vivacità intellettuale, una insolita fertilità concettuale e progettuale, una coinvolgente padronanza verbale e gestuale, una intelligenza lucida, acuta, analitica e pragmatica, un’autorevolezza innata che ne faceva indiscutibilmente un leader. Schietto, combattivo, coraggioso e generoso, sensibile ed intuitivo, ambizioso e sicuro di sé, rapido nei ragionamenti e nelle decisioni, puntava al nocciolo delle questioni in un connubio perfetto tra pensiero ed azione. Il suo profilo si stagliava alto ed imponente, da ispirare fiducia e rispetto al primo impatto.
Queste doti gli permisero in breve tempo di occupare ruoli amministrativi ed istituzionali di prestigio: fu Segretario Nazionale del Psi e Presidente del Consiglio.
La storia del Psi nel dopoguerra si divide in due fasi ben distinte: la prima, frontista, di totale soggezione al Pci; la seconda, autonomista, annunciata nel 1957 nel Congresso di Venezia, che conduce i socialisti al governo con la formula del centrosinistra. Craxi deve considerarsi a pieno titolo nella cultura autonomista, pur interpretandola in modo nuovo ed originale. Affacciandosi alla scena politica, ribalta tutto, è fuori dalle righe, dagli schemi. È un uomo nuovo, che parla un linguaggio nuovo, che vagheggia nuove prospettive per il popolo italiano e nuovi orizzonti per il Partito e per l’Italia. Recuperando il patrimonio della socialdemocrazia europea nella pratica politica, monopolizza una risorsa politica che in Italia non era mai stata sviluppata prima di lui. Il suo Liberalsocialismo è finalizzato alla costruzione di un centro riformatore, i cui valori fossero la moralizzazione delle responsabilità ed un’economia di mercato che si differenziasse dallo statalismo assistenziale. Un Liberalsocialismo Democratico che persegue l’autogoverno inteso come immediata possibilità di realizzare progetti contro l’ostracismo burocratico e gli ostacoli centralistici: uno Stato dei cittadini, dove “meriti e bisogni” trovino pieno riconoscimento.
Per Craxi “la politica deve riguardare i cittadini, e i cittadini devono poterla leggere e fruirne con facilità”. Più che all’ideologia ( che rimane pur sempre liberalsocialista, filtrata però dalla sua persona), egli si affida alla pratica, alla realtà, un po’ come “i padri fondatori”, che, nell’azione di lotta, espressero il meglio di sé. La sua politica è priva di utopie, è dinamica, movimentista, determinata a seppellire “il grigiore” e l’ immobilismo cattocomunista ancorato alla sua posizione di potere a danno del Paese. Craxi riesce a riprodurre, a parti invertite, il processo storico che aveva portato, nell’ immediato dopoguerra, il Pci a diventare il punto di riferimento della Sinistra Italiana a scapito del Psi, rompendo così l’intesa tra cattolici e comunisti, sulla quale si era determinato il “compromesso storico” e si era costruito lo schema bipolare Dc-Pci. Il nuovo corso rompe questo “equilibrio”, incrinando la tendenza egemonica del Pci in quegli anni al culmine, recuperando la destra di Almirante al gioco politico, aprendo nuovi spazi di aggregazione intellettuale, sociale e politica alla “società civile”. Viene valorizzata la figura di Garibaldi, come esempio di amor patrio e di lotta per la libertà; è rivalutato Proudhon, teorico del sistema socialista-libertario, noto come “mutualismo”. Ci si adopera per la modernizzazione della macchina pubblica e per favorire l’iniziativa privata, soprattutto della media e piccola impresa per il riscatto del “made in Italy”. Un rinascimento economico, politico e culturale si affaccia in Italia: l’obiettivo di Craxi è elevare il Paese a modello di sviluppo e di innovazione. In questa ottica gli valgono l’aver irrobustito il Psi da Segretario del Partito, la Presidenza del Consiglio, l’aver affidato al Psi il ruolo strategico di “ago della bilancia” negli equilibri di governo e nelle “corvees” della politica per la garanzia della stabilità governativa dell’Italia, i buoni rapporti internazionali, l’empatia con la gente, che si sentiva interpretata e corrisposta. Craxi lavora sodo, infaticabile e determinato, con una capacità di decisione e di indipendenza dagli ostruzionismi del Transatlantico da spiazzare la scena. Il suo governo avvia le riforme istituzionali, sconfigge il terrorismo interno, rivede gli accordi tra Stato e Chiesa; abbatte l’ inflazione dal 16% al 4,5%, grazie alla sconfitta di una cultura massimalista dura a morire.
La sua è un’Italia che vede crescere l’occupazione, che vede aumentare il valore reale dei salari, che vede salire la fiducia dei cittadini nel futuro. È l’Italia che si batte e allarga la CEE, l’Italia dei G7, protagonista dei processi di pace e di superamento delle disuguaglianze e delle povertà; l’Italia della lotta contro la tirannide nel mondo, nella costante difesa della libertà dei popoli; è presenza stimolatrice e determinante nei progetti di cooperazione a favore del Terzo Mondo.
Bettino Craxi è concretamente l’artefice del rinnovamento di cui aveva bisogno l’Italia, compressa e repressa da anni di conservatorismo Dc-Pci: rinnovamento che porta una ventata di freschezza nella politica italiana, provocando un terremoto nella “palude” culturale e politica del Paese.
Però non tutto va a buon fine! Non tutte le riforme istituzionali da lui anticipate si compiono! Non per colpa del decisionismo craxiano, o dell’arroganza di Bettino, come alcuni denigratori sostengono. Ancora oggi, è bene sottolinearlo, le riforme istituzionali rappresentano il punto di ingorgo del sistema costituzionale e di quello politico, influendo negativamente sulla salute del Paese.
C’è da dire anche che la scelta di Bettino Craxi di privilegiare, rispetto al disegno della “Grande Riforma”, la “governabilità” imposta dall’esigenza di mantenere saldi gli equilibri nazionali ed internazionali esposti ai giochi di potere in quegli anni, fu segno, da parte sua, di grande senso di responsabilità verso il proprio Paese e verso le “buone cause” intraprese nel mondo. La sua fu una grande rinuncia, non una “defaillance”, come invece si tende a giudicare.
La strada della “governabilità” gli consentì di velocizzare lo sviluppo economico, promuovendo una grande espansione produttiva con il sorpasso, da parte nostra, dell’Inghilterra dal 7° al 6° posto nella scala mondiale delle potenze economiche; è ridimensionata l’inflazione, risanato l’assetto finanziario delle imprese; viene risolta la conflittualità sindacale; non si ricorre più allo scandaloso esercizio provvisorio del bilancio perché si riesce ad approvare nei termini la legge finanziaria. Si vince con più del 54% dei NO il referendum abrogativo del decreto sulla scala mobile, varato dal governo Craxi nel febbraio del 1984, noto con il nome di “Decreto di S. Valentino”, per contenere l’inflazione congelando tre punti della scala mobile. Il premier socialista procede per la sua strada, sicuro di operare per il bene della collettività e dell’Italia, tant’è che, agli inizi degli anni ’90, di fronte ai primi segnali di “accerchiamento” e di “isolamento”, non se ne cura. Insieme a Forlani, chiusi nel famoso camper, ridisegna la mappa del potere, senza capire il senso di quello che fu definito “il vento dell’89”, anno della caduta del Muro di Berlino.
Non si capisce come un uomo che, sulla sensibilità e sulla lucidità mentale, sulla lungimiranza, sulla capacità di interpretare i tempi, sull’essere in sintonia con le attese del proprio paese aveva costruito la sua era e la sua politica, avesse in qualche modo smarrito la sua forza, la sua capacità di lettura inequivocabile degli eventi. Certamente incisero la solitudine, la stanchezza, la malattia, ma anche i tradimenti, le incomprensioni, gli odi e le inimicizie che, ormai, lo stavano “agguantando”.
La ferocia, con cui ci si accanì contro di lui, non ha precedenti. Fra i massimi leader della Prima Repubblica, l’unico a pagare fu Bettino Craxi: un dramma unico nel panorama degli Stati Occidentali. La sua “eliminazione” fu frutto di una convergenza di intenti da parte dei partiti a lui avversi (i comunisti in primis),da una certa magistratura ed una certa stampa. Non si escludono ingerenze politiche internazionali e di certi settori dell’alta finanza internazionale.
Da alcuni anni si va facendo sempre più pressante l’esigenza di una lettura più serena ed obiettiva del nostro passato più prossimo e, quindi, del nostro inquieto presente. Gli anni di Craxi, vissuti da protagonista, meritano un approfondimento da portare avanti con onestà intellettuale; meritano una riflessione scevra da furori ideologici, sostenuta dalla consapevolezza che Tangentopoli rottamò una parte e protesse l’altra del sistema del malaffare esercitato da tutti i partiti.
Personalmente non ritengo si debba riproporre il “Caso Craxi” ad una interpretazione meramente umanitaria, sollecitata dal ricordo delle sue sofferenze fisiche e morali, che pur non vanno sottovalutate né dimenticate: sarebbe riduttivo! Né va condivisa la tesi, secondo la quale Craxi e la Prima Repubblica rappresentano il peggio della vita pubblica del nostro Paese: sarebbe ingiusto e riprovevole!
Craxi, essendo stato protagonista del suo tempo, è sovraesposto nel bene e nel male. Nel primo caso per la modernizzazione dell’Italia, per la politica di incentivi agli investimenti, per la lotta alla disoccupazione e molto altro di cui ho già parlato, per i quali mostrò sensibilità accentuata ed intuizioni felici; nel secondo caso per la corruzione dilagante che aveva raggiunto punte insostenibili circa il costo della politica.
Perciò, premesso che Craxi ha permesso alla politica italiana di attraversare un momento particolare di successo (secondo alcuni), e controverso (secondo altri), dobbiamo capire quali siano stati, dal punto di vista storico, i caratteri propri di tale frangente e quale sia l’eredità che ne è derivata. I tempi sono maturi per tracciarne un bilancio! Urgono, a questo punto, alcune domande: Che cosa hanno rappresentato Craxi ed il Craxismo nella storia politica italiana repubblicana? Quale impatto e quali conseguenze hanno prodotto sulla cultura politica del nostro Paese? Sappiamo che porre tale questione potrebbe apparire una provocazione, perché c’è il rischio di scivolare in una polemica denigratoria da una parte, o di avviare una pietosa rivalutazione dall’altra: inutili entrambe per la comprensione di quegli anni!
Certo, sulla figura di Bettino le discussioni sono ancora controverse, in parte ancora intrise di rancori ed odi, che suggellano sulla sua persona il simbolo del malaffare; ed il Craxismo, sinonimo di potere, letto come mondo di cinismo, di affarismo e di corruzione. Argomenti di una campagna di mistificazione e strumentalizzazione messa in atto, per spazzare via qualcuno e qualcosa diventati ingombranti. Non bisogna dimenticare che ” l’avversario” fu criminalizzato con il più classico dei mezzi, nonché il più efficace, quello della “indegnità morale”, una costante comunista. Berlinguer sollevò la “questione morale”, condannando con questa espressione l’invadenza e l’occupazione delle istituzioni da parte dei partiti, in cui era incluso anche il suo. Ma furono il pentapartito a polverizzarsi e Bettino Craxi ad essere sacrificato.
La sua ombra continua ad aleggiare sulla scena italiana in attesa di trovare la sua giusta connotazione. Sullo sfondo rimane il “nodo Craxi” non ancora risolto sul piano dell’interpretazione storica.
Mi chiedo che effetto fa alla coscienza civile di questo Paese l’aver scaricato solo su Craxi, capro espiatorio di una complessa vicenda, tutte le responsabilità di una intera stagione politica e di una intera classe dirigente. Mi chiedo come si possa ancora tralasciare il problema della “doppia morale” di Tangentopoli! Non si può più rimandare il tempo di una revisione dell’intera vicenda alla luce della “verità”. Non può definirsi civile un paese che nega il proprio passato, senza analizzarlo fino in fondo. Bisogna uscire dal “limbo” in cui sono nascosti i misteri, le trame, e fare chiarezza. Bisogna ripristinare il legame sociale che è l’anima delle nazioni, proprio della dimensione etica e comunitaria dell’individuo, che va dalla difesa nazionale alla solidarietà sociale implicando l’identità civile e morale di un popolo, di una nazione. In Bettino e nella sua politica tale legame fu così forte da illuminare sempre la sue scelte e le sue azioni.
Penso, infine, che se il “Paese” si sottrae all’obbligo della “verità”, spetta a noi socialisti incalzare il corso ed il ricorso ad essa, senza sostituirci a chi è deputato alla trascrizione storica dei fatti.
A noi preme liberare Bettino ed il suo tempo dal “limbo” in cui sono stati relegati, per rendergli giustizia, per ridare ossigeno alla politica e lustro all’Italia. La patria e la salvaguardia della sua dignità e del suo prestigio per Craxi non hanno mai avuto un’accezione retorica. Esse si accompagnano alla “statura” di chi le rappresenta. L’Italia di Bettino conquistò una dimensione nazionale ed internazionale di rilievo, iscrivendosi nell’agenda mondiale come Grande Nazione, Paese Sovrano, e non più come “territorio strategico”. Fu quinta potenza al mondo!
Questo fu Craxi, questo il suo Socialismo Democratico, che hanno affascinato me ed una stagione di miei coetanei e non. Su questa “magia” abbiamo impostato la nostra vita e le nostre scelte. “L’onda lunga” non si è infranta, spumeggia nei nostri cuori; parte dalla bianca tomba di Bettino ad Hammamet, cullata dal mare, e ci raggiunge ricordandoci che il Socialismo non è una dottrina, è una scelta di vita. Perciò non muore mai.
Craxi non si sottrasse a questa magia, a questa scelta. Anzi ne fu il più attraente ed efficace interprete.
“Bettino, ad tuam perpetuam memoriam!”

 

Francesca Frisano

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