domenica, 26 Settembre, 2021

Crociata di Grillo contro i giornalisti. Il prof. Marconi: «l’antidoto è un’informazione più approfondita»

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Grillo-giornalisti via

Ha la “cacciata” facile Beppe Grillo. Dopo i suoi parlamentari adesso tocca ai giornalisti definiti «gossippari e pennivendoli». “Fuori dai palazzi” sbraita il leader dei 5 Stelle. In un post sul suo blog si legge, infatti, che «il Parlamento è il luogo più sacro, di una sacralità profana, della Repubblica Italiana, ma è sconsacrato ogni secondo, ogni minuto, frequentato impunemente, spesso senza segni di riconoscimento, da folle di gossipari e pennivendoli dei quotidiani alla ricerca della parola sbagliata, del titolo scandalistico, del sussurro captato dietro a una porta chiusa». Per questa ragione, secondo il comico genovese, «all’ingresso di Montecitorio e di Palazzo Madama» andrebbe «posto un cartello “No gossip. Il Parlamento non è un bordello”». Un atteggiamento dispotico che rappresenta «una scorrettezza nei confronti della stampa e dei giornalisti che, però, non può considerarsi come tentativo di limitazione della libertà di informazione sancita dall’articolo 21», afferma all’Avanti! il costituzionalista Augusto Barbera che sottolinea come, in Italia, rispetto a questa problematica, «ci siano problemi ben più importanti come la proprietà dei mezzi di informazione». Una tesi alla quale fa eco l’opinione del professor Pio Marconi, ordinario di Sociologia del diritto presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza, che rimarca come «la libertà di manifestazione del pensiero preveda anche la  possibilità di criticare i giornalisti: su quest’aspetto non possono esserci eccezioni di tipo giuridico».

Professor Marconi, siamo di fronte all’ennesimo attacco di Grillo nei confronti dei giornalisti. Questa volta invita a cacciarli dal Parlamento. Alcuni ipotizzano la violazione dell’articolo 21 della Costituzione. È d’accordo?

No, non sono affatto d’accordo. La libertà di manifestazione del pensiero preveda anche possibilità di criticare i giornalisti: su quest’aspetto non possono esserci eccezioni di tipo giuridico. Ribadito questo concetto fondamentale, è necessario valutare di volta in volta se la critica all’atteggiamento della stampa è giustificata o meno. Spesso da parte di Grillo ci sono troni esasperati, a limite dell’offesa, un atteggiamento che non approvo. Ma, neanche possiamo dire che tutto va bene nel mondo della stampa italiana.

In che senso?

Innanzitutto penso al fatto che la carta stampata nel nostro Paese è, in genere, schierata ed è difficile trovare testate politicamente indipendenti in Italia. Inoltre, esiste un rapporto troppo stretto tra stampa e industria e questo stato di cose rappresenta una ferita proprio nei confronti della libertà di informazione.

Abbiamo anche un sistema pubblico di informazione abbastanza sviluppato. Non è così?  

 Anche da questo punto di vista riscontro delle anomalie. Esistono troppi telegiornali di Stato e, sinceramente, mi sembra eccessivo: capisco averne uno, ma 3 sono davvero un surplus ingiustificato. Se lo Stato pubblicasse una sorta di quotidiano lo definiremmo come il simbolo di una carenza democratica, non capisco perché 3 telegiornali non debbano essere considerati alla stessa maniera: capisco la necessità di dare un certo punto di vista, un’informazione “essenziale” che, magari, la stampa di mercato non può dare. Ma, l’eccesso in senso opposto non è giustificabile: basti pensare a quanti giornalisti sono stipendiati dallo Stato attraverso la Rai, una sproporzione rispetto al numero totale dei giornalisti.

Da un lato parla di stretto legame dell’editoria con l’industria, dall’altro di presenza dell’ Stato. Non è una contraddizione visto che lo Stato permette a molte realtà editoriali di esistere?

In realtà il difetto è nella legislazione: abbiamo delle leggi antitrust, ma nell’ambito dell’anti-trust bisognerebbe disporre che l’impresa di natura industriale non possa possedere o entrare nel circuito dell’informazione perché ne altera l’indipendenza. L’editore deve essere un editore puro.

Sappiamo, però, che proprio la disponibilità di fondi e risorse  provenienti da altre attività industriali permettono alle imprese editoriali di sopravvivere.

C’è la pubblicità e tante altre forme di sostentamento che si possono trovare per permettere alla stampa di esistere e, nello stesso tempo, di essere indipendente. Inoltre, in Italia, si tende ad enfatizzare il ruolo della carta stampata non capendo che il futuro è online. Il vostro giornale, Avanti!, non consuma gli alberi, va solo su internet. Si deve capire che questo è il modello, oggi l’informazione va online e bisogna uscire dall’idea che il finanziamento debba essere destinato solo alla carta stampata tradizionale. Per favorire l’articolo 21 della Carta Costituzionale si deve porre l’accento anche su un altro aspetto fondamentale che, troppo spesso, si dimentica: l’accesso all’informazione.  Il mondo moderno diventa democratico non soltanto garantendo l’emissione, ma la ricezione di messaggi. È un fatto gravissimo per la nostra democrazia che si sia rimasti indietro dal punto di vista dell’accesso. Mi riferisco all’assenza di connessione che ci vede agli ultimi posti in Europa così come al fatto che ai cittadini italiani non sia stata garantita la commissione veloce. La verità è che, retorica a parte, manca l’educazione informatica. Se si vuole un sistema di informazione libera si deve alfabetizzare la popolazione ai nuovi strumenti e alle modalità di fruizione, in questo modo, si favorisce anche un nuovo giornalismo. Il vero problema italiano è che il bisogno del supporto pubblico ai giornali deriva dal fatto che i lettori sono pochissimi rispetto agli altri paesi democratici. Si deve favorire la partecipazione proprio per rispondere alle sfide della democrazia elettronica. Si risponde alla spinta di Grillo verso l’informazione elettronica non limitandola, ma facendone di più e più approfondita.

Roberto Capocelli

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