domenica, 16 Maggio, 2021

Crollo Rublo, il prezzo di Ucraina e Crimea

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Crollo-RubloÈ stato un risveglio da incubo per l’economia russa. Nonostante la Banca Centrale russa abbia tentato di salvare la propria valuta portando i tassi di interesse dal 10,5 al 17%, il rublo ha registrato un tonfo da record. Appena un sussulto e la moneta russa è tornata a precipitare verso nuovi minimi assoluti:  addirittura precipitando a quota 100 per un euro, prima di risalire intorno a quota 90. Dall’inizio del 2014 si è svalutato di più del 50%. Il 1 gennaio 2014 un dollaro Usa valeva 32,66 rubli, oggi 66. Ieri, in un giorno, ha perso il 10% del suo valore contro il dollaro Usa.

Eppure si prospettava da settimane e addirittura qualche giorno fa Mosca iniziava la corsa agli sportelli, l’inflazione ha spinto i russi a prelevare cash per scambiare rubli in dollari oppure comprare prodotti di prima necessità ora, prima che i prezzi di cibo e altri beni primari salissero ancora.

L’economia russa, è risaputo, va a braccetto con il prezzo del petrolio, la precipitosa caduta del rublo negli ultimi due mesi è infatti quasi parallela a quella del prezzo del barile. Petrolio e gas, infatti, rappresentano i due terzi delle esportazioni e ben la metà delle entrate dello Stato. Per un’economia basata sul petrolio non è difficile stimare le mancate entrate dalle esportazioni di greggio e gas (il cui prezzo viene calcolato in base a quello petrolifero). E siccome la Russia non offre praticamente nient’altro che possa interessare i mercati esteri, le sue prospettive vengono valutate negativamente dagli investitori.

Ma il crollo dell’economia russa è soprattutto un crollo politico, non va dimenticato, infatti, che a favorire il galoppo dell’inflazione non poco ha contribuito la cancelleria di Mosca e l’isolamento diplomatico. Tutto è iniziato con la crisi ucraina e l’annessione della Crimea che di fatto portato a delle sanzioni finanziarie alle quali Mosca non sembra in grado di reggere a lungo. Con le sanzioni di fatto la Russia ha rinunciato a quasi tutti i suoi partner commerciali, non solo gli Usa e l’Ue ma anche Giappone, Norvegia e Canada. Le restrizioni hanno contribuito così a ridurre al minimo le possibilità di credito dall’estero per aziende e oligarchi russi. Un solo esempio di quanto l’America detti legge nell’economia globale è il caso di Exxon che su pressione del governo Obama ha abbandonato la colossale e storica joint venture con il colosso di Stato russo Rosneft per l’esplorazione energetica dell’Artico. Anche la Gazprom ha dovuto allinearsi alle direttive di Putin, rinunciando al progetto d’investimento di South Stream (costato caro anche agli europei).

Le sanzioni occidentali, vanno però a toccare un nervo scoperto dell’economia russa: la sua scarsa capacità produttiva in campo agricolo, alimentare e manifatturiero. La sua dipendenza dalle importazioni, infatti, supera il 51% con punte dell’80 in settori chiave come quello dell’elettronica, della componentistica, delle tecnologie industriali. Non va dimenticato che la Russia dipendeva di fatto, dal punto di vista alimentare, dal grano ucraino, ma dopo la guerra civile ucraina, Kiev ha perso la Crimea, ma Mosca ha perso la sua riserva di grano. Tanto che il governo ha dovuto ricorrere alle riserve strategiche di grano saraceno, prudentemente messe da parte nei silos di Stato.

Eppure Putin ha sempre negato la crisi, tanto che la colpa della caduta del rublo è stata addossata agli “speculatori”. Nel suo undicesimo messaggio alla nazione, il presidente ha proposto un’amnistia per chi riporta i soldi, ma nello stesso tempo dice che la Banca Centrale e gli organismi di vigilanza devono punire chi specula contro il rublo. Inoltre il presidente russo ha firmato la finanziaria per il 2015 che si basava sulla previsione del prezzo medio per l’anno prossimo a 95$. Appena dieci giorni fa il ministero dello Sviluppo economico ha ammesso che la Russia poteva entrare in recessione, stimandola al 0,8% e contando che il peggio sarebbe passato già per la metà del 2015.

Il primo vice governatore della banca centrale russa, Serghiei Shvetsov, ha definito «critica» la situazione del rublo, che oggi ha continuato a perdere terreno su euro e dollaro nonostante la decisione di lunedì di Mosca di aumentare il tasso di riferimento dal 10,5% al 17%. “Quello che sta succedendo ora – ha detto Serghiei Shvetsov – non si poteva neanche immaginare in un incubo un anno fa. Nei prossimi giorni penso che la situazione sarà paragonabile al periodo più difficile del 2008”.

Eppure il vento di crisi era stato già sentito tanto che sulla scia del metodo cinese di prevenzione: per allentare la dipendenza dalla finanza americana, la Russia ha iniziato a vendere da mesi le sue cospicue scorte di buoni del Tesoro Usa per comprare e ammassare fisicamente nei suoi caveau camionate di lingotti d’oro. Una corsa all’acquisto in attesa di tempi ancora più duri, che ha fatto triplicare in pochi mesi le riserve aurifere nazionali, con un picco record di 55 tonnellate d’oro acquistate in meno di una settimana.

Maria Teresa Olivieri

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