martedì, 15 Giugno, 2021

Valentino Notari, da cosplayer di fama internazionale a scrittore

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Sarà capitato anche a voi di vedere in giro per strada, in autobus o sul metrò, qualche volta anche in tv, strane figure che sembrano uscite da un set cinematografico o da un fumetto o da un cartone animato. Ai frequentatori dei più importanti saloni dei comics è capitato e capita molto spesso perché stiamo parlando dei cosplayer, di quella vasta tribù di fan sfegatati che ama mascherarsi per assomigliare il più possibile al personaggio, all’eroe dei propri sogni.
Una di questi è diventata, a sua volta, un personaggio letterario: «Mi chiamo Alice e trascorro buona parte del mio tempo libero a cucire costumi, costruire armature, acconciare parrucche, tutto per quelle poche e speciali giornate in cui posso trasformarmi nei personaggi dei fumetti, cartoni animati, film e videogiochi che amo. Perché? Il motivo è semplice: il cosiddetto “mondo reale” mi è sempre andato stretto».
Inizia così “Cosplay Girl” di Valentino Notari (Roma, 1987), cosplayer di fama mondiale che da anni partecipa alle più importanti competizioni italiane e internazionali. “Cosplay Girl”, che uscirà il 30 marzo edito da Mondadori nella collana Chrysalide, è il suo esordio letterario, ed è anche il primo romanzo italiano ambientato nel mondo dei cosplayer.
Il libro racconta la storia di una ragazza di nome Alice (con tante scuse a Lewis Carroll?), che fin da bambina era considerata quella strana, che non si era mai sentita al posto giusto e che divorava di nascosto decine di romanzi e fumetti ambientati in mondi fantastici, sognando di volare via su un’astronave verso una galassia lontanissima o di ricevere una letterina per una scuola di magia e stregoneria, che è come rinata dopo aver incontrato il mondo del cosplay. Ma che scoprirà che realizzare i propri sogni è sempre un percorso a ostacoli.
Cosplay è un neologismo nato intorno alla metà degli anni Settanta dalla fusione di due parole inglesi: “costume”, che non ha bisogno di traduzioni, e “play”, qui usata nel doppio significato di giocare e di recitare, interpretare, e indica (precisa Oxford Languages) un passatempo consistente nel travestirsi da personaggi di videogiochi, fumetti, cartoni animati (all’inizio quasi esclusivamente giapponesi), film o letteratura fantasy, per ritrovarsi in occasioni pubbliche come raduni, convegni, festival, oppure semplicemente con altri appassionati.
Il cosplay è, da anni, un fenomeno globale che coinvolge appassionati di tutte le età e abbiamo colto l’occasione dell’uscita del suo libro per parlarne con Valentino Notari.

 

Da quanti anni sei un cosplayer?

 

«Da ben diciotto anni!».

Come hai iniziato e perché?

«Ho iniziato grazie alla mia passione per Star Wars, che mi ha portato a unirmi a uno dei numerosi fan club. Il mio primo Romics l’ho vissuto così, vestito da Obi-Wan Kenobi assieme ad altri appassionati. Non sapevo neanche che ciò che stavo facendo si chiamasse “cosplay”, ma dopo quell’esperienza ho scoperto un mondo che mi ha stregato e che ormai fa parte di me da così tanto tempo che non saprei immaginare la mia vita senza».

 

Quanto impegna costruirsi il costume da soli?

«Parecchio, soprattutto quando si tratta di outfit particolarmente elaborati. Per costumi più semplici ci può volere anche poco tempo, ma per alcuni progetti ho impiegato mesi interi. Ci tengo a precisare che non è necessario fare tutto da sé per poter essere cosplayer, esistono decine di siti specializzati che vendono tutto, dai vestiti alle parrucche agli accessori, e non c’è niente di male ad acquistarli e divertirsi semplicemente a indossare i panni dei personaggi che si amano. L’unico caso in cui è obbligatoria l’autoproduzione è quando si desidera partecipare alle competizioni internazionali, dove è un requisito fondamentale del regolamento».

 

Qual è il personaggio che ti piace interpretare?

«Sono un cosplayer a cui piace spaziare molto, quindi non ho un personaggio preferito in assoluto. Diciamo che vado un po’ a periodi, ma uno dei miei costumi che mi diverte molto indossare è quello di Junkrat del videogame Overwatch, perché mi permette di giocare tanto con le espressioni del viso e pose più particolari. Ultimamente, mi sto cimentando anche con personaggi femminili, come ad esempio V, la protagonista di Cyberpunk 2077, e Ymir, una delle eroine principali dell’anime L’Attacco dei Giganti. Si tratta di una sfida enorme a livello di make-up e interpretazione e mi sta regalando molte soddisfazioni».

 

Quali sono le manifestazioni più importanti del mondo, a quali hai partecipato e quanti premi hai vinto?

«La principale è senz’altro il World Cosplay Summit, un evento che si tiene ogni anno in Giappone, e vede la partecipazione di squadre di due cosplayer provenienti da oltre quaranta paesi. Per accedervi, bisogna vincere una gara di qualificazione che da noi è organizzata dal Romics. Io l’ho vinta nel 2015 assieme alla mia compagna, Daisy, e l’anno successivo abbiamo avuto l’onore di rappresentare l’Italia al campionato del mondo con un’esibizione tratta da Pokèmon Conquest. Oltre al WCS, esistono numerose altre competizioni a livello sia europeo che globale, come l’Eurocosplay in Inghilterra, dove ho avuto modo di gareggiare nel 2014, o l’European Cosplay Gathering in Francia».

 

Come è cambiato (se è cambiato) il mondo del cosplay in questi ultimi anni?

«Agli inizi, il cosplay era un hobby profondamente di nicchia. A praticarlo erano pochissime persone e veniva visto come qualcosa di infantile e non adatto agli adulti. Anche se oggi non mancano posizioni del genere, il fenomeno si è ingrandito a dismisura e conta centinaia di migliaia di appassionati, che affollano le fiere del fumetto di tutto il mondo. Esistono cosplayer che sono riusciti a fare della loro passione un vero e proprio lavoro e l’attenzione mediatica verso il nostro mondo è aumentata parecchio, grazie anche all’esplosione avuta dalla cultura pop nell’ultimo decennio. Quando ero bambino, nessuno immaginava che un giorno avremo visto un film di supereroi battere ogni record d’incassi come accaduto due anni fa con Avengers: Endgame».

 

“Cosplay Girl” è tutta opera di fantasia oppure ti sei ispirato a persone che hai conosciuto, a fatti realmente accaduti? Visto l’argomento, quanto è autobiografico?

«La storia è di fantasia, ma gli elementi autobiografici non mancano. Tra me e Alice ci sono molti punti in comune, a cominciare da un comune passato di bullismo e autolesionismo. Sono molte le persone che si avvicinano al mondo del cosplay in cerca di un posto sicuro in cui poter esprimere la propria creatività e le proprie passioni senza essere giudicate, ed è un qualcosa che volevo assolutamente inserire nel romanzo. Altri aspetti del libro, mi sono stati ispirati dal mio lavoro con Emergency, che nel 2019 mi ha portato a trascorrere un mese tra i paesini terremotati delle montagne abruzzesi, che mi sono rimasti nel cuore al punto da diventare il luogo di origine della mia protagonista. E’ un tema a cui tengo molto, perché il romanzo racconta di fratture che si sanano, di ferite che guariscono, e questi strappi si intersecano a più riprese con le crepe che attraversano le macerie della casa in cui Alice è nata e cresciuta, ma soprattutto con quelle che si porta dentro».

 

Le maschere sono antiche quanto l’uomo: mi vengono in mente quelle di Carnevale o della Commedia dell’Arte. Ma ci si maschera per ritrovar se stessi o per perdersi definitivamente?

«Ci si maschera per mostrarsi al mondo in una veste che ci renda audaci, che ci faccia sentire noi stessi. L’accostamento col Carnevale viene fatto spesso, ma il cosplay ne è in un certo qual modo l’esatto opposto: si indossa un costume non per nascondersi, ma per farsi vedere. Per dire: “Guardatemi, ci sono anch’io!”
Alice trova nel cosplay il coraggio di mostrare il proprio corpo, di cui si vergognava profondamente, e cerca nei personaggi che interpreta la forza di volontà per superare le proprie paure e insicurezze. Il costume diventa come uno scudo, ma trasparente: protegge e allo stesso tempo filtra lo sguardo di chi osserva attraverso una lente caleidoscopica. Un po’ come un filtro di Instagram».

 

Antonio Salvatore Sassu
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