martedì, 15 Giugno, 2021

Danimarca, legge contro migranti dei socialdemocratici

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Mentre in Italia i magistrati mettono sotto accusa l’ex Ministro degli Interni (poi scagionato dal Giudice per le indagini preliminari) per aver trattenuto su una nave senza farli sbarcare migranti clandestini, in Danimarca il Governo, a guida socialdemocratica, fa approvare dal Parlamento una legge che sostanzialmente vieta loro di entrare nel Paese e che rimette l’esame delle loro domande di asilo a Paesi terzi. Sembra quasi un controsenso che la Danimarca, nota da tempo per il suo welfare molto sviluppato, con asili gratis e servizi perfettamente strutturati sulle esigenze dei cittadini, adotti un provvedimento che chiude la porta agli ingressi indesiderati anche se provenienti da persone perseguitate nei loro territori di provenienza. Ma la cosa ancora più sorprendente è che questa normativa sia stata realizzata da un Governo di sinistra. Del resto la Premier danese Mette Frederiksen non è certo la prima, nell’ambito progressista europeo ad andare in questa direzione. In Svezia, il Governo socialdemocratico sta percorrendo la stessa logica mentre in Spagna il socialista Pedro Sanchez non ci ha pensato due volte a mandare l’esercito a Ceuta per respingere i profughi marocchini. E così mentre i Paesi del patto di Visegrad, Ungheria in testa, costruiscono muri e rifiutano la ridistribuzione dei migranti, l’Unione Europea è sempre più in difficoltà ad attuare quella politica di solidarietà che dovrebbe fare parte dei suoi valori fondativi. Perché ormai ogni Stato sembra pensare, a questo riguardo, solo al proprio interesse. L’Italia però, in questa situazione, è quella che sta peggio dovendo fronteggiare da una parte l’ondata di arrivi dalle coste africane, dall’altra quella proveniente dalla rotta balcanica. Il Premier Mario Draghi ha opportunamente sollevato la questione non sede europea ma non si intravedono ancora soluzioni concrete per modificare il trattato di Dublino né, a parte la buona volontà di alcuni Stati, di risolvere il problema di un ricollocamento paritario dei migranti. Allora non rimane che rimboccarsi le maniche da soli. Così ha fatto nei giorni scorsi la Ministra dell’Interno Luciana Lamorgese che si è recata in Tunisia dove ha raggiunto un accordo sui rimpatri dei clandestini arrivati dalle coste tunisine e su più efficaci mezzi di controllo per fermare i trafficanti e bloccare le partenze. Così ha fatto la nostra Ministra dell’Interno incontrando in Slovenia l’omologo Ales Hojs per fare ripartire le pattuglie miste che, aiutate da droni e visori notturni, intercetteranno i gruppi di migranti provenienti dalla rotta balcanica. Pattuglie che erano state disattivate a causa della pandemia da coronavirus. Questo in attesa dell’esito del ricorso presentato contro la sentenza di quel giudice che aveva dichiarato illegittimo la riammissione in Slovenia di un pachistano che aveva clandestinamente varcato il confine. Ma l’eco della legge restrittiva approvata in Danimarca rende necessario un salto di qualità sul modo con cui nell’Unione Europea vengono affrontate le questioni legate al fenomeno migratorio. Non è più il tempo di dichiarazioni di principio che lasciano il tempo che trovano e che non mutano l’attuale insostenibile situazione di figli e figliastri e in cui il nostro Paese rischia di essere il più penalizzato. Ne va della stessa credibilità dell’Unione Europea: non basta risolvere il problema delle previsioni di bilancio e del Recovery fund. È indispensabile dotarsi di una politica comune anche nei confronti delle migrazioni e del diritto di asilo.

Alessandro Perelli

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