venerdì, 18 Giugno, 2021

Dante e l’identità della nazione: il sommo italiano

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La celebrazione della memoria del Sommo Poeta, vertice della letteratura italiana, è ascrivibile alla fede laica e democratica germogliata nell’Europa dell’Ottocento, così come nel 1966 l’illustre filologo Carlo Dionisotti ebbe a rammentare in occasione del 700° anniversario della nascita di Durante di Alighiero degli Alighieri. Oggi, mentre il Paese celebra in Italia e nel mondo i sette secoli trascorsi dalla sua scomparsa, è d’uopo riconoscere che Dante che in verità è stato oggetto di vigorosi processi di interpretazione e rilettura, così come è stato spesso vittima, come Dionisotti con amarezza rimarcava, di letture strumentali e distorsive nell’arco temporale che va dal primo al secondo dopoguerra.

 

La figura di Dante

Un interessante e agile volume edito da Carocci nel marzo 2021 dello storico Fulvio Conti, già autore di ‘Breve Storia dello Stato sociale’, coadiuva il lettore a individuare gli invisibili fili dei discorsi dottrinari costruiti intorno alla figura di Dante nella Storia d’Italia. Si tratta di testo frutto delle più recenti evoluzioni degli studi culturali: ovvero comprendere come le risorse letterarie, testuali e simboliche abbiano contribuito a sviluppare una narrazione politica o teologica e come questa sottenda ad un ordito tessuto della mentalità stessa dei soggetti produttori.
È noto quanto il Poeta fiorentino abbia giocato un ruolo chiave nella costruzione dell’identità italiana. La toponomastica urbana, le scuole intitolategli, gli omonimi Istituti internazionali – proiezione culturale italiana nel mondo – i coni numismatici e le emissioni filateliche sono palpabili e indelebili testimonianze dell’importanza del sommo poeta per il processo di autorappresentazione dello Stato. Del resto è noto, grazie alle osservazioni di George Mosse e di Eric Hobsbawm, storici di chiara fama, che nella costruzione dello Stato nazionale il ruolo dei simboli, delle liturgie, delle figure pedagogiche è essenziale; queste animano, educano, parlano ai cuori e plasmano le menti del popolo.

 

Il ruolo di Ugo Foscolo

Tra i grandi letterati italiani fu senza dubbio Ugo Foscolo a donare al Paese l’immagine del Dante intellettuale impegnato, poeta militante che pagò con l’esilio la fedeltà ai suoi ideali. Foscolo, attraverso una lettura autenticamente laica, lo immortalava come “altissimo signor del sommo canto” mentre augurava le peggiori pene ai denigratori del “ghibellin fuggiasco” che auspicava la fine dell’ingerenza religiosa nella sfera pubblica. Giuseppe Mazzini si spinse oltre: per il grande rivoluzionario del Risorgimento italiano gli scritti di Dante erano ricolmi di “luminosi pensieri d’unione e di pace” e già si intravedeva nella sua opera la patria che non era una delle singole realtà municipali della Penisola, ma l’Italia nel suo complesso. Quelli di Mazzini erano scritti giovanili, che lo storico pugliese Gaetano Salvemini individuò come fonti imprescindibili per la mentalità dell’eroe del Risorgimento, in quanto vedeva riflessi nell’immagine del poeta rinascimentale i propri ideali patriottici. Anche George Byron, influenzato dall’amore per la contessa Teresa Gamba Guiccioli e dalle idee politiche suo padre Ruggiero, non esitò ad impugnare la penna e ad attribuire a Dante il ruolo di profeta delle sciagure che avrebbero colpito l’Italia nei secoli a causa delle storture sistemiche che il fiorentino già ravvisava nel Trecento.

 

Ravenna irrinunciabile luogo di pellegrinaggio

Ravenna divenne l’irrinunciabile luogo di pellegrinaggio del Grand Tour, dei rampolli dei ceti colti d’Europa. Il figlio dello scienziato Adré-Marie Ampère, lo scrittore Jean Jacques, pubblicò nel 1839 sulla Revue des Deux Mondes un volume dal titolo ‘Voyage dantesque’ nel quale indicò Ravenna come città melanconica per eccellenza, poiché tomba sia del Poeta che dell’Impero romano. Di fronte all’urna con i resti di dante Apère si sentiva al cospetto dell’altare “santificato dalle reliquie d’un martire”. E tale in effetti era Dante.
Politici e nuova classe colta compresero prima e talvolta in contrapposizione alla chiusura di parte del vecchio mondo accademico – che desiderava iniziative raccolte e sobrie – quanto il potenziale dell’immagine stessa di Dante potesse trasmettere all’Italia riunificata attraverso la celebrazione popolare. L’occasione fu colta nel 1865, seicentenario della nascita del poeta con una mediazione tra feste dantesche e iniziative più colte. Tre furono i giorni di celebrazione, dal 14 al 16 maggio nella Firenze temporanea capitale prima della liberazione di Roma. Nella città di Dante confluirono migliaia di persone da tutta Italia: i dialetti piemontesi si unirono ai romagnoli, i meridionali ai veneti, i lombardi ai romani una festa di popolo insieme a dante celebrava l’Italia riunita. Poco dopo iniziarono a sorgere in Europa e nelle Americhe le prime società dantesche. Il 14 settembre 1865 nacque la società dantesca tedesca a Dresda, con il patrocinio di Giovanni di Sassonia e l’impegno del giurista Karl Witte. In verità si trattava più di un’ufficializzazione formale perché già il compositore perugino Francesco Morlacchi trasferitosi nella città sassone nel 1810 riferiva che un gruppo di estimatori del poeta si riuniva settimanalmente, ogni martedì, per dedicarsi alle letture delle sue opere. Seguì la fondazione della Oxford Dante Society, nel 1876.

 

Il fascino dell’opera dantesca

Già qualche anno prima della nascita della Dante society of America nel 1880, il fascino dell’opera dantesca aveva toccato le corde dell’anima artistica russa: Tchaikovsky nel 1877 e Rachmanionov nel 1898 composero l’uno una sinfonia e il secondo un’opera lirica, sul toccante episodio dell’amore clandestino di Francesca da Rimini e Paolo Malatesta. Nell’ispirazione i due grandi compositori seguirono le orme di Gioacchino Rossini, che già nel turbolento 1848 aveva composto un motivo per celebrare l’amore tra Paolo e Francesca.
Nell’accademia italiana post-unitaria il ruolo di specifici studi danteschi assunse ben presto un valore culturale particolare. Fu il filosofo progressista e repubblicano Giovanni Bovio, come ben segnala Filvio Conti, a battersi per l’istituzione di cattedre di studi danteschi con una missione politica ben dichiarata: divulgare lo spirito dello stato laico nelle università.
Dell’ampio progetto che prevedeva originariamente una cattedra in ogni università italiana ne emerse solo una, nell’Università di Roma istituita con la legge del 3 luglio 1887. L’importanza della cattedra in Sapienza era dunque il perno di un progetto molto più vasto, teso a riequilibrare le egemonie culturali nel Paese.
Il potenziale pedagogico dantesco e al contempo la compatibilità della commedia con narrazioni brevi e segmentate non sfuggì al cinema. Fu in questo momento che dante divenne patrimonio di massa, attraverso un mezzo di comunicazione d’avanguardia. La prima rappresentazione di un’opera dantesca sul grande schermo fu il “L’Inferno”, prodotta dalla Milano Films e proiettata per la prima volta il 22 marzo 1911. Si trattava di una produzione dai costi assai elevati che finì per essere censurato nella sua parte finale a causa della ripresa del monumento dedicato a Dante nella Trento austriaca che destava sentimenti irredentisti. Non fu invece censurata la più umile pellicola della Helios Film di Velletri, nonostante la proiezione di qualche nudità. La ragione politica era dunque tenuta in ben più alta considerazione, rispetto a qualche lamentela moralistica per qualche scena vagamente libertina. Sempre nel 1911 la Helios film produsse anche “il Purgatorio” e la Psiche Film di Albano produsse nel 1912 “Il Paradiso”: Dante aveva conquistato la pellicola.

 

Dante e i fascisti

Fu il modello fascista a stravolgere l’immagine del sommo poeta nel tentativo di piegarlo ai propositi di uno Stato nuovo che cercava una conciliazione con la religione e si poneva propositi di egemonia che ribaltavano e stravolgevano i valori dell’irredentismo trasformandoli in pungolo di dominio. Già nel 1921 i fascisti con una parodica “marcia su Ravenna” generarono un clima da guerriglia. Come segnalato da Conti, nel silenzio del “Corriere”, furono il comitato dantesco e la “Civiltà Cattolica” a dare notizia di scontri feroci. I fascisti avevano infatti assaltato le sedi dei partiti di sinistra e le Camere del lavoro e aperto il fuoco contro i socialisti.
Ai socialisti e dal gennaio del 1921 anche ai comunisti non sfuggì l’importanza di una lotta culturale che sottraesse Dante al progetto egemonico fascista e cattolico. Dante per la stampa socialista era il paladino dei diritti del popolo e l’apostolo di giustizia. Più meditata la posizione del giornale “Ordine Nuovo” che faceva notare come in effetti il poeta fiorentino era stato trasformato a seconda dei casi in un chierico o in un comandante ma che la realtà era in esilio, ed era morto. La retorica fascista ebbe la meglio e ne fece l’italiano di sangue e di stirpe, piegato alla retorica e all’auto-narrazione del regime razzista.
Il giovane Piero Gobetti, penna e martire laico del socialismo liberale, comprese chiaramente quanto ampia fosse la portata dell’operazione teorica di Dante, che oltre ad aver introiettato l’idea classica dell’Italia, aveva dato forma al principio di Stato come realtà superiore di organizzazione dei cittadini, ovvero come immanenza liberale contrapposta alla trascendenza teocratica. Per Gobetti Dante dunque contribuiva in maniera determinante allo sviluppo dell’idea di autorità civile, in un più completo liberalismo emancipato dalle ingerenze confessionali. In tal senso il Poeta apriva la via a Machiavelli e ben si comprendeva dunque quanto un certo conservatorismo abbia operato tra il fascismo a condurre entrambi il fiorentino all’abside, privandolo dello slancio laico reificato nella ragione e nella sovranità dello Stato. In effetti la tesi di Gobetti è confermata da Amedeo Quondam il quale ribadisce come Dante è e resterà la nuova Italia della libertà e dell’unità laica, civile e operosa.

 

Un percorso pop per Dante

Dal secondo dopoguerra si aprirà anche un percorso pop per Dante, oggetto dei fumetti capolavoro della Walt Disney e di diversi manga giapponesi, fino alla presenza capillare sul piccolo schermo e alle recitazioni suggestive di Roberto Benigni. Negli ultimi anni si consolida sempre più l’immagine di un Dante democratico e progressista, un poeta dall’alto valore morale che funge con il suo luminoso esempio a contaltare della decadenza etica e ideale del Paese. In tale direzione si muove il pamphlet “Ahi serva Italia”, pubblicato nel 2006 da Paolo Sylos Labini per i tipi di Laterza.
Infine, in una situazione del tutto imprevedibile di crisi pandemica, oggi Dante è evocato a unire il Paese in un abbraccio ideale, supportato dal virtuale.

 

Benedetto Ligorio
Sapienza Università di Roma

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