domenica, 19 Settembre, 2021

Dare di più a molti per salvare mercato e democrazia

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«Il primo maggio è come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d’ordine che si scambia fra quanti si interessano al proprio miglioramento»

La Rivendicazione, rivista anarchica italiana, Forlì 

 

E’ con queste parole gli operai italiani festeggiano la ratifica della festività del 1° Maggio, è il 26 aprile 1890, da allora molto è cambiato e molto sta ancora cambiando.

 

Italia: Il mondo del lavoro

 

Oggi in Italia ci sono 22 milioni e 839 mila cittadini, uomini e donne che con la loro energia mantengono 36 milioni e 802 mila cittadini lavorativamente inattivi. 

I numeri sono corretti, ed è così che nella Repubblica fondata sul lavoro i lavoratori “attivi” sono la minoranza. A questo bisogna aggiungere i costi legati al debito pubblico e gli interessi generati dallo stesso, oltre al dover sopperire alle inefficienze del sistema. 

Al netto di bambini, sempre meno, e pensionati, sempre avendo la fortuna di arrivare alla “veneranda età da pensione”, sono 13,5 milioni i potenziali lavoratori oggi in attivi. Questi restano a casa perché sfiduciati da un Paese che non gli permette di lavorare con dignità. Capitale umano sprecato, persone che nel peggiore dei casi saranno depresse, sfiduciate ed incapaci di dare un senso alla propria esistenza terrena ed un valore aggiunto alla comunità territoriale e nazionale.

Anche da un punto di vista contrattuale la situazione è molto variegata. Secondo quanto riportato dall’Istat a dicembre 2020, 15 milioni e 194 mila italiani lavorano con contratto a tempo indeterminato. 2 milioni e 591 mila, invece, sono i lavoratori dipendenti a tempo determinato. Non ultimo gli indipendenti, specialmente partite Iva, che al 2020 erano calcolati in 5 milioni e 54 mila.

 

Ma il sol dell’avvenire ?

 

Caduto il muro e la distopia comunista, che poco aveva a che fare con il socialismo reale, si è immaginata un’economia di mercato, consumista e capitalista, che potesse generare continuamente capitale, profitto e beni di consumo; se non per tutti, almeno per molti.

Agli inizi del 2000 era forte la tendenza individualista, a discapito del benessere collettivo.

Molte di queste premesse si sono dimostrate errate. A farne le spese i poveri, l’ambiente e le future generazioni. 

Oggi i tempi nuovi sembrano lontani dal venire. I lavoratori sono sfiduciati, i sindacati sono inefficienti, le parti sociali assenti. Il Covid ha messo in ginocchio la libera iniziativa, ed una ripresa chiara non è stata ancora descritta.

Nell’attesa di un messianico aiuto da una classe dirigente incapace – un non senso logico-, sono pochi sono coloro che si preoccupano del proprio o altrui miglioramento. Ancor meno solo coloro che si spendono per una coscienza di “classe”, secondaria rispetto alle luci della ribalta, ai soldi facili, al “meglio non essere al posto di quello” o “prima io e poi gli altri”. Tutto questo è frutto dell’american way of life all’italiana, un misto di provincialismo, clientelismo ed arroganza che ripropone le logiche manzoniane di Don Rodrigo, la sua corte ed i bravi. 

A nulla è servita la scuola pubblica. La stessa, invece di creare una comunità cooperativa, ha creato una generazione di individualisti.

 

Che fare in Italia? 

Il lavoro da fare sulla società italiana è lungo e difficile, ma non impossibile per chi abbia idee chiare e voglia di rimboccarsi le maniche.

Il presente, invece, richiede azioni immediate e forti.

 

Rovesciare la piramide salariale.

Oggi un dipendente medio, oltre a guadagnare poco, è tassato con un’aliquota del 27%. Troppo per investire, spendere, mettere da parte e immaginare una famiglia. 

Diventa necessario tassare il reddito dipendente in maniera progressiva ossia chiedere di più a chi riceve di più, lasciando di più a chi riceve di meno.

 

Incentivare i lavori manuali.

Non può esistere una società di soli lavoratori intellettuali ed è per questo motivo che in Nord Europa o in Australia i lavori manuali vengono retribuiti di più e tassati di meno. Questo non significa rinunciare alla propria istruzione, ma qualificare il lavoro manuale come funzionale alla società ed equivalente al lavoro intellettuale.

E’ necessario spiegare che il lavoro operaio è dignitoso, necessario se non indispensabile alla vita comune, pubblica ed economica. E’ poi dovere e diritto di ognuno elevarsi attraverso lo studio.

 

La politica italiana, ancora oggi, non sembra aver capito che dare di più a molti consente all’economia di mercato di funzionare. E’ anche per questo che Henry Ford  pagava i suoi operai tre volte di più della media, ed è anche per questo che Olivetti sosteneva che a nessuno dovesse spettasse più di 10 volte il salario minimo.

Il nocciolo della futura questione sociale e socialista dovrà tenere conto di queste due considerazioni favorendo il lavoro manuale, il miglioramento individuale ed una migliore redistribuzione salariale per chi lavora come operaio.

 

A te, dunque, l’esortazione a cambiare il presente, interessandoti al tuo ed altrui miglioramento, facendo per gli altri più di quanto l’Italia faccia oggi per te.

 

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Riguardo l'Autore

Polemico, pronto alla sfida e disponibile a mettere in discussione la propria idea. Antonio Musmeci Catania è dottore in Giurisprudenza, indirizzo comparato europeo e transnazionale, presso l'Università degli Studi di Trento, approfondendo le tematiche delle relazioni politiche ed internazionali attraverso il master di II livello della Lumsa di Roma. Ti piace l'articolo?! Sostieni la mia penna con una donazione: Postepay Evolution: IT18K3608105138201757201764 https://paypal.me/avanguardiavanti?locale.x=it_IT Seguimi https://www.facebook.com/avanguardiasocialistavanti

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