martedì, 19 Ottobre, 2021

Dati Onu, Fao e Oxfam: la fame uccide più del covid

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Con la pandemia la fame è aumentata allontanando l’obiettivo ‘Zero Hunger’. La fame non sarà debellata entro il 2030 a meno che non vengano intraprese azioni coraggiose e venga affrontata la disuguaglianza nell’accesso al cibo.
Nel 2020 c’è stato infatti un drammatico peggioramento della fame e della malnutrizione nel mondo. Circa un decimo della popolazione mondiale è sottoalimentato. Quasi una persona su tre non ha avuto accesso a un’alimentazione adeguata, con un aumento di quasi 320 milioni di persone in un solo anno. Circa 3 miliardi di persone non hanno accesso a diete sane, che sono sempre più economicamente insostenibili.
L’impatto della pandemia sui bambini, in termini di denutrizione, ritardo di crescita e obesità, è grave e con tutta probabilità sottostimato. Quella della fame e malnutrizione esacerbate dal mix di crisi climatica, conflitti, emergenza economica e sanitaria è la vera malattia del pianeta da combattere con l’alimentazione.
La sicurezza alimentare di milioni di persone è a rischio. La pandemia ha aggravato tutto questo. L’edizione di quest’anno dello Stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo (Sofi 2021) rappresenta la prima valutazione globale di questo tipo nell’era della pandemia.
Il rapporto è stato pubblicato il 12.7.21 dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), dal Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (IFAD), dal Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF), dal Programma Alimentare Mondiale (PAM) e dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS).
Anche prima della pandemia da Covid-19 il pianeta non era sulla buona strada per Zero Hunger (zero fame), per porre fine alla fame e alla malnutrizione entro il 2030 come chiede l’obiettivo 2 di sviluppo sostenibile dell’Onu. Il coronavirus ha esacerbato e aggravato l’effetto che conflitti, crisi economiche ed eventi climatici estremi hanno sullo stato della nutrizione nel mondo.
Già a metà degli anni 2010 la fame aveva iniziato lentamente la sua crescita, infrangendo le speranze di un calo irreversibile. Lo scorso anno c’è stato anche un aumento repentino in termini assoluti e proporzionali. Nel 2020 le persone sottoalimentate hanno rappresentato circa il 9,9% della popolazione mondiale (erano l’8,4% nel 2019).
Sofi 2021 ha calcolato che nel 2020 tra 720 e 811 milioni di persone nel mondo hanno dovuto affrontare la fame. La stima intermedia è di 768 milioni di persone. In ogni caso è un aumento notevole rispetto al valore intermedio del 2019 (che era di 650 milioni). Nel 2020 circa 118 milioni di persone in più hanno dovuto affrontare la fame rispetto al 2019, ovvero, ben 161 milioni di più, considerando il limite superiore dell’intervallo.
Più della metà delle persone denutrite nel mondo si trovano in Asia (418 milioni) e più di un terzo in Africa (282 milioni). Rispetto al 2019, circa 46 milioni di persone in più in Africa, 57 milioni in più in Asia e circa 14 milioni in più in America Latina e nei Caraibi sono state colpite dalla fame nel 2020.
La fame non sarà debellata entro il 2030 a meno che non si agisca in modo coraggioso per affrontare il grande tema della disuguaglianza nell’accesso al cibo. In quel 2030 che segna un obiettivo di sviluppo sostenibile probabilmente non più raggiungibile, circa 660 milioni di persone potrebbero ancora trovarsi in una situazione di fame a causa degli effetti duraturi della pandemia da Covid-19 sulla sicurezza alimentare mondiale. Sono 30 milioni di persone in più rispetto allo scenario di assenza di pandemia.
Fame e malnutrizione sono un problema di accesso al cibo. Secondo Sofi 2021, nel mondo quasi una persona su tre, circa 2 miliardi e 400 milioni, non ha avuto accesso a un’alimentazione adeguata nel 2020, con un aumento di quasi 320 milioni di persone in un solo anno. Quasi il 12% della popolazione mondiale ha sofferto la fame nel 2020, trovandosi in una situazione di insicurezza alimentare grave, sono 928 milioni di persone, 148 milioni in più rispetto al 2019.
Seguire una dieta sana è sempre più insostenibile dal punto di vista economico, perché il cibo nutriente e sano costa. E così l’alto costo di una sana alimentazione, insieme a persistenti e alti livelli di disparità di reddito, già nel 2019 avevano reso una dieta salutare fuori dalla portata di circa 3 miliardi di persone, in particolare i poveri. È un dato che è aumentato anche a causa della pandemia da Covid-19.
L’alto costo dei cibi nutrienti e i bassi redditi rendono più insostenibile il costo di diete sane, a causa di fattori esterni (come shock climatici) o interni (come la bassa produttività o le catene di approvvigionamento alimentare inefficienti) che pesano sui sistemi alimentari.
La pandemia ha accentuato anche la disuguaglianza di genere nell’accesso al cibo. Nel 2020 l’insicurezza alimentare ha riguardato 11 donne ogni 10 uomini (con un aumento rispetto sul 2019). Si stima che il 29,9% delle donne di età compresa tra 15 e 49 anni nel 2019 in tutto il mondo sia affetto da anemia.
A fare le spese di questo disastro umanitario, sanitario, sociale ed economico sono soprattutto i bambini.
Nel 2020 si stima che il 22% dei bambini al di sotto dei 5 anni sia stato colpito da un ritardo della crescita (altezza troppo bassa rispetto all’età): sono più di 149 milioni di bambini.
Il 6,7% dei bambini sotto i cinque anni nel mondo (45,4 milioni) hanno sofferto di deperimento. Circa 39 milioni, pari a 5,7% mondiale, sono in sovrappeso.
La situazione probabilmente è ancora più grave, specialmente per le forme di deperimento e per i problemi della crescita, proprio a causa degli effetti della pandemia, ancora da stimare con precisione. La maggior parte dei bambini malnutriti vive in Africa e in Asia. Queste regioni rappresentano più di nove su dieci di tutti i bambini con ritardo della crescita, più di nove su dieci dei bambini con deperimento e più di sette su dieci dei bambini affetti da sovrappeso di tutto il mondo.
La pandemia si è insomma innestata come fattore di aggravamento specialmente in quei contesti già fragili. Conflitti e guerre, variabilità climatica ed eventi climatici estremi, rallentamento dell’economia e crisi economica, fattori tutti esacerbati dalla pandemia da Covid, sono i principali fattori di insicurezza alimentare e di malnutrizione. Un fenomeno in continuo aumento sia per intensità che per frequenza. Una bomba sociale, sanitaria e umanitaria che rende vuote le promesse di non lasciare indietro nessuno.
Dai dati raccolti da Oxfam (Oxford Committee for Famine Relief) nel rapporto del 9 luglio 2021 ‘Il virus della fame si moltiplica’, emerge che:
• nell’ultimo anno il numero di coloro che vivono in condizioni di carestia è aumentato di sei volte, giungendo a 521.814 persone distribuite tra Etiopia, Madagascar, Sud Sudan e Yemen ;
• ulteriori 20 milioni di persone hanno raggiunto quest’anno livelli estremi di insicurezza alimentare, portando il totale a 155 milioni di soggetti distribuiti in 55 Paesi;
• ogni minuto 11 persone rischiano di morire di fame acuta, quasi il doppio delle vittime provocate dal Covid 19 che uccide 7 persone al minuto.
Inoltre, il Covid ha avuto un effetto acuto che adesso è in via di estinzione, mentre la fame è un fenomeno cronico diventato sempre più grave che non cessa di mietere vittime.
Secondo Oxfam ad accelerare l’avanzamento della fame nel mondo hanno concorso tre fattori: i Conflitti in corso, le Conseguenze economiche derivanti dalla pandemia e, non da ultimo, l’acuirsi della Crisi climatica.
I conflitti sono sempre i maggiori responsabili della fame globale. Due persone su tre, quasi 100 milioni in 23 paesi, vivono infatti in aree di conflitto, dove l’insicurezza alimentare ha raggiunto livelli critici o più che critici.
A livello globale si registra la cifra record di 48 milioni di sfollati a causa di guerre e violenza. L’Afghanistan, la Repubblica Democratica del Congo, la Siria e lo Yemen, ossia alcuni dei peggiori hotspot della fame mondiale, sono tutti Paesi devastati dalla guerra.
Laddove i conflitti persistono, l’agricoltura e le altre attività economiche che sono fonte di cibo e reddito per le comunità vengono interrotte, a causa degli spostamenti di massa delle popolazioni locali, che abbandonano le proprie terre per fuggire verso i campi profughi. Vengono così meno i mezzi di sussistenza e deflagrano gravi crisi alimentari.
Nello Yemen, a oltre 6 anni e mezzo dall’inizio del conflitto, che ha già causato centinaia di migliaia di vittime, oggi più della metà della popolazione è a rischio fame e si prevede che entro la fine del 2021 oltre 47.000 persone vivranno in condizioni di carestia.
Guerra, blocco sulle importazioni di beni essenziali e aumento del prezzo del carburante hanno determinato il raddoppio dei prezzi degli alimenti di base dal 2016. Circa il 70% della popolazione ha urgente bisogno di assistenza umanitaria. Oltre un milione di donne in gravidanza e in allattamento e 2,3 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni soffrono di malnutrizione acuta. Di questi bambini, 400.000 sono a rischio di morte per malnutrizione e più dell’86% sono anemici.
Le donne e le ragazze sono maggiormente colpite dai conflitti e dalla fame. Normalmente sono loro ad affrontare gravi pericoli per procurarsi il cibo, ma troppo spesso mangiano per ultime e si nutrono meno degli uomini. Conflitti e sfollamento hanno anche costretto le donne ad abbandonare il lavoro o a perdere la stagione della semina.
Nella regione etiope del Tigray tra maggio e giugno 2021 si sono registrati più di 350.000 persone in condizioni di carestia. Oltre il 74% della popolazione del Tigray e delle aree limitrofe sta affrontando livelli critici o più che critici di fame acuta.
Nella regione del Sahel, in Paesi distrutti da conflitti e violenza, come il Burkina Faso, la fame è triplicata (+200%) tra il 2019 e il 2020, trascinando 2,1 milioni di persone in condizione di grave insicurezza alimentare. Oltre la metà della popolazione è priva di accesso all’acqua potabile, si contano 4,2 milioni di sfollati e più di 7 milioni di persone, di cui 5 milioni di bambini sotto i 5 anni, colpiti da malnutrizione acuta.
Il Sud Sudan, a 10 anni dall’indipendenza, è una delle aree di peggiore crisi alimentare al mondo, con l’82% della popolazione in condizioni di estrema povertà e il 60% (pari a 7,2 milioni di persone) a livelli critici di fame.
Nella Repubblica Centrafricana, a causa di conflitti violenti, quasi 340.000 persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case, compresi molti agricoltori che hanno dovuto abbandonare la terra o perdere la stagione della semina.
La principale strada tra Bangui e il Camerun, lungo la quale viaggia circa l’80% delle merci importate dal Paese, è stata chiusa a causa degli attacchi dei gruppi armati, e ciò ha comportato un’interruzione senza precedenti delle forniture alimentari e degli aiuti umanitari. La scarsità di forniture agricole ha inoltre causato un brusco declino dei raccolti e del bestiame, decimando il reddito degli agricoltori.
A sua volta, l’aumento dei prezzi del cibo e delle materie prime ha scatenato molti dei conflitti attuali. In diversi contesti, come nel Sahel, l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, la siccità e la competizione per i pascoli sempre più asciutti, hanno generato tensioni tra le popolazioni pastorali, fino a sfociare in veri e propri conflitti locali.
In molte aree attraversate da sanguinosi conflitti, le parti in lotta hanno intenzionalmente trasformato la fame in un’arma di guerra, privando i civili di cibo e acqua, impedendo i soccorsi umanitari, bombardando i mercati, incendiando i raccolti e uccidendo il bestiame.
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (United Nations Security Council -UNSC) con la Risoluzione 2417 ha riconosciuto un nesso causale tra insicurezza alimentare e conflitti e ha condannato fermamente l’uso della fame come metodo di guerra, vietando gli attacchi contro i civili e contro le infrastrutture essenziali, necessarie per produrre e distribuire alimenti,
Ciononostante, le aggressioni e gli assalti contro i civili, le colture, il bestiame e le forniture idriche continuano su larga scala, nella totale impunità.
Le conseguenze economiche del Covid-19 sono state il secondo fattore trainante della crisi globale della fame.
Il declino economico causato dai vari lockdown e dalla chiusura di frontiere, imprese e mercati ha peggiorato la situazione delle persone più svantaggiate, in particolare donne, sfollati e lavoratori informali e ha portato a un picco della curva della fame.
In base alle proiezioni, si stima che entro la fine del 2021 il numero di persone che vivono in povertà estrema raggiungerà 745 milioni, con un aumento di 100 milioni rispetto all’inizio della pandemia.
In Siria le conseguenze economiche del Covid-19, sommate agli effetti di 10 anni di guerra, hanno condotto in soli 12 mesi a una drastica svalutazione della valuta locale e a un aumento del 313% dei prezzi del paniere alimentare.
Secondo Oxfam, i nuclei familiari con capofamiglia donne sono tra i più duramente colpiti dalla fame, con notevole riduzione del consumo alimentare e abolizione di alcuni pasti. Per far fronte a tale situazione alcune famiglie hanno dovuto ricorrere a matrimoni precoci per garantirsi il sostentamento.
L’emergenza alimentare ha colpito anche Paesi a medio reddito come il Brasile e l’India, dove la pandemia sta avendo un ruolo importante.
In Brasile, le misure emergenziali adottate per frenare la diffusione del virus hanno costretto le piccole imprese a chiudere e oltre la metà dei lavoratori sono rimasti senza un lavoro. Il numero di persone colpite da povertà estrema si è triplicato, si è passati dal 4,5% al 12,8%, con circa 20 milioni di brasiliani ridotti alla fame.
In India, paese già indebolito da calamità naturali e mancanza di cibo, alloggi e strutture sanitarie, la pandemia ha inasprito lo stato di povertà e disoccupazione, in cui già versava gran parte della popolazione indiana.
Un’indagine su 47.000 famiglie in 15 Stati indiani ha appurato che dall’inizio della pandemia la famiglia indiana media ha perso più del 60% del proprio reddito a causa della massiccia riduzione dei posti di lavoro, specialmente nel settore informale. Nel solo mese di aprile 2021 sono stati tagliati quasi 8 milioni di posti di lavoro.
Oltre il 70% delle persone intervistate da Oxfam in 12 Stati ha dichiarato di non poter comprare cibo sufficiente a sfamarsi. La chiusura delle scuole ha anche privato 120 milioni di bambini del loro pasto principale.
Le disuguaglianze che si registrano nell’accesso ai vaccini anti Covid-19 e nella loro distribuzione stanno rallentando la ripresa economica, rendendo più difficile l’affrancamento dalla fame e dalla miseria per milioni di persone in tutto il mondo.
Nei Paesi poveri la pandemia continua a distruggere le vite e i mezzi di sussistenza di milioni di persone. Oxfam ha calcolato che stando all’attuale tasso di somministrazione, i Paesi a basso reddito impiegherebbero ben 57 anni per vaccinare completamente le loro popolazioni.
Il virus minaccia di condannare alla denutrizione altri 132 milioni di persone a causa della perdita del lavoro e quindi del reddito, nonché delle cattive condizioni di salute.
La situazione è particolarmente drammatica nel Corno d’Africa e nei Paesi confinanti. ‘Quasi 9 milioni di sfollati interni, 4,7 milioni di rifugiati e richiedenti asilo e centinaia di migliaia di migranti stanno subendo alcuni dei peggiori impatti della pandemia di Covid-19′, rileva il nuovo rapporto ‘Life amidst a pandemic: Hunger, migration and displacement in the East and Horn of Africa‘ di International organization for migration (Iom) e WFP.
La crisi climatica è il terzo elemento trainante della fame globale nel corso di quest’anno. Quasi 400 disastri di origine meteorologica, tra cui tempeste e inondazioni da record, sono progressivamente aumentati di intensità colpendo milioni di persone in America centrale, nel Sudest asiatico e nel Corno d’Africa, le cui comunità erano già afflitte dalle conseguenze dei conflitti e della povertà causata dal Covid-19.
Eventi meteorologici estremi, frequenti e intensi, aumentano l’insicurezza alimentare e la malnutrizione distruggendo terre, bestiame, colture e scorte alimentari. Questo intensifica i conflitti a causa delle scarse risorse a disposizione, che generano nuove crisi umanitarie, fenomeni migratori e sfollamento di popolazioni.
In alcune zone dell’India orientale colpite l’anno scorso dal ciclone Amphan, gli agricoltori hanno perso i loro raccolti e i pescatori le proprie barche, ossia le principali fonti di reddito.
Un’analoga situazione si è verificata in Africa orientale, dove un numero maggiore di cicloni più forti del normale ha contribuito a invasioni senza precedenti di locuste del deserto. Ciò ha causato una grave interruzione delle catene di approvvigionamento alimentare, riducendo la disponibilità di cibo e la sua accessibilità per milioni di persone nel Corno d’Africa e in Yemen.
Il Sahel è la fascia compresa tra il deserto del Sahara a Nord e la foresta tropicale a Sud. Include dieci paesi fragili: Senegal, Gambia, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Sudan, Eritrea.
Nell’area, l’aumento di temperatura e il cambiamento nella stagione delle piogge, che avviene a causa del riscaldamento globale ma anche per l’attività di deforestazione degli ultimi decenni, stanno producendo un fenomeno molto intenso di desertificazione.
I terreni fertili si degradano e le risorse idriche vengono sempre più diminuendo. Si pensi, ad esempio, che la superficie del lago Ciad dagli anni ‘60 si è ridotta di ben 17 volte, a causa dell’azione congiunta di cambiamenti climatici e di emungimenti insostenibili di acqua.
Dall’inizio della pandemia, le ripetute siccità sommate alle conseguenze economiche del Covid-19 hanno dato vita a una vertiginosa spirale della fame nel ‘corridoio arido’ centroamericano, comprendente Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua. In questi Paesi, nel 2021 quasi 8 milioni di persone sono vittime di fame acuta (con un aumento di 2,2 milioni rispetto al 201819 e di questi, 1,7 milioni si trovano a livelli emergenziali).
Nel 2020 la stagione degli uragani atlantici che ha colpito questa regione è stata da record: 30 tempeste rispetto alle sole 18 del 2019. Solo per citare alcuni esempi, le tempeste Amanda e Cristóbal insieme agli uragani Eta e Iota hanno devastato i raccolti e distrutto oltre 200.000 ettari di alimenti di base e colture commerciali nei quattro Paesi, tra cui più di 10.000 ettari di colture di caffè in Nicaragua e Honduras. Inoltre i lockdown hanno limitato il commercio e le attività agricole, con effetti devastanti sui redditi. Si stima che nel 2020, durante la pandemia, in America Centrale siano andati persi 8,3 milioni di posti di lavoro.
Nello scenario descritto, mentre i governi si trovavano nella necessità di reperire imponenti quantità di nuove risorse per combattere il coronavirus, la spesa militare globale è aumentata del 2,7%.
Tale percentuale equivale a 51 miliardi di dollari, vale a dire sei volte e mezza la cifra necessaria a rispondere all’appello umanitario ONU 2021 per la sicurezza alimentare: 7,9 miliardi di dollari. In alcuni dei paesi più martoriati dai conflitti e dalla fame, le vendite di armi sono aumentate a dismisura.
Porre un freno al dilagare della fame nel mondo è ancora possibile, secondo Oxfam, che chiede alla comunità internazionale di intervenire subito per un ‘cessate il fuoco globale’ e di adottare 7 azioni urgenti:
1) Fornire aiuti emergenziali per salvare subito vite umane, che raggiungano direttamente i soggetti più colpiti.
2) Garantire l’accesso umanitario nelle zone in conflitto. Laddove gli aiuti sono bloccati, la comunità internazionale deve attivarsi per porre fine all’uso della fame quale arma di guerra e far sì che i responsabili rispondano delle proprie azioni.
3) Adoperarsi per assicurare una pace inclusiva e sostenibile. Le parti belligeranti devono costruire una pace inclusiva e sostenibile che ponga al primo posto la sicurezza delle persone e affronti con urgenza il problema della fame nei Paesi in conflitto, includendo nei processi di pace i gruppi emarginati quali giovani, donne e minoranze.
4) Promuovere sistemi alimentari più equi, resilienti e sostenibili. I governi e il settore privato devono aumentare gli investimenti nella produzione alimentare su piccola scala e agro-ecologica, garantire che i produttori guadagnino un reddito equo stabilendo prezzi minimi al produttore e altri meccanismi di sostegno, e garantire ai lavoratori un salario dignitoso.
5) Promuovere la leadership femminile nella definizione delle strategie anti Covid-19. Le donne devono avere l’opportunità di guidare le decisioni relative alla risposta alla pandemia e ai piani di ripresa, permettendo loro di contribuire ad affrontare le storture del nostro attuale sistema alimentare. È anche necessario agire per affrontare le discriminazioni a cui sono soggette le donne produttrici agricole in termini di accesso alla terra, ai mercati, alle informazioni, al credito, ai servizi di divulgazione e alla tecnologia.
6) Sostenere un vaccino universale gratuito. I governi del G7 dovranno impegnarsi affinché i vaccini Covid diventino un bene pubblico globale, accessibile a tutti.
7) Agire con urgenza per far fronte alla crisi climatica. Le nazioni ricche e inquinanti devono tagliare drasticamente le emissioni, evitare che le temperature globali aumentino più di 1,5 gradi e aiutare i piccoli produttori di cibo ad adattarsi al cambiamento climatico.
Uscire dalla crisi della fame si può. E nonostante questa battuta d’arresto, la ripresa dalla pandemia dovrà necessariamente rappresentare un’opportunità per tutti i governi per promuovere un’economia globale più equa e sostenibile e per eliminare tutti quei fattori chiave che alimentano la fame nel mondo.

Salvatore Rondello

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