mercoledì, 16 Giugno, 2021

Dove Draghi non può arrivi una bicamerale

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Il PD per primo dovrebbe farsi carico di dare fondamenta costituzionali al Governo Draghi per metterlo al riparo dall’inadempienza di un solenne impegno assunto. Rientrato nei termini fissati dalla UE per l’avvio del programma comune e non perdere un’occasione storica, Draghi ha fatto ingoiare più di un rospo ai suoi alleati promettendo a tutti che i passaggi successivi sarebbero stati partecipati da tutte le componenti politiche e sociali. Limitandoci al Parlamento ed alle rispettive rappresentanze politiche, già prima dell’attuale governo, la prassi consolidata era quella dei voti di fiducia per necessità ed urgenza, escludendo le minoranze e la stessa maggioranza dal dare il proprio apporto, con una Camera di volta in volta solo ratificante. Vale la pena ricordare che siamo l’unico Paese in Europa che ha un bicameralismo paritario che partorisce un’estenuante ping-pong prestandosi a tutte le imboscate assembleari. E’ come, mi si passi l’iperbole, voler partecipare alla formula uno in continua accelerazione con una macchina d’epoca. Non fu una bravata quella di Renzi di dichiarare che legava la sopravvivenza politica all’approvazione della sua riforma altrimenti il Paese restava ingovernabile e vulnerabile da parte delle tentazioni autoritarie. Se non si riprende in tempi stretti e quindi con una bicamerale il riformismo costituzionale sarà inevitabile che il sovranismo, all’insegna della necessità, troverà nuovi alleati anche nella precaria maggioranza di governo. Non meno impellenti sono altre riforme istituzionali a partire dal ridisegno delle competenze tra Stato e regioni, tra regioni e gli enti locali all’insegna del principio della sussidiarietà, ora che la pandemia ha messo in risalto il danno delle cattedrali nel deserto e la necessità di rinsaldare la rete territoriale delle autonomie in tutti i campi. Dulcis in fundo siamo ancora in tempo per rimediare alla follia del taglio massiccio dei parlamentari. Non a caso un poeta addebitò il ritardo dell’unità d’Italia ad una caratteristica per altri versi feconda, quella “dell’itala gente dalle molte vite” che non può riconoscersi in circoscrizioni egemonizzate dai grandi centri con i piccoli medi che non toccano palla, assenti nelle sedi istituzionali, alla faccia della previsione costituzionale dello Stato delle autonomie. Fu sempre il PD, dopo due voti di ferma opposizione al taglio massiccio dei parlamentari, a cedere senza nemmeno avanzare una soluzione di buon senso che avrebbe potuto mettere in crisi gli oltranzisti e che ancora oggi dovrebbe essere perseguita. Ad esempio attestarsi sulla media europea dei paesi più grandi superando antichi complessi parassitari verso gli altri partners europei. Di Maio, come ha già fatto contro la gogna mediatica giustizialista, non dovrebbe da vero leader a cui aspira, denunciare che, accecato dal suo odio anticasta, abbia ordinato al suo plotone di eseguire i vecchi ordini quando di fronte a sé in bella mostra, in maggioranza relativa per giunta, c’erano i suoi rappresentanti? Questo si chiama “Fuoco amico” e non merita sanzione, almeno un mea culpa?

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