lunedì, 27 Settembre, 2021

Draghi e gli scenari internazionali: Usa, Cina, Turchia

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Sui giornali cinesi si legge: “Draghi, ex presidente della Bce, è l’unica personalità che può permettere all’Italia di rientrare nella partita internazionale dopo il disastro Conte”.
Con la scelta del Presidente Mattarella di affidare il mandato a Mario Draghi, la personalità politica italiana oggi con il più alto profilo internazionale, l’Italia ritornerebbe con autorevolezza nello scenario internazionale dopo esserne uscita di fatto da molti mesi per manifesta incapacità dei governi Conte.
Dall’inizio della crisi del Covid, da più parti si vociferava una possibile candidatura di Draghi.
Proprio guardando l’esempio cinese, l’Italia avrebbe dovuto già a febbraio-marzo di un anno fa, quando si scopriva l’epidemia nel paese, concentrarsi su due fronti: spendere tutte le risorse attuali nella sanità e programmare grandi progetti di rilancio economico.
Il governo di Giuseppe Conte non ha fatto né l’uno né l’altro e ha preferito distribuire risorse, forse un po’ a casaccio, per aiutare tizio o caio, ma senza alcuna direzione chiara. Questo non ha portato risultati. L’economia ad oggi è senza prospettive e la posizione internazionale dell’Italia è confusa, avendo poi rinunciato a una propria politica in Libia a favore di Russia e Turchia.
In Cina lo sforzo iniziale sulla sanità e poi su piani produttivi precisi, hanno portato il paese fuori dalle secche sociali ed economiche dell’epidemia.
Al Meeting di Rimini organizzato da Comunione e Liberazione a fine agosto, Draghi con il suo intervento aveva avvertito distinguendo tra il debito buono, quello che promette crescita, e quello cattivo, che non darà frutti.
Oggi, quando siamo quasi ai tempi supplementari, il piano per il Recovery Fund atteso dall’Europa non è stato ancora presentato e mille spaventose contraddizioni sociali stanno per scoppiare. Proprio per questo Conte è stato fatto mettere da parte per far posto a Draghi, che ha la credibilità e l’esperienza per dialogare con Ue e Usa.
Ciò che va fatto e rimettere l’Italia sui binari della collaborazione alla crescita globale. L’Italia potrà usufruire di una quantità senza precedenti di fondi da indirizzare in opere concrete, utili per se stessa e per l’Europa.

Il risultato di oggi dimostra che in realtà la crisi politica iniziata da un paio di mesi, al di là forse dei personalismi italiani, aveva un fondamento politico profondo: la direzione del paese e quindi la possibilità di accedere a uno sviluppo che non si vedeva dai tempi del piano Marshall nel dopoguerra anche se la realtà non è più la stessa. Oggi le sfide sono moltissime e altissime, ma, il nome di Draghi non dovrebbe trovare opposizioni e quindi potrebbe davvero unire il paese, come dovrebbe avvenire in tutti i momenti importanti e delicati. Il futuro sarà difficile, non c’è da illudersi, ma forse almeno oggi c’è un motivo in più di sperare in bene.
Bisogna anche considerare che la crisi del governo in Italia, è avvenuta dopo il cambio di guardia negli Stati Uniti.
L’Italia è, per tradizione, rilevanza economica, posizionamento geografico, un Paese che gli Stati Uniti non ignorano certamente nel calcolare le loro strategie per il quadrante euro-mediterraneo. Per un certo spirito solipsista, molto spesso, le nostre classi dirigenti esagerano questa percezione fino a considerarsi addirittura centrali nelle discussioni politiche di Washington, e in questa fase di acuta crisi di governo e tensione istituzionale più volte onorevoli, ministri e lo stesso presidente del Consiglio Giuseppe Conte lo hanno dimostrato. Discutendo animatamente più dell’agenda presidenziale dell’amministrazione Biden che dei loro programmi per il Paese, elogiandola in Parlamento, definendola la loro stessa agenda, esponenti del centro-sinistra e del Movimento Cinque Stelle hanno ricordato come spesso a questo solipsismo si accompagni un inguaribile provincialismo.
Ma quale può essere il ruolo dell’Italia nel quadro della politica estera della nuova amministrazione Biden? C’è chi, come Matteo Renzi, ha scommesso possa essere notevole, a patto di sbarazzarsi, come avvenuto, del premier in carica che secondo i democratici Usa apparirebbe filo trumpista dal momento che il primo governo Conte sembrerebbe frutto della mediazione portata avanti da un seguace di Trump di nome Bannon. In seno al Partito Democratico, si immaginano convergenze a tutto campo su ambiente, diritti umani, contrasto al Covid-19 e altri dossier.
A Washington, riguardo l’agenda da tenere nei confronti degli alleati europei degli Usa è finito il bilateralismo di Trump. Biden e la sua amministrazione intendono riproporre un’agenda multilaterale funzionale a riallineare con decisione l’Europa sotto l’ombrello della solidarietà occidentale in vista di obiettivi comuni: il contenimento della potenza cinese, un rilancio della contrapposizione alla Russia, il raffreddamento degli scenari di crisi aperti nell’Alleanza Atlantica, la ricerca di un modus vivendi con l’Unione Europea.
Il politologo Charles Kupchan ha spiegato a ‘La Stampa’: “L’uscita di Londra dalla Ue, e la fine del mandato di Merkel, spingeranno Biden a cercare un gruppo più ampio di europei per definire le politiche comuni. In questo quadro l’Italia può giocare un ruolo più importante”.
Anche il presidente dell’Ispi, Giampiero Massolo, salutando la nuova amministrazione Usa, sosterrebe il multilateralismo. Ma l’ambasciatore ed ex direttore del Dis ha avvertito: “Il mondo non è stato devastato da Donald Trump e non ritornerà in armonia solo con la sua uscita di scena, i dossier strategici su cui Washington si impegnerà saranno in primo luogo di matrice interna (lotta alla pandemia, risposta alla crisi sociale e contrasto alla recessione economica) e l’Italia dovrà essere in grado di trarre il massimo dal dialogo con gli Usa nel suo quadrante geopolitico d’elezione, l’area mediterranea, e negli scenari che ci vedono coinvolti al fianco della superpotenza. Una delle prerogative ideologiche di cui sono ancora titolari gli Usa è il potere di dettare l’agenda: così come Trump è riuscito a far passare buona parte del suo programma di politica estera ai “sovranisti” europei, così le politiche di Biden condizioneranno fortemente l’agenda dei progressisti nostrani (dall’ambiente alle migrazioni). Spesso la politica nazionale sottovaluta il rischio insito nel portare, nel dibattito politico nazionale, agende e ideologie originarie di oltre Atlantico e dunque funzionali a una linea strategica diversa da quella nazionale, salvo poi a meravigliarsi quando esse convergono su determinati temi (vedasi Cina) proprio perché funzionali ai desiderata di Washington”.
Contro questa tentazione Massolo mette in guardia: “L’Italia di fronte all’amministrazione Biden sarà attesa da una prova di maturità per le nostre capacità di perseguire in modo coerente e unitario l’interesse nazionale. Essa chiamerà in causa tutto il Sistema Paese, dal mondo politico a quello delle imprese, dai media alla società civile”.
Già nell’era Trump la prova di maturità è mancata: i governi di Giuseppe Conte sono oscillati tra facili entusiasmi (dalle aperture al ruolo nel Mediterraneo allargato alle promesse di sostegno sul dossier Libia) e sgarbi plateali mal digeriti dagli Usa (primo fra tutti il memorandum con la Cina), senza tenere nel mezzo una linea chiara sulle priorità dell’interesse nazionale. Che sostanzialmente devono passare per la promozione delle priorità dell’Italia nel quadrante mediterraneo: sostegno alla de-escalation, politiche energetiche costruttive, libertà dei commerci. Possibilmente valorizzando a favore dell’interesse nazionale l’impegno generoso di militari e civili impegnati nelle missioni internazionali, che in sinergia con Washington andrà in futuro riesaminato. Le mosse italiane in Kosovo e Libano, ad esempio, sono indubbiamente di alto valore, ma non possono essere considerate a sè stanti. Non si può nemmeno dimenticare la situazione scottante dell’Afghanistan, Paese in cui dopo vent’anni dall’intervento ancora ci si ostina a non voler dichiarare il fallimento della missione di stabilizzazione del Paese e in cui il ritiro unilaterale Usa rischia di mettere in difficoltà chi, come le truppe italiane, rischia di esser sobbarcato da un peso militare eccessivo nei prossimi mesi. Biden dovrà sicuramente dare risposte dopo le mosse di bandiera di Trump.
L’assenteismo americano nel Mediterraneo orientale e meridionale (proseguito da Donald Trump) ha così permesso alla Russia di impiantare una formidabile rete militare nel Mediterraneo. Oltre alle roccaforti siriane, e al solido impianto militare in Cirenaica, Vladimir Putin è infatti riuscito con facilità a soppiantare gli statunitensi in Egitto, vendendo ad Abdel Fattah al Sisi armamenti per ben tre miliardi di dollari (tra l’altro un intera flotta di jet Sukhoi Su-35) e persino a fornire alla Turchia (membro della Nato) per 2,5 miliardi di dollari il sistema missilistico antiaereo S-400, calibrato per contrastare e abbattere proprio i sistemi aerei offensivi americani.
Ma l’espansione neo ottomana della Turchia di Recep Erdogan, che elimina di fatto, in pieno e contrattato concorso con la Russia, l’influenza americana nel sud del Mediterraneo, non si limita ovviamente alla Siria e alla Libia. Erdogan ha infatti vinto sul piano militare la guerra in Nagorno Karabakh a pieno vantaggio dell’alleato Azerbaigian e sta soprattutto sviluppando una sua acerrima battaglia per il controllo degli immensi nuovi giacimenti metaniferi del Mediterraneo Orientale.
Il decisivo appoggio militare turco al governo di Tripoli di Fayez al Serraj (allora sull’orlo di una disastrosa sconfitta) è stato infatti “ripagato” da quest’ultimo nel novembre del 2019 con un accordo su una Zona Economica Esclusiva che va dalle coste della Libia a quelle della Turchia, ovviamente configgendo con le Zone Economiche Esclusive legittimamente rivendicate da Grecia, Cipro, Israele, Italia ed Egitto.
In questa area si trovano immensi nuovi giacimenti metaniferi, denominati Aphrodite, Glaucus e Calipsus, che possono trasformare le nazioni che li sfruttano da importatori, a massicci esportatori di energia, un vero e proprio sovvertimento geopolitico.
Si è così aperta una accesissima crisi per lo sfruttamento di questi immensi giacimenti metaniferi che coinvolge tutte le nazioni rivierasche del Mediterraneo meridionale e orientale, alle quali si è aggiunta la Francia di Emmanuel Macron, in aspra funzione anti turca.
Una crisi dalla quale gli Stati Uniti di Biden e Blinken potrebbero non restare totalmente assenti. Non si può quindi che rimarcare il fatto che si sta sviluppando una battaglia feroce sulle strategiche fonti energetiche nel Mediterraneo, regione cruciale, un tempo dominio incontrastato americano, oggi ampiamente infiltrata dalla Russia, in assenza totale non solo delle Major americane, ma dello stesso governo di Washington.
Ulteriore sintomo della decadenza trumpiana degli Stati Uniti da governo egemonico del pianeta, quadrante per quadrante. Un depotenziamento del dominio planetario degli Stati Uniti che Biden e Blinken dovranno decidere se accettare, in continuità con Trump, o ribaltare, anche se ancora non si sa bene come.

Insomma, Roma deve saper portare i suoi argomenti per un aperto confronto con Washington, maturando le priorità per l’interesse nazionale indipendentemente dal colore dei governi sulle due sponde dell’Atlantico. Ogni cambio di governo nella superpotenza genera opportunità e rischi che vanno governati e posti a sistema nell’elaborazione delle strategie nazionali. Negare le prime sarebbe miope, sottovalutare i secondi, principalmente la possibile insorgenza di rallentamenti nei grandi processi di autonomia strategica nelle tecnologie e nel digitale dell’Ue in nome della solidarietà atlantica, rischia di condurre a quel mix di solipsismo e provincialismo visto in scena nei palazzi italiani del potere soprattutto durante i governi di Conte fautore di un atteggiamento politicamente immaturo che non porta acqua al mulino del nostro interesse nazionale.
Ma il compito di Draghi sarà anche quello di risolvere la crisi istituzionale del Paese in cui la democrazia sta implodendo. Auspichiamo che Draghi riesca a formare un governo con persone capaci a svolgere il proprio ruolo, in grado di recuperare agli occhi degli italiani e del mondo intero quella credibilità politica offuscata se non perduta.

I tempi sono stretti, il lavoro è arduo ma non impossibile soprattutto se tutti gli anticorpi entreranno in azione a difesa della democrazia. Intanto, dopo l’incarico a Draghi, come effetto immediato le borse hanno reagito positivamente anche sui Btp. Dunque, per quali motivi il Parlamento non dovrebbe dare il sostegno necessario e la fiducia al governo Draghi? Chi non lo farà rischia di perdere consensi elettorali.

 

Salvatore Rondello

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