mercoledì, 16 Giugno, 2021

Draghi sfodera il cesarismo dolce

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Cabina di regia. Mario Draghi non vuole correre rischi. Ha garantito personalmente alla commissione europea l’attuazione delle riforme italiane previste dal Pnrr (Piano nazionale di ripresa e di resilienza) sul quale gli uffici di Bruxelles avevano sollevato più di un dubbio.
Ha fatto premio il rapporto di stima e di fiducia tra il presidente del Consiglio e Ursula von der Leyen. Il sostegno della presidente della commissione europea è stato determinante per il disco verde di Bruxelles ai circa 200 miliardi di euro di risorse destinate all’Italia per la ricostruzione post Coronavirus.
La grande novità avanzata dall’ex presidente della Bce è il varo della Cabina di regia, messa in campo per evitare le micidiali paludi della burocrazia italiana. Un comunicato stampa di Palazzo Chigi ha precisato con puntiglio i passaggi fondamentali per rimuovere ogni ostacolo alle riforme programmate dal governo (dal fisco alla giustizia, dagli appalti per le grandi opere all’economia verde). Draghi ha un ruolo chiave su tutto: la Cabina di regia è «presieduta dal Presidente del Consiglio dei ministri»; egli vigilerà sulla realizzazione puntuale del Pnrr. In caso di «mancato rispetto» degli impegni presi col rischio di far saltare i progetti del Piano, Draghi darà «un termine non superiore ai 30 giorni per provvedere».
Se ci sarà «una perdurante inerzia» di un ministero o di un ente locale il presidente del Consiglio assegnerà l’incarico a un altro soggetto pubblico o a dei «commissari ad acta».
SuperMario avrà sempre l’ultima parola. Il confronto sarà continuo con (e tra) i ministeri e con gli enti locali ma «in mancanza di soluzioni condivise» per una rapida realizzazione di un’opera, allora scatteranno le decisioni «ai fini dell’esercizio dei poteri sostitutivi».
Draghi spinge su un doppio pedale: il confronto e il decisionismo. Lo stesso avviene quando emergono dei dissensi nel suo eterogeneo governo di unità nazionale. Quando ad aprile Salvini e il centro-destra reclamavano di “riaprire tutto”, egli replicò con le riaperture graduali perché le decisioni andavano prese “sui dati” dei contagi e dei morti per Covid. Il segretario della Lega e Forza Italia si adeguarono. E ora, entro giugno, l’Italia riaprirà ogni attività perché i numeri sulla pandemia sono in netta discesa.
La stessa storia si è ripetuta con il centro-sinistra. Quando Enrico Letta ha proposto di aumentare la tassazione sulle successioni degli alti redditi per dare “una dote” ai diciottenni, Draghi bocciò il progetto per due motivi: 1) adesso è il momento di “dare i soldi” e non di prenderli; 2) va fatta una riforma del fisco mettendo da parte la politica dei bonus. E il segretario del Pd ha rinviato la sua idea alla “prossima legislatura”.
Anche con i sindacati alla fine è andata bene. Draghi, dopo le proteste di Cgil, Cisl, Uil sul massimo ribasso per gli appalti, ha accantonato la norma e i sindacati si sono detti soddisfatti nell’incontro a Palazzo Chigi. Certo è ancora scontro sulla richiesta di allungare il blocco dei licenziamenti causa virus. L’ex presidente della Bce ha detto ai sindacati di «non avere la loro stessa idea, ma di essere disponibile al confronto». Dialogo e decisionismo. Anzi: cesarismo dolce.

 

Rodolfo Ruocco

(Sfogliaroma)

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