lunedì, 6 Dicembre, 2021

Durigon costretto a cedere. Arrivano le dimissioni

0

Il sottosegretario leghista al ministero dell’Economia Claudio Durigon, il 4 agosto, durante un evento elettorale per le amministrative a Latina, ha proposto di revocare l’intitolazione del parco cittadino a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per dedicarlo ad Arnaldo Mussolini, fratello del duce e direttore amministrativo del Popolo d’Italia. Sul palco di Latina, insieme a Durigon, c’era il leader della Lega Matteo Salvini, che non ha preso le distanze dalle sue parole.
La proposta di Durigon è gravissima perché solletica i rigurgiti neofascisti in giro per l’Italia a costo di screditare due uomini che hanno dato la vita per combattere la mafia come Falcone e Borsellino.
Come ha fatto notare il sindaco di Sant’Anna di Stazzema, Maurizio Verona, rappresenta uno “sfregio” alle vittime degli eccidi nazifascisti. Secondo il presidente nazionale dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo, Durigon “rivaluta il fascismo” e prende le distanze dalla Resistenza minando “il nostro sistema democratico”.
Durigon è uno degli esponenti più in vista  della Lega. Già a maggio, subito dopo la nomina a sottosegretario, si era reso protagonista di un altro scandalo, dichiarando, come documentato dalle telecamere di Fanpage,  a proposito dell’inchiesta sui 49 milioni fatti sparire dalla Lega: “Quello che indaga, il generale, lo abbiamo messo noi”. Parole che si commentano da sole, specie se pronunciate dal numero due del ministero dell’Economia. Sommate a quelle sul parco Falcone e Borsellino, rendono il sottosegretario totalmente incompatibile con l’incarico che dovrebbe ricoprire con “disciplina e onore”.  Un autentico tradimento della Costituzione, nata sui valori dell’antifascismo, su cui Durigon ha giurato lo scorso 1 marzo. Per questo il leader del M5S Giuseppe Conte ha chiesto le sue dimissioni, definendo le parole di Durigon “aberranti” perché volte a cancellare “anni di lotta alla mafia per restaurare il ricordo del regime littorio”. Una posizione condivisa anche dal segretario del Pd Enrico Letta, secondo cui la frase di Durigon “è incompatibile con la sua permanenza nell’esecutivo”.
Con queste condivisibili motivazioni, Peter Gomez, Antonio Padellaro e Marco Travaglio hanno avviato una raccolta di firme su Change-Org per chiedere al presidente Draghi le dimissioni affermando: “Durigon ha giurato nelle sue mani e quindi Le chiediamo di revocare immediatamente le deleghe da sottosegretario all’Economia”.
Ma hanno commesso un errore nell’indirizzare la richiesta perché ministri e sottosegretari giurano davanti al Presidente della Repubblica (art. 93 della Costituzione). Errore di impostazione o strumentalizzazione mediatica per lanciare discredito verso Draghi viste le note preferenze politiche del ‘Fatto Quotidiano’ verso i pentastellati?
Il segretario del PD Enrico Letta, intervenendo al Meeting di CL, ha affermato: “Sì, l’apologia del fascismo è incompatibile con la Costituzione e con il nostro governo.
Credo che la vicenda debba essere risolta”.
Enrico Letta continua ad insistere: “La sorte del sottosegretario leghista Claudio Durigon sarà decisa a giorni”.
Matteo Salvini continua a difendere Durigon: “E’ in gambissima, è l’ultimo a poter essere accusato di fascismo ed è il papà di Quota 100”.
Insomma, negli ultimi giorni si è cercato una via di uscita per chiudere un caso sempre più spinoso e su cui restano alte le barricate del centrosinistra perché il sottosegretario si dimetta.
La trattativa sul numero due leghista del ministero dell’Economia è andata avanti anche nel suo partito. Da un lato per garantirgli un addio dignitoso, dall’altro forse per avere una contropartita adeguata rilanciando la questione degli immigrati. Poi, Salvini ha annunciato di aver chiesto al premier un incontro a tre con la ministra Lamorgese.
In tutta questa vicenda si è proceduto con prudenza. Non si è sbilanciato nemmeno Giancarlo Giorgetti, voce dialogante del Carroccio, non sempre in sintonia con il segretario. Il ministro a margine del Meeting di Rimini, sull’ex sindacalista dell’Ugl, ha detto: “Un membro del governo si dimette o perché glielo chiede il presidente del Consiglio o il segretario del suo partito. O per una decisione di coscienza”. E sulle dichiarazioni di Durigon, Giorgetti ha avvisato: “Quando si è investiti di responsabilità di governo bisogna essere molto attenti a quello che si fa”.
Nel frattempo la Lega ha iniziato a ragionare su chi possa prendere il posto di Durigon. Ufficialmente ogni sottosegretario viene proposto dal presidente del Consiglio, nominato dal capo dello Stato e niente sulla carta garantisce che debba essere dello stesso partito di quello uscente. Ma un accordo potrebbe portare a questo esito. Tra i possibili sostituti ci sarebbe Massimo Bitonci. L’ex sindaco di Padova ha ricoperto lo stesso incarico di Durigon sotto il primo governo Conte. Finita quell’esperienza, oggi è fuori dai giochi politici. Un suo ritorno in scena potrebbe però alterare gli equilibri leghisti soprattutto in Veneto. A maggior ragione perché, pare, non abbia ottimi rapporti con il governatore Luca Zaia. Tuttavia, al di là delle simpatie personali, proprio Bitonci potrebbe essere una buona sponda alla causa del federalismo che tanto hanno a cuore i leghisti del nord. In alternativa a Bitonci, si vocifera il genovese Edoardo Rixi: ‘costretto’ a dimettersi da viceministro alle Infrastrutture per la condanna sulle cosiddette spese pazze in Liguria, a marzo è stato assolto in appello (“il fatto non sussiste”) e potrebbe essere ‘risarcito’ così. Oltre alle beghe interne, Salvini continua a subire il pressing della rivale e alleata Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia lo marca stretto non solo nei sondaggi ma anche nelle battaglie politiche. Con la differenza che lei, dall’opposizione, può andare avanti in extremis, la Lega di governo no. Forse anche per concentrarsi di più sulla competizione nel centrodestra. Per la prima volta dal 1993 Salvini non si candiderà al Consiglio comunale di Milano. Ha rinunciato all’ipotesi di agosto (“Se servo, mi candido”), per far posto a una donna, che sarà un’esponente della società civile.
Elio Vito, deputato di Forza Italia, ha scritto recentemente su Twitter: “Se Durigon non si dimette, propongo una manifestazione nazionale a Latina, al Parco Falcone-Borsellino, per difendere i valori dell’antifascismo e dell’antimafia”. Dunque, se Durigon non si fosse dimesso, si sarebbe aperto un problema anche all’interno del centro destra.
Definendo Arnaldo Mussolini una figura chiave delle radici della storia cittadina, il leghista che si trovava al fianco di Salvini durante il comizio del 4 agosto, ha riportato alla luce un pezzo di storia italiana tra le sue pagine più buie.
Solo conoscendo la realtà dei fatti che accompagna questo nome del passato nazionale fascista è possibile però capire la gravità delle affermazioni pronunciate pubblicamente da Claudio Durigon a due mesi dalle elezioni comunali, strizzando un occhio ai neofascisti.
Durigon, durante il comizio ha detto: “La storia di Latina è quella che qualcuno ha voluto anche cancellare, cambiando il nome a quel nostro parco che deve tornare ad essere il parco Mussolini. Su questo ci siamo e vogliamo andare avanti”.
É dall’estate del 2017 che quel parco non porta più il nome del fratello del duce ed è invece dedicato alla memoria di due magistrati vittime della mafia che tutto il Paese ha imparato a conoscere: Falcone e Borsellino.
Riscrivere quella targa con il nome di due magistrati che hanno dato la vita per i loro ideali è stato sicuramente un passo avanti nella democrazia.
Interrogando la storia, si scopre che Arnaldo Mussolini, fratello minore di Benito Mussolini, era un fervente sostenitore del fascismo e braccio destro del duce nelle sue campagne di propaganda nazionale. Grazie all’incarico affidatogli dallo stesso Benito, Arnaldo ha controllato la stampa italiana da più fronti.
Come riporta la Treccani, nell’ottobre 1922 Benito gli affida la direzione del Popolo d’Italia, malgrado fino a quel momento non avesse mai svolto attività di giornalista. L’obiettivo di questa prima operazione era sostenere l’immagine ideale del regime mussoliniano attraverso una fonte d’informazione di spessore.
Da lì la progressiva ascesa e colonizzazione del settore mediatico ebbe inizio: prima con la presidenza della Commissione superiore per la stampa e dell’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti, poi con la direzione de Il Resto del Carlino, Secolo-Sera e L’Ambrosiano. Per far risuonare le ideologie fasciste anche attraverso altri mezzi, Mussolini lo indicò come vicepresidente dell’Ente italiano per le audizioni radiofoniche (EIAR).
Detenendo un tale controllo è difficile credere che possa essere definito solo un semplice cittadino illustre del litorale laziale.
Se in molti casi, nonostante queste evidenti prove di collaborazione, lo si è però dipinto o fatto passare come una figura marginale, disinteressata e con un peso irrilevante nelle vicende nazionali, possiamo dire che sono le sue stesse parole a smentirlo.
Gli archivi storici di Banca Intesa San Paolo di Milano riportano un documento in cui si vantava di essere «il destro dei più destri», senza contare le sue lettere familiari in cui scrisse «chi tradisce perisce» o dove ancora si autoproclamava «uno dei migliori cardini della rivoluzione».
Il cambiamento nella toponomastica a favore di personaggi fascisti, così come evidenzia anche il presidente nazionale dell’Anpi, Gianfranco Pagliarulo, è una tendenza preoccupante che passa in sordina , vedesi il caso Almirante ad Alessandria, ma non per questo può continuare ad avere poco rilievo nel dibattito pubblico.
Il valore simbolico che queste attribuzioni hanno è più grande di quanto potrebbe sembrare da una veloce lettura. La toponomastica è anche una efficace espressione di pedagogia. I termini che scegliamo di usare definiscono il nostro orientamento culturale, le nostre priorità sociali e le ideologie condivise.
Per questo la Costituzione della Repubblica è apertamente antifascista, perché le leggi che fondano uno Stato rispecchiano i valori a cui la collettività ha deciso d’ispirarsi.
Se una branca se ne discosta, il dissidio interno s’infiamma. Ancor prima di uno scontro diretto, come ci insegna la stessa vita di Arnaldo Mussolini, le dottrine passano dalle parole e dalla risonanza che diamo loro nella nostra quotidianità.
Bisognerebbe riflettere su aspetti culturali che non sono stati ancora sconfitti come la cultura dell’oppressione che ha frenato l’emersione della cultura democratica basata sul rispetto reciproco e sull’osservanza delle leggi.
Purtroppo, se persone come Durigon vengono elette in Parlamento è perché gli italiani li eleggono. La sinistra dovrebbe interrogarsi sul perché di questo fenomeno sociale e forse un pò di autocritica non farebbe male.
In tutto questo dibattito politico, poiché è stato commesso il reato di apologia di fascismo, è compito della magistratura indagare ed aprire un processo nei confronti di Durigon, dopo, ci sarebbero state le conseguenze. Il fatto c’è stato, è di dominio pubblico, è stato riportato da diversi organi di stampa, ci sono tutti gli elementi affinché possa indagare la Procura della Repubblica di Latina, territorialmente competente.
Poi, se ci sono anche connivenze tra il gruppo politico di Durigon e la criminalità organizzata, è anche compito della Commissione antimafia indagare.
L’affare Durigon ha creato non pochi problemi anche per l’unificazione del centro destra proposta da Berlusconi. E’ emersa un’evidente incompatibilità tra il pensiero libertario di Forza Italia e quello di ispirazione neofascista a cui Durigon ha fatto da sponda.
Nessuna speculazione politica sulla vicenda Durigon, ma solo la volontà di fare Giustizia su un piano civile, storico, umano, morale e giudiziario. Chiedere alle istituzioni ed alla magistratura di assolvere ai propri doveri è un diritto inalienabile ed irrinunciabile per l’applicazione delle leggi vigenti. In questo caso si dovrà tenere conto anche dell’art 96 della Costituzione: “Il Presidente del Consiglio dei ministri ed i ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale”.
In Parlamento c’è la maggioranza necessaria per la preventiva autorizzazione formata sostanzialmente da PD, M5S e Forza Italia, a cui va aggiunto Psi e qualche altro parlamentare dei gruppi misti.
Così Claudio Durigon si è dimesso da sottosegretario all’Economia, mettendo fine alla bufera politica scatenata dalla sua proposta di intitolare ad Arnaldo Mussolini, fratello del Duce, un parco di Latina già dedicato ai giudici Falcone e Borsellino.
In una lettera aperta l’esponente leghista ha spiegato: “Per uscire da una polemica che sta portando a calpestare tutti i valori in cui credo, a svilire e denigrare la mia memoria affettiva, a snaturare il ricordo di ciò che fecero i miei familiari proprio secondo quello spirito di comunità di cui oggi si avverte un rinnovato bisogno, ho deciso di dimettermi dal mio incarico di governo che ho sempre svolto con massimo impegno, orgoglio e serietà”.
Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha ringraziato Durigon avvertendo: “A differenza di altri lascia la poltrona per amore dell’Italia e della Lega, e per non rallentare il lavoro del governo, messo irresponsabilmente in difficoltà per colpa di polemiche quotidiane e strumentali da parte della sinistra. Contiamo che questo gesto di responsabilità e generosità induca a seria riflessione altri politici, al governo e non solo, che non si stanno dimostrando all’altezza del loro ruolo”. Secondo quanto ha detto Matteo Salvini, Durigon assurge ad eroe e vittima.
Il sottosegretario dimissionario ha ammesso di aver fatto errori di comunicazione escludendo di essere fascista. Si è così giustificato: “E’ chiaro che, nella mia proposta toponomastica sul parco comunale di Latina, pur in assoluta buona fede, ho commesso degli errori. Di questo mi dispiaccio e, pronto a pagarne il prezzo, soprattutto mi scuso. Mi dispiace che mi sia stata attribuita un’identità “fascista”, nella quale non mi riconosco in alcun modo. Non sono, e non sono mai stato, fascista. E, più in generale, sono e sarò sempre contro ogni dittatura e ogni ideologia totalitaria, di destra o di sinistra: sono cresciuto in una famiglia che aveva come bussola i valori cristiani. Mi dispiace soprattutto che le mie parole, peraltro lette e interpretate frettolosamente e superficialmente, abbiano potuto portare qualcuno a insinuare che per me la lotta alla mafia non sia importante. Tuttavia, al di là dei miei errori di comunicazione (nella forma), nella sostanza sono stato strumentalmente attaccato per aver proposto di salvare la memoria storica. Sono stato attaccato per il fatto di voler ricordare lo sforzo e l’impegno di così tanti italiani, con grande amarezza, che esistono professionisti della strumentalizzazione che hanno usato le mie parole per attribuirmi a tutti i costi un’etichetta che non mi appartiene, con l’unico fine di colpire me e il partito che rappresento”.
Durigon sembra quasi che non sapesse chi era Arnaldo Mussolini. L’esponente della Lega, come se stesse giocando a scacchi, ha aggiunto: “Tutta questa polemica sta diventando l’alibi di chi, in malafede, intende coprire altri problemi: mi riferisco in particolare ai limiti del Viminale (piu’ di 37.000 sbarchi dall’inizio dell’anno contro i 17.500 del 2020 e i 4.800 del 2019, per non parlare dello scandalo del rave abusivo), o delle incredibili parole di Giuseppe Conte sul dialogo con i talebani. E i vari professionisti della strumentalizzazione sono gli stessi che ancora oggi troppo spesso tacciono quando si negano i massacri delle Foibe, o appoggiano Paesi e organizzazioni che inneggiano all’uccisione degli ebrei e alla cancellazione dello Stato di Israele. Gli Italiani da noi e dal governo si aspettano soluzioni, non polemiche. Quindi faccio un passo a lato, per evitare che la sinistra continui a occuparsi del passato che non torna, invece di costruire il futuro che ci aspetta. Io continuo, anche senza il ruolo di sottosegretario, a lavorare per difendere ‘Quota 100’ e impedire il ritorno alla legge Fornero, e a ottenere saldo e stralcio, rottamazione e rateizzazione per i 60 milioni di cartelle esattoriali che rischiano di partire da settembre, massacrando famiglie e imprese. Non solo. Il tempo che non passerò più al ministero lo dedicherò anche alle mie amate comunità di Latina e Roma: hanno bisogno di progetti, efficienza, sicurezza e lavoro, non di incapacità e polemiche. Da militante fra i militanti, avrò anche più tempo per raccogliere firme per i Referendum sulla Giustizia fino a settembre, così da arrivare a un milione di firme”.
Durigon si è dimesso, ma grida vendetta, anche verso i misfatti delle dittature comuniste nel mondo sulle quali gli ex comunisti italiani continuano a tacere.
Nel frattempo, le conflittualità della Lega all’interno della compagine governativa sono in aumento. Un altro motivo che impegnerà ulteriormente Draghi in un percorso virtuoso.
Quello che preoccupa maggiormente nel Paese sono i rigurgiti del fascismo ed una non sufficiente divulgazione mediatica della cultura, dei valori e di una educazione politica democratica.

 

Salvatore Rondello

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply