domenica, 19 Settembre, 2021

Educare alla pace e alla libertà. Una storia italiana negli anni bui del fascismo

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Carmelo Salanitro (Adrano 1894 Mauthausen 1945) professore di lettere classiche, ex militante del Partito popolare, pacifista e antifascista, nel 1937, dopo avere peregrinato per diverse scuole della Sicilia, era approdato al Liceo classico Mario Cutelli di Catania per insegnare latino e greco. In maniera coerente con chi aveva “sempre ritenuto stretto dovere dell’individuo non adagiarsi in una inerzia morale che è peggiore della morte”, Salanitro nel 1940 era diventato un attivo propagandista contro la guerra e il fascismo. Scriveva infatti a macchina bigliettini che incitavano alla pace, alla libertà, alla democrazia e prendevano di mira Mussolini: “Tigre assetata di sangue, morte a Mussolini”, e il fascismo: “Ladro e affamatore,(…) ha portato miseria, tasse, soprusi,(…) ci ha spogliati come un brigante”. Trascritti in molteplici copie, Salanitro lasciava cadere i suoi manifestini pacifisti sui banchi di scuola, li infilava di nascosto nei soprabiti dei suoi studenti, nelle cassette della posta, li faceva circolare nei caffè di Catania e di Adrano, perfino in un orinatoio pubblico. Come tanti insegnanti antifascisti che durante la dittatura avevano sperimentato svariate forme di ribellione pedagogica, l’espediente di Carmelo Salanitro non era poi del tutto ingenuo. Il docente del Cutelli aveva intuito il ruolo che la scuola giocava nel processo di fascistizzazione della società seguito all’avvento al potere di Benito Mussolini. Di qui il suo andare contro la ”educazione guerriera” che vigeva nelle aule scolastiche del tempo, tesa ad annullare la personalità degli individui e a preparare i giovani alla “ineluttabilità della lotta tra popoli (…) feconda al progredire dell’umano incivilimento”, come recitavano i documenti ufficiali. Ma al Liceo Cutelli, così come in tante altre scuole d’Italia, dove i docenti venivano puntigliosamente osservati e schedati dai loro zelanti superiori, che rilevavano se insegnavano a fare il saluto romano in modo fervido, tiepido o sospetto, se rifiutavano di indossare la divisa e di donare alla patria la fede nuziale, la condotta del professore Salanitro non era sfuggita al suo preside Rosario Verde, che si accorse dei manifestini, scoprì l’autore e lo denunciò alle autorità fasciste, che lo sorpresero nell’atto di depositare i suoi foglietti in un luogo pubblico. Arrestato e condannato a 18 anni di carcere, Salanitro fu subito condotto nel penitenziario di Civitavecchia e poi, nel 1943, in quello di Sulmona, dove lo colse la caduta del fascismo. Trattenuto per mere ragioni burocratiche in carcere, subito dopo l’8 settembre Salanitro fu consegnato ai tedeschi, che lo deportarono a Dachau, nei campi trincerati di S. Valentino in Austria, e infine a Mauthausen, dove morì nella notte tra il 24 e il 25aprile del 1945. La cronica mancanza di memoria storica che affligge il nostro Paese e il silenzio del mondo cattolico verso chi era stato fortemente critico verso la Chiesa asservita al fascismo, per troppi anni hanno contribuito a tenere nell’ombra una vicenda la cui valenza va oltre i confini della Sicilia. La storia di Carmelo Salanitro, tenuta in vita dalla famiglia e dalle comunità civiche dei luoghi in cui il docente siciliano visse e insegnò e da scritture storiche e memorialistiche per lo più locali, nell’immediato Secondo dopoguerra conobbe l’onta di una penosa appendice. Il preside Rosario Verde, che aveva denunciato Salanitro a due poliziotti dell’Ovra, condannato nell’ottobre del 1945 a tre anni di confino dalla commissione provinciale per l’epurazione, nel 1949 fu riammesso in servizio e assegnato a un Istituto Magistrale in Calabria. Nell’Italia postbellica la volontà di inchiodare alle loro colpe e punire i personaggi del mondo della politica, della cultura e della scuola compromessi con il fascismo era assai diminuita. Diciamo pure che si era come volatilizzata. Erano altre le priorità che premevano ai partiti di massa (DC, PCI, PSI), attenti a interpretare le esigenze di strati profondi della collettività, ma non altrettanto sensibili a ripensare la democrazia in Italia. Non a caso per diversi anni la scuola dell’Italia repubblicana sarà simile a quella fascista e poco intenzionata a cambiare. Lo dimostra bene il fatto che in un settore delicato come quello dell’editoria scolastica non ci fu nessuna concreta defascistizzazione. Ma questa è un’altra storia, al silenzio colpevole che per troppi anni ha circondato il martirio di Carmelo Salanitro strettamente collegata.
Lorenzo Catania

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