domenica, 28 Novembre, 2021

Europa. Il peccato originale e le sue conseguenze

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L’Europa d Bruxellesi oggi mostra sempre più i segni di una paralisi. E in tutte le direzioni. In un contesto in cui, che si tratti di politica estera e di difesa o di economia, di diritti civili o di migranti, il contrasto di fondo è tra Europa occidentale, quella a 15 e quella orientale, quella a 12. E in cui questo confronto non è suscettibile di soluzioni, all’interno di un’istituzione fondata sulla regola dell’unanimità.
Ciò alimenta un generale senso di frustrazione; che, non potendo ritornare sul passato, si scarica sul futuro; e cioè su paesi rimasti in fondo alla coda: dall’Albania ai paesi della ex Jugoslavia. Che stanno fuori dalla porta e lì rimarranno per un bel pezzo. Anche se ciò li renderà vulnerabili da ogni tipo di scorrerie.
Ci si dirà che, nelle circostanze date e dopo la caduta del muro di Berlino, l’apertura ad Est, e, in prospettiva, l’unificazione dell’Europa, rappresentava, per i popoli rimasti al di là della cortina di ferro, una promessa che non si poteva non mantenere. Sta di fatto, però, che i criteri adottati per tenere fede a questa promessi si sarebbero rivelati, nel corso del tempo, clamorosamente errati. Anche perché frutto di un’euforia intellettuale che aveva fatto perdere a tutti il senso della realtà. E che si sarebbe protratta fino all’entrata nel nuovo secolo. Alimentando la convinzione, dimostratosi poi erronea, che il “modello comunitario”fosse destinato ad essere appetibile per chiunque, dai paesi baltici alla Turchia e, perché no, fino ai paesi del Nord Africa. Eravamo diventati, dopo il 1945, insieme liberali, democratici, uniti e pacifici. E così sarebbe stato per i paesi dell’Est dopo il 1989. Il nostro compito era semplicemente di insegnarli le vie e le regole del libero mercato e dello stato di diritto; che, una volta completamente messe in atto, avrebbero consentito l’ingresso nella nostra comunità. L’insegnamento e il relativo processo di apprendimento, sarebbero stati, però, lenti ed irti di ostacoli, così da protrarsi, mediamente, per 10/15 anni.
Un arco di tempo durante il quale sarebbero successe una serie di cose che avrebbero radicalmente mutato il quadro iniziale. A cominciare dalle guerre jugoslave dove Francia e Germania si trovarono su due fronti opposti, in un contesto in cui né l’Europa né l’Onu furono in grado di far cessare il conflitto o di limitarne la ferocia.
Un vuoto riempito dagli Stati Uniti. Prima con il sostegno pieno alla controffensiva croata. Poi con gli accordi di Dayton. E, infine, punto di rottura fondamentale, con la guerra del Kosovo: il primo di una lunga serie di “interventismi democratici”; e, soprattutto, il venir meno, per decisione di Washington, di uno dei pilastri degli accordi di Helsinki, il rispetto delle frontiere ereditate dalla seconda guerra mondiale.
Fu quello, anche, il primo anello di una catena che avrebbe legato i paesi dell’Est non già all’Europa ma agli Stati Uniti; a partire da un’entrata nella Nato avviata già negli anni novanta e, comunque, in tempi assai più rapidi di quelli dell’entrata nella Comunità, poi Unione Europea.
Un primo segnale del futuro che ci attendeva. Ma, sempre nel clima dell’epoca, archiviato come semplice incidente di percorso. Perché, sugli altri fronti, le cose sembravano procedere per il meglio.
E questo soprattutto nella cosiddetta Europa baltica. Un’area basata sull’asse Germania-Polonia con diramazioni a Nord fino a Tallinn e a Sud fino all’Ungheria. Qui il sogno sembra materializzarsi. Una Polonia amica della Germania e sulla via della pacificazione con la Russia. Una “ruptura pactada” o, comunque, pacifica, simile a quella realizzata in Spagna, come in Brasile e Argentina. I partiti comunisti che abiurano il comunismo e, in cambio, ottengono una piena agibilità, personale e politica; al punto di potere guidare, con tutto lo zelo necessario, il processo di privatizzazione e di liberalizzazione dell’economia. Processo, per inciso, in atto anche in Russia ( e, sempre per inciso, con effetti assai più dirompenti).
Nel contempo, i paesi dell’Est cominciano a fruire di tutti i vantaggi del “modello Maastricht ; quelli del dumping fiscale e sociale e nel contempo, dei sostegni allo sviluppo.
Siamo nel “trip” della “magnifiche sorti e progressive”. Con un campo aperto verso l’Est ma anche verso il Mediterraneo: grazie anche all’impegno europeo e alla benedizione americani, israeliani e palestinesi stanno aprendo un cammino che li porterà alla pace; mentre si aprono le porte alla Turchia di Erdogan, fautore di un Islam democratico.
Ora, a trent’anni data, di tutto questo non rimane nulla. Ma proprio nulla.
Ai “due popoli due stati” non crede più nessuno. La Turchia ci ha voltato le spalle e ci disprezza.
E, per tornare all’Europa, l’Est ci rivela un volto o meglio svela un passato che noi avevamo dimenticato.
I liberalcomunisti, allora al potere, sono stati travolti dalla collera popolare per la loro politica liberista, fonte di crescenti e intollerabili disuguaglianza, insieme sociali e territoriali. In conseguenza di ciò, la sinistra è scomparsa dalla scena politica: caratterizzata dallo scontro tra populisti/sovranisti e liberali europeisti; e segnata dalla presenza di un’infinità di liste “ad personam” e dai connotati bizzarri, se non apertamente qualunquisti.
Risorgono, dopo un silenzio di decenni, le antiche fobie. Antirusse, antimigranti, anticosmopolite; e, di riflesso antisemite. In un contesto in cui l’Europa è utilizzata appieno come risorsa economica ma ripudiata come portatrice di valori e sostenitrice di diritti. E risorge anche la nostalgia per i regimi nazionalisti e semifascisti degli anni venti e trenta del secolo scorso.
Resistono pertanto i legami economici e le relative opportunità. Mentre, politicamente e militarmente, i punto di riferimento rimangono la Nato e gli Stati Uniti. Segnati anch’essi, come vedremo, dall’immobilismo politico e, conseguentemente , dal predominio del complesso militare/industriale e di sicurezza.
Sarà, allora, lo segnaliamo agli europeisti in s.p.e, lo sbarramento, oggi come oggi totale, opposto a tutti i progetti di crescita e di trasformazioni dell’identità europea. Come avremo modo di vedere nelle prossime note.

 

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