domenica, 17 Ottobre, 2021

Firenze. Verrocchio: non solo il maestro di Leonardo

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Chi potesse gettare uno sguardo curioso nella più operosa e dinamica bottega della Firenze degli anni Sessanta e Settanta del Quattrocento, vi scorgerebbe dei giovani talentuosi – Botticelli, Ghirlandaio, Perugino, Leonardo – intenti all’ardita sperimentazione di tecniche e materiali diversi, dal disegno alla scultura in marmo, dalla pittura alla fusione in bronzo. A far loro da maestro, ispiratore e nocchiero un certo Andrea di Michele Cioni, più noto come Andrea del Verrocchio.

Nella Storia dell’Arte solo Giotto, Donatello e Raffaello hanno creato una fucina di artisti paragonabile a quella del Verrocchio: non più bottega medievale ma quasi accademia, aperta e generosa, capace di far dialogare le arti congeneri e plasmare il linguaggio del Rinascimento italiano e, indirettamente, la Maniera Moderna di Raffaello e Michelangelo.

Ultimo grande allievo del vecchio Donatello e suo grande successore, il Verrocchio apprese l’intaglio marmoreo da Desiderio da Settignano, la cui morte precoce gli lasciò campo libero per affermarsi come poliedrico artista, prediletto dai Medici. Verrocchio li servirà per un quarto di secolo: come orafo, “dipintore”, “architettore”, “scarpellatore”, “lapidarius”, “marmorarius” e bronzista; fiero delle sfide quasi inumane e quintessenza figurativa della Firenze umanistica. Un eroe nascosto, maestro di tutti i più grandi, e in particolare di quel prototipo del genio universale che è stato Leonardo da Vinci.
Ma proprio l’allievo più incensato ha gettato ombra sul suo maestro, rimasto vittima dell’insofferenza del biografo Vasari, bramoso di far emergere per comparazione l’eccellenza del Vinciano, a costo di addebitare al Verrocchio un eccesso di studio e di maniera.

Se la “sfortuna” critica, dal Vasari in poi, possa far dubitare del valore di Verrocchio, per fugare ogni riserva basti riflettere sul vantaggio che evidentemente ne trasse il Vinciano, sì da indurlo a trattenersi nella bottega del maestro fino all’età di 30 anni.

Nel cinquecentesimo anniversario della morte di Leonardo e, in contemporanea con le manifestazioni che al campione di Vinci sono dedicate in tutto il mondo, Verrocchio finalmente riprende il posto che gli compete: non in antitesi con il suo miglior allievo, ma nella corretta giustapposizione tra chi insegna e chi impara, tra chi educa e chi si giova dell’alta istruzione per far sbocciare il proprio maggior talento.

In un suggestivo contrappunto fra opere plastiche e disegni, dipinti e marmi, la prima mostra monografica dedicata al Verrocchio – aperta nel fiorentino Palazzo Strozzi, con una sezione speciale al Museo del Bargello – onora un artista abile e versatile, almeno quanto il suo più celebre e celebrato allievo.

L’esposizione apre mettendo a confronto due ‘Giovane gentildonna’, l’una di Desiderio e l’altra di Verrocchio, con la ‘Dama dal mazzolino’ del secondo, per illustrare come il ritratto femminile in busto costituisse arduo e fecondo banco di prova per entrambi, e al contempo rimarcare il caposcuola indiscusso che Verrocchio divenne: maestro di molti, e non solo di Leonardo. Ma proprio del Vinciano, esemplarmente accostate, ecco delle ‘Braccia e mani femminili’, prestito dalle collezioni reali inglesi, forse uno studio preparatorio per la perduta porzione inferiore della famosa “Ginevra de’ Benci”.
L’apice pittorico di Verrocchio rende trasparenti i gioielli, carezza le carni, intaglia i panneggi con la luce. La ‘Madonna di Volterra’ è destinata a lasciare, per qualità e autorevolezza, un segno decisivo sui suoi allievi, ai quali è stata in passato attribuita, prima che il restauro la restituisse appieno al padrone della bottega.
E mentre tutti si cimentavano a imitarne la naturalezza apparente coniugata a un artificio studiato, nelle sottili capacità illusive di una nuova eleganza aristocratica, Verrocchio era già oltre: deposti i pennelli, si volgeva a completare il bronzo della teatrale ‘Incredulità di san Tommaso’ per l’Orsanmichele. Nelle parole di un cronista dell’epoca, “la più bella testa del Salvatore ch’ancora si sia fatta”: pronta a far da modello per quasi mezzo secolo di busti in terracotta, in stucco e in gesso plasmati da seguaci e rivali.

Da segnalare, presentata in diretto dialogo con una selezione di drappeggi dipinti su lino, una ‘Madonna col Bambino’, enigmatica terracotta dal Victoria and Albert Museum, che il curatore Caglioti propone come l’unica scultura esistente attribuibile al giovane Leonardo, modellatore in argilla nella bottega verrocchiesca. E proprio nelle pieghe curatissime, secondo Caglioti, si ritrovano i prodromi del Vinci pittore e scienziato, il genio assoluto che si apre alle sconfinate aperture e profondità dei paesaggi.

Tra tanta bellezza, nel visitatore più attento potrebbe, infine, sorgere un dubbio: se, nel vedersi eguagliato e finanche superato dai propri discepoli, abbia prevalso l’uomo Cioni o l’artista Verrocchio; se abbiano vinto l’invidia livorosa o l’affetto, il tarlo dell’astio o la pace. Si può uscire da questa mostra con in testa l’eco dantesca di un altro famoso confronto: “Credette Cimabue ne la pittura / tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, / sì che la fama di colui è scura”.

Giovi, allora, ricordare il clima culturale di quel tempo straordinario in cui si sviluppò la bottega verrocchiesca. In riva all’Arno passeggiavano sottobraccio Pico della Mirandola e Angelo Poliziano. Con i padri conciliari della Chiesa greca erano giunti i manoscritti dell’antica tradizione alchemica orientale. Su incarico di Cosimo il Vecchio, Marsilio Ficino traduceva il “Corpus Hermeticus” del leggendario Ermete Trismegisto: il “Tre volte grande”, dio Thoth degli antichi Egizi, patrono delle scienze e guida delle anime nell’Aldilà.

Non sapremo mai la verità, e men che meno dalla boccaccia del Vasari; ma se il comprensibile turbamento del maestro Cioni abbia mai potuto trasfigurarsi nell’accettazione dell’eterno divenire dell’arte e nella serena consapevolezza di un’elevazione dell’anima, allora l’uomo Verrocchio, al pari del genio di Vinci, merita davvero un posto d’onore nel Pantheon degli Illustri.

A Firenze, fino al 14 luglio 2019, dunque, ‘Verrocchio, il maestro di Leonardo’. Una mostra promossa e organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi e Museo del Bargello, in collaborazione con la National Gallery of Art di Washington (dove si sposterà dal settembre 2019), con il sostegno di Comune e Camera di Commercio di Firenze, la Regione Toscana ed il contributo della Fondazione CR Firenze. Catalogo Marsilio Editori. Anche su www.palazzostrozzi.org

Roberto Pagano e Alessandro Golin

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