martedì, 15 Giugno, 2021

Fmi, il Pil italiano nel 2021 salirà del 4,2%

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Nella nota finale pubblicata dallo staff del Fondo monetario internazionale al termine dell’annuale missione ispettiva sull’economia del nostro Paese si legge la seguente stima: “Il Pil italiano potrebbe crescere di circa il 4,25% nel 2021, con un debole avvio seguito da un’accelerazione nell’ultima parte dell’anno”.
Secondo la rilevazione del Fondo: “Le prospettive dell’economia italiana sono legate all’andamento della pandemia e delle politiche di sostegno e rimangono incerte. Il crescente numero di vaccini autorizzati e il programma di immunizzazione in corso forniranno una via di uscita dalla pandemia, sebbene le mutazioni che stanno emergendo potrebbero causare frenate”.

 

Secondo i tecnici del FMI: “Il ritorno alle condizioni pre-Covid nella maggior parte dell’economia, rinforzato dalle spese sostanziali previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, potrebbero far accelerare l’attività economica ben al di sopra della tendenza di medio periodo. Tuttavia, molte imprese potrebbero dover far fronte a un eccesso di debito e potrebbero essere costrette a chiudere, causando un aumento della disoccupazione se i ricollocamenti e la nascita di nuove imprese sarà lenta. Una considerevole incertezza circonda lo scenario di base. Nel breve termine, una vittoria più veloce sul Covid attraverso un’accelerazione delle vaccinazioni, sia in Italia sia a livello internazionale, porterebbe avanti l’immunizzazione di gregge e potrebbe sostenere la domanda, con l’attività in grado di superare i suoi livelli pre-Covid già quest’anno. L’ampio pacchetto fiscale degli Stati Uniti è un ulteriore sostegno verso l’alto. L’efficiente utilizzo delle risorse del Next generation Eu accompagnato da una realizzazione di successo di riforme strutturali orientate a rilanciare la crescita potrebbe generare una più ampia e persistente accelerazione dell’attività nel medio periodo”.

Il FMI ha avvertito: “D’altro canto una risoluzione più lenta dell’emergenza pandemica ritarderebbe la ripresa, farebbe aumentare il debito delle imprese e i licenziamenti di lavoratori e preserverebbe elevati tassi di risparmio. Se poi la qualità del credito dovesse deteriorarsi marcatamente, la capacità delle banche di finanziare la ripresa potrebbe ridursi. Inoltre, un incremento dei tassi d’interesse statunitensi a lungo termine potrebbe far crescere i tassi d’interesse reali in Europa e in Italia più velocemente di quanto dovrebbe essere garantito dall’inflazione sottostante e dal persistente eccesso di capacità”.

Il Fondo di Washington ha preso atto: “La pandemia di coronavirus ha assestato un duro colpo agli italiani e alla loro economia, ma la tempestiva e decisa risposta delle autorità ha aiutato a fare da scudo. Grazie alle misure messe in campo dal governo e dalle autorità europee, il reddito disponibile aggregato dei cittadini è diminuito solo modestamente e molte aziende hanno conservato una liquidità adeguata. Non di meno l’incertezza e le preoccupazioni senza precedenti sul futuro provate da cittadini e imprese si riflettono in modo evidente nell’alto tasso di risparmio e nei bassi investimenti. Le spese necessarie per affrontare lo shock pandemico e assicurare la ripresa dovrebbero essere accompagnate da un piano credibile per ancorare una significativa, sebbene graduale, riduzione del debito una volta che la ripresa stessa sarà consolidata. Il settore pubblico ha appropriatamente assorbito gran parte delle perdite di reddito provocate dalla pandemia, ma le politiche dovranno essere raffinate man mano che la ripresa avanza”.

Secondo i tecnici dell’istituto di Washington: “L’uscita dalle misure di sostegno dovrebbe procedere in tandem con la ripresa ma gli aiuti dovranno rimanere disponibili fin quando la ripresa stessa non sarà pienamente stabilita”. In ogni caso, avverte il documento, lo spazio fiscale deve essere usato con prudenza. Assicurare che il sistema sanitario e il programma di vaccinazione siano adeguatamente finanziati è la priorità assoluta”.
Secondo il Fmi: “Se la domanda nei settori più colpiti dalla pandemia rimarrà debole anche quando la crisi sanitaria sarà passata, uno stimolo alla domanda mirato ma temporaneo alla domanda potrebbe aiutare la ripartenza dell’attività sbloccando i risparmi accumulati, incoraggiando le attività a riaprire, riportando i dipendenti al lavoro, generando incassi fiscali addizionali e, in definitiva, riducendo le future cicatrici”.
Per i tecnici dell’istituto di Washington: “Una strategia credibile per ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil richiede riforme ben identificate per accelerare la crescita e aumentare l’efficienza e l’equità della spesa pubblica e del sistema fiscale”.

Alla stima prudente ed ottimistica del Fmi che si potrebbe manifestare al verificarsi delle condizioni di efficienza ed efficacia necessarie per migliorare il Paese, bisognerà avere presente anche la foto scattata dalla Banca d’Italia sui comportamenti di consumo che continuano a risentire fortemente dell’emergenza sanitaria e spingono in basso la domanda interna.

L’analisi dei dati emerge dalla terza edizione dell’indagine straordinaria sulle famiglie italiane nel 2020 condotta dalla Banca d’Italia, secondo cui la spesa effettuata nel novembre scorso per abbigliamento, alberghi, bar e ristoranti è inferiore al periodo precedente la pandemia per circa l’80 per cento delle famiglie; quella in servizi di cura della persona per circa due terzi di esse. La flessione dell’insieme di queste voci di consumo ha interessato in misura maggiore le regioni che al momento della rilevazione erano in zona rossa e arancione.

Secondo Bankitalia: “Poco meno della metà di coloro che hanno ridotto tali spese, indica che la contrazione dipenda dalle minori disponibilità economiche. Tra le altre motivazioni prevale la paura del contagio, indipendentemente dalla severità dei provvedimenti restrittivi nella regione di residenza. L’effetto delle misure di contenimento è nel complesso meno rilevante, anche se più accentuato per le famiglie che risiedevano nelle zone rosse al momento dell’indagine. L’accantonamento di risorse per fronteggiare eventi imprevisti ha maggiore rilievo nelle zone gialle”.
Poco meno di un terzo delle famiglie italiane pensa di ridurre i consumi per alimentari, abbigliamento e calzature e beni e servizi per la casa nei primi mesi del 2021; tra questi, per circa la metà la contrazione della spesa sarebbe inferiore al 20 per cento, per poco meno di un terzo sarebbe superiore al 30 per cento. Quasi la metà delle famiglie che intendono comprimere tali spese dichiara di voler acquistare beni di qualità inferiore; i tre quarti pensano di modificarne la quantità. Le aspettative di flessione dei consumi interesserebbero soprattutto i nuclei che al momento dell’intervista risiedevano nelle regioni rosse e arancioni e anche poco più di un quarto di coloro che si aspettano un incremento di reddito nel 2021. Dopo aver temporaneamente risentito dell’andamento sostenuto dei prezzi dei beni alimentari tra marzo e aprile, la percentuale di famiglie che si attende un aumento dei prezzi nei prossimi 12 mesi è diminuita di oltre 10 punti percentuali, attestandosi al 67 per cento nella seconda e terza rilevazione.
Nel frattempo, sono già aumentati i prezzi dei beni della domanda primaria (energia elettrica, gas, carburanti e prodotti alimentari).

Questi altri aspetti della realtà, inevitabilmente, inducono ad essere meno ottimisti sulle previsioni di stima del FMI. Inoltre, va ricordato ai lettori che il perdurare della pandemia ha già reso insufficienti i fondi disponibili per risarcire direttamente i danni economici subiti dai diversi settori economici del Paese.

 

Salvatore Rondello

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