martedì, 20 Aprile, 2021

Lanchester: “Afflitti da ipercinetismo elettorale”

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Anche se le prossime elezioni politiche sono dietro l’angolo, cioè possono tenersi in primavera dell’anno prossimo, dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, o in primavera 2023, scadenza naturale della legislatura, manca ancora una nuova legge elettorale che ridisegni l’impianto di Camera e Senato in linea con la nuova realtà sancita dal referendum costituzionale del settembre 2020, che ha approvato la riduzione dei deputati, da 630 a 400, e dei senatori, da 315 a 200.

Evidente che non si può andare alle urne con la vecchia legge elettorale, ma i partiti sono ancora in fase di pourparler (e chi ha seguito la serie dei film sui Pirati dei Caraibi può fare tutti i paragoni che vuole). Forse la situazione si sbloccherà in autunno, quando dai risultati delle amministrative arriverà un segnale importante sugli orientamenti degli elettori.

Nel frattempo, Enrico Letta, nuovo segretario del Pd, sta tessendo una tela che sembra riesca a mettere d’accordo Cinque Stelle, Forza Italia e Fratelli d’Italia, così da non scontentare nessuno e recuperare in Parlamento una maggioranza tanto ampia da sfiorare l’unanimità.
Hai visto mai che al buon Letta riesca il colpaccio che dagli anni Cinquanta non è mai riuscito a nessuno? Cioè, cambiare la legge elettorale senza rimetterci le penne?

Su questo tema, ostico ma fondamentale per ogni sistema democratico degno di questo nome, abbiamo intervistato il professor Fulco Lanchester, docente di Diritto costituzionale italiano e comparato all’università “La Sapienza” di Roma, costituzionalista e saggista che da sempre si occupa di rappresentanza politica, sistemi elettorali, forme di Stato e di governo, storia costituzionale e del pensiero giuridico italiano e tedesco. L’ultimo suo saggio, pubblicato nel 2020 da Cedam, è intitolato “La Costituzione sotto sforzo”.

 

Partiamo dalla mamma di tutte le domande: proporzionale o maggioritario? Storicamente, quale dei due sistemi elettorali si è dimostrato più affidabile per la stabilità di maggioranze e governi? O funziona meglio un mix fra i due sistemi?

«Il sistema elettorale in senso stretto costituisce una norma di regime, ovvero è uno strumento di riproduzione che dipende dalle stesse forze politiche che lo generano nei limiti della forma di Stato, condizionando anche la forma di governo.
Rappresentare o governare è l’alternativa della querelle che contrappose il filosofo John S. Mill e l’economista Walter Bagehot in Gran Bretagna negli anni Sessanta del secolo XIX, in coincidenza con il tema dell’allargamento del suffragio e l’inizio della politica di massa. Mill pensava che le elezioni servissero a rappresentare gli indirizzi esistenti nel Paese e che poi l’indirizzo politico si sarebbe individuato in Parlamento; Bagehot riteneva, invece, che l’atto elettivo fosse un complesso di scelte unitario (scelta di un rappresentante, di un partito, di un programma di una squadra di governo, di un leader).
La risposta ad una simile alternativa non è però né semplice, né schematicamente prescrittiva. Sono le condizioni concrete dei singoli ordinamenti che aiutano a formularla in base alla loro omogeneità sociale e politica».

 

Se non sbaglio, la Costituzione dà in esclusiva al Parlamento la potestà di varare una nuova legge elettorale. Quali sono le norme che regolano la materia? E ci sono i tempi tecnici l’approvazione? Altrimenti che succede?

«Il circuito democratico definito dalla Costituzione (artt. 1,3,48,49,56,57) individua nelle votazioni elettive lo strumento principale per l’esplicazione della sovranità popolare. La legislazione elettorale che le regola comprende vari cassetti. Il primo relativo all’elettorato attivo e passivo è individuato direttamente dalla Costituzione; il secondo relativo al meccanismo di trasformazione dei voti in seggi è affidato alle forze politiche parlamentari nell’ambito dei principi costituzionali, che prevedono anche all’art. 72, comma 4 la discussione del tema in Assemblea; il terzo relativo alla legislazione elettorale di contorno si occupa di temi relativi all’organizzazione della procedura elettiva, alla comunicazione, al finanziamento, al rimborso delle spese elettorali, ecc. Il primo ed il terzo cassetto si connettono con la forma di Stato di democrazia pluralista; il secondo costituisce una norma di regime, condizionata dai partiti politici, ma con i limiti della forma di Stato.
Per quanto riguarda i tempi il Codice di condotta elettorale del Consiglio di Europa (2002) prevede che nuove regole in materia possano essere introdotte almeno un anno prima delle elezioni. La Francia si è significativamente adeguata a questa previsione nel 2019 con la Legge 2019-1269».

 

Una nuova legge elettorale non è solo il disegno di collegi elettorali e numero di eletti. A seguire c’è tutta una normativa che non può essere né dimenticata né esclusa dalla riforma. Ce ne vuol parlare?

«Il mercato elettorale costituisce un’area dove il singolo avente diritto al voto per esprimere in maniera cosciente ed autonoma la propria volontà chiede e riceve informazioni e stimoli da altri individui e gruppi. L’organizzazione elettorale e le garanzie volte alla tutela della libertà, alla personalità e alla segretezza del voto devono collegarsi con una normativa che tuteli al massimo l’eguaglianza delle opportunità tra i concorrenti.
In sostanza si rischia di parlare sempre e solo di meccanismo di trasformazione dei voti in seggi e poco di comunicazione elettorale, finanziamento e rimborso delle spese e soprattutto di selezione infrapartitica delle candidature (già proposta in periodo costituente da Costantino Mortati)».

 

Ma una legge elettorale rispettosa della Costituzione, come ha chiesto più volte la Corte Costituzionale, è veramente così difficile da realizzare?

«La legislazione elettorale e, in particolare, il sistema elettorale in senso stretto vengono condizionati dai partiti politici. Nel nostro ordinamento esiste, però, oramai da tempo una partitocrazia senza partiti, generata dalla decadenza delle antiche famiglie politiche, dal formarsi di nuove fratture e dalla crisi di partecipazione che ha generato forte astensionismo e volatilità elettorale. In un simile contesto, dove la crisi dello Stato sociale potenzia le difficoltà della democrazia rappresentativa, cosicché la tendenza è quella a concentrare la riproduzione della rappresentanza nelle mani del Capo politico (cito la legge 270/2005) sulla base di interessi partigiani, svuotando ancor più la sostanza delle previsioni costituzionali.

 

Visto che siamo in argomento, quante volte è stata cambiata la legge elettorale in questi ultimi anni? Che lettura possiamo dare a questa anomalia tutta italiana?

«Se partiamo dal referendum del 18 aprile 1993, possiamo citare in sequenza una serie di atti normativi (comprendendo in essi anche le sentenze della Corte costituzionale) secondo la denominazione latineggiante introdotta da Giovanni Sartori: Mattarellum (1993), Porcellum (2005), Consultellum I (sent.1/2014 della Corte cost.), Italicum (2015), Consultellum II (sent. Corte cost.35/2017), Rosatellum I (2018), Rosatellum II (2020) ai sensi del decr. Legisl. n. 177 del 2020 che – dopo il referendum costituzionale del 20 settembre 2020 – ha ridefinito i collegi elettorali di Camera e Senato, in attuazione della delega recata dalla legge n. 51 del 2019.
Sette sistemi elettorali in senso stretto nel corso di 30 anni sono un primato negativo che evidenzia la patologia di un ipercinetismo elettorale compulsivo, non riscontrabile in alcun altro ordinamento democratico occidentale».

 

Le attuali emergenze causate dalla pandemia (sanitaria, economica e sociale) hanno anche causato un’emergenza politico-istituzione che rischia di farci diventare una democrazia azzoppata? Come e perché è nata questa situazione e quali correttivi per risolverla?

«La crisi finanziaria del 2008 ha ibernato nel 2011 il circuito partitico parlamentare di un ordinamento che non si era stabilizzato dopo la fine della prima fase della storia della Costituzione repubblicana (1948-1993). Al bipartitismo imperfetto pre-1994 era seguito il bipolarismo imperfetto (Berlusconi-Prodi), per poi evolversi – dopo l’intervento degli organi di garanzia interni ed esterni che hanno caratterizzato i governi Monti e Letta – nel bipersonalismo imperfetto, caratterizzato dalla azione di Renzi e dal fallimento del referendum costituzionale del 2016.
Con le elezioni del 2018, la crisi è risultata conclamata con il costituirsi di un alleanza bipopulista di governo (M5S e Lega) e poi di una Giallo-rosa (M5S -PD) in funzione anti-Salvini, presiedute entrambe da Giuseppe Conte. In occasione del governo Conte II l’accordo tra i partiti contraenti aveva prospettato una modifica elettorale di tipo proporzionalistica con clausola di esclusione, come contraltare della diminuzione dei parlamentari e dell’incremento della iniziativa legislativa popolare.
Dopo circa un anno e mezzo di silenzio sul tema del sistema elettorale, il nuovo segretario del Pd ha cambiato prospettiva prospettando un rilancio del Mattarellum. All’interno del partito democratico stanno rifacendosi vivi i sostenitori di sistemi a “doppio turno” con premio di maggioranza, che evidenziano progetti che paiono più messaggio infrapartitici o infracoalizionali che sistemici.
La realtà è che il centro-destra “di opposizione e di Governo” con il Rosatellum II ha tutte le garanzie di vincere alla “grande” con un premio implicito ben maggiore di quello che gli offrirebbe il sistema a doppio turno di coalizione con premio di maggioranza.
C’è quindi da mettere in conto l’alta probabilità di un’inazione in materia di sistema elettorale in senso stretto, che sarà acuita dall’instabilità senza sanzione che dai primi di agosto caratterizzerà il semestre “bianco”».

 

Nel post pandemia la Costituzione continuerà a essere la stella polare della nostra democrazia, oppure rischia di diventare marginale?

«La Costituzione è indubbiamente sotto sforzo da molto tempo, ma interpreta i valori del costituzionalismo occidentale e su di essa si deve continuare ad investire come stella polare. Certo lo devono fare anche i soggetti politicamente rilevanti (e non solo quelli italiani, ma anche quelli europei) altrimenti c’è il rischio di arrivare al punto di rottura».

 

Antonio Salvatore Sassu

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