sabato, 15 Maggio, 2021

Generosi e altruisti nella vita per onorare davvero la resistenza

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Perché non sia una ricorrenza solo tradizionale, il 25 aprile festa della Liberazione dal nazi-fascismo si può rileggere con più profondità attraverso testimonianze controcorrente di chi aveva fatto davvero la Resistenza, traendone lezioni istruttive sulla durezza della vit a passata e futura. É il caso di uno dei testi più elevati della narrativa resistenziale come quello di Beppe Fenoglio, “Una questione privata”. Dietro la violenza di quel periodo si alza anche un sipario sulla disperazione della condizione umana: se la guerra civile – dove non si fanno prigionieri – continuerà anche nelle prossime relazioni umane, se le persone non si ameranno senza risentite gelosie, se non ci sarà pace nei cuori e nelle menti, se si useranno ancora mezzi cruenti e crudeli nella lotta politica, la Liberazione non avrà portato conseguenze positive durature.

 

C’è un altro combattente e grande scrittore – scordato dalla retorica repubblicana – che imprime la forza della verità nel raccontare la Resistenza. É Guglielmo Petroni. Egli ha fatto la resistenza al nazifascismo, rischiando – dopo feroci torture – la morte. Quelli che lo conobbero da giovane l’avrebbero trovato “un uomo che credeva nelle proprie idee e le riteneva degne di ogni sacrificio”; più avanti l’avrebbero scoperto “sprovvisto…, non più capace di credere interamente nell’oggetto dei propri sacrifici”. E’ lo stesso scrittore che così si descrive nella “nota” aggiunta al suo libro biografico “Il mondo è una prigione”.
Cos’era successo? Per Petroni è diventata illusoria ogni “liberazione”. Eppure alla fine lui era sfuggito al carcere, al terrore e alla morte. Scrive: “Come potevo non essere felice? Dovevo esserlo e lo volevo: ma l’inganno non resse. Camminavo in mezzo alla folla concitata, gli ultimi tedeschi fuggivano con i volti tetri, con le armi spianate, ma io sentivo ingigantire nel mio cuore il fastidio di tornare tra gli uomini; sentivo una fortissima attrazione per i giorni trascorsi nelle luride celle delle prigioni. Dunque la prigione, la libertà, non sono vera prigione, vera libertà? E’ forse il mondo stesso una prigione?”. Sì, come Primo Levi de “I sommersi e i salvati”, chi è stato partecipe di “un’umanità annegata nel male”, se riesce a salvarsi non può più credere alla bontà della vita e degli uomini. Si sopravvive, ma annichiliti dal “male di vivere”. E’ calato il buio nel nostro cuore e sul mondo.
É il romanzo di uno sconfitto, che venne respinto da chi non poteva accettare che la Resistenza fosse associata a una immagine perdente. Eppure quella sofferenza autentica e veritiera andava al di là della guerra combattuta e patita, era – come per Fenoglio – una sofferenza esistenziale, capiva che la vera prigione è nel buio del nostro cuore. Ci vuole tanta moralità per sopravvivere – e Petroni sopravvisse seppur dimenticato per oltre 80 anni – quella stessa moralità che sostenne Giacomo Leopardi, cantore e vittima dell’infelice condizione terrena, che seppe tuttavia associare alle somme poesie anche pensieri morali raccolti nel “Manuale di filosofia pratica”. Pensieri che aiutano tutte le persone sensibili come Petroni a ridare un senso alla propria vita e a quella di noi tutti: “Io vivo, dunque io spero. Disperazione, rigorosamente parlando, non si dà, ed è così impossibile a ogni vivente, come l’odio vero di sé medesimo”. Ci vuole tanta moralità – ripetiamo – ma non quella degli intransigenti che predicano sdegno, condanna, rimprovero, punizione; la moralità autentica ha a che fare con ciò che è generoso, altruista, ammirevole. Se arrivassimo ad accogliere la Liberazione con quest’ultime parole, anche gli scritti di Fenoglio e Petroni ci aiuterebbero a salutare felicemente quella lotta con lo slogan che per noi perderebbe gli aspetti aggressivi per assumere il sapore gradevole e duraturo di un impegno buono: “Ora e sempre Resistenza”.

 

Nicola Zoller

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