domenica, 28 Novembre, 2021

George Orwell sulla strada di Wigan Pier

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«Se si stabilisse a Wigan o a Whitechapel il signor Orwell» la pianterebbe «con il suo appassionato vilipendio dell’umanità.» George Orwell doveva aver preso terribilmente sul serio quel recensore del Manchester Guardian che nemmeno troppo velatamente gli aveva dato del radical chic rintanato nella sua ztl (non usava ancora, ma il senso era quello) e per tutta risposta a Wigan ci era andato davvero. Il risultato di questo soggiorno sarebbe stata un’inchiesta sui minatori che gli avrebbe procurato più di un grattacapo: si intitolava La strada di Wigan Pier (traduzione di Alberto Prunetti, Alegre, euro 16), con tutto che il Wigan Pier Orwell non l’aveva poi trovato perché nel frattempo l’avevano demolito. Non si era comunque perso granché visto che il molo affacciava sui canali percorsi dalle chiatte inzeppate di carbone, non certo sul mare della vicina Blackpool.
Dicevamo dei grattacapi. A sentire la campana del trozkista impenitente Christopher Hitchens, uno che per Orwell nutriva un’autentica venerazione, sarebbe stato il partito comunista a diffondere una calunnia che avrebbe danneggiato irreparabilmente la reputazione dello scrittore che nel decennio successivo avrebbe dato alle stampe 1984 e La fattoria degli animali. Qual era la calunnia? Da qualche parte dentro La strada di Wigan Pier Orwell avrebbe scritto che «la working class puzza». Nessuno però si era preso la briga di controllare se effettivamente Orwell si fosse occupato degli afrori operai e persino la difesa dello stesso Gollancz – un editore sempre in rotta di collisione con Orwell dunque piuttosto credibile – non era bastata a cancellare la diceria. Il libro era disponibile nel Left Book Club proprio di Victor Gollancz, il quale dopo aver commissionato il reportage aveva dovuto superare le resistenze iniziali alla pubblicazione proprio dei comunisti e senza successo aveva provato a sforbiciare tutta la seconda parte in cui l’autore proponeva ricette e analizzava la fase. Alla fine si era deciso a pubblicarlo, pur con un’introduzione in cui metteva entrambe le mani avanti e cautelava il lettore meno avvertito. A partire da quella pubblicazione, ogni volta che Orwell avrebbe mosso una critica alla sinistra la vecchia storiella sarebbe riaffiorata a delegittimarlo. E pensare che nel libro Orwell si prende la briga di particolareggiare sulle abluzioni dei minatori e su come l’igiene fosse tenuta in gran conto nelle sovraffollate casupole di mattoncini anneriti dal fumo, coi gabinetti anche a duecento metri di distanza. Case costruite una attaccata all’altra, inadatte a ospitare qualsivoglia forma di vita umana e già risalenti a un’archeologica seconda rivoluzione industriale, dove i pigionanti si ammassavano solo perché non conoscevano alternative.
Working Class, la meritoria collana di Alegre diretta da Alberto Prunetti arriva con La strada di Wigan Pier al suo quinto numero, dopo aver già pubblicato diverse scritture operaie e del sottoproletariato urbano (per esempio il memoir-pamphlet Chav di D. Hunter). L’edizione italiana si apre con due testi introduttivi, uno di Wu Ming 4 e l’altro proprio dello stesso Prunetti. Entrambi sembrano voler disinnescare eventuali polemiche su accenti del tempo o sventatezze dell’autore: Orwell «se la prende con i vegetariani e le femministe borghesi e i poetastri e i sostenitori del libero amore: ma qui a parlare non è solo la sensibilità dell’epoca, è anche il pregiudizio borghese», tutte cose che a un minatore di Wigan non sarebbero mai saltate per la testa (e qui ci permettiamo di dubitarne). In effetti Orwell ne ha per tutti, dai socialisti in sandali che trangugiano aspirine fino agli accelerazionisti (che all’epoca non si chiamavano ancora così) col loro «culto delle macchine». Agli epigoni di H.G. Wells che si sono dati per obiettivo «un mondo a prova di idiota» in cui siamo tutti rincretiniti ma dotati di ogni comfort, Orwell non dà molto credito. Oggi sarebbe in minoranza.
Al di là di queste avvertenze editoriali che abbiamo visto già presenti nell’intentio editionis della prima pubblicazione, Orwell decide di andare a saggiare con mano quell’alleanza virtuosa all’opera per tutto il Novecento fra borghesia che produce romanzi e classe operaia che spala carbone: si cala nei tunnel, li percorre ginocchioni col suo metro e ottantotto, scartabella e fa di conto sulle buste paghe come un tempo usavano fare fuori dalle fabbriche gli aspiranti dirigenti di partito, debunkando così le frottole sui fantomatici stipendi da sogno dei minatori che circolano al Sud. Questo viaggio gli fa mettere in discussione anche tutto l’armamentario di cui è stato provvisto dai suoi natali piccolo-borghesi. Per dire, la sua produttività e quella dei suoi colleghi è imparagonabile a quella di un minatore: «Se dovessi vivere fino a sessant’anni, probabilmente avrò prodotto trenta romanzi, o perlomeno una quantità di libri sufficiente a riempire due scaffali di una libreria di medie dimensioni. Nello stesso periodo un minatore produce ottomila e quattrocento tonnellate di carbone, ossia una quantità di carbone sufficiente a pavimentare Trafalgar Square per una profondità di sessanta centimetri o a riscaldare sette famiglie estese per oltre un secolo».
Circa dieci anni prima, Carlo Rosselli, un altro intellettuale borghese, aveva visitato le miniere britanniche trovandosi di fronte a un vero laboratorio per le sinistre. La famiglia Rosselli aveva una storia legata allo sfruttamento delle miniere mercurifere del Monte Amiata, e Carlo nel Regno Unito avrebbe rintracciato un modello per una prospettiva socialista nei fini e gradualista e liberale nel metodo. Dopo una giornata passata assieme a Enzo Sereni in visita a Aberavon, in Galles, si diceva «commosso ed esaltato» e aggiungeva: «oggi ho capito, ho visto quanto grande e stupendo sia l’ideale socialista». Anche il compagno annotava entusiasta la cultura di lavoratori che, dopo il turno in miniera, leggevano Dante e Mazzini, studiavano Labriola e Loria, suonavano Bach e Beethoven, apprezzando la musica contemporanea di Ravel, Stravinski, Schönberg. Una cosa che aveva colpito Rosselli non avrebbe mancato di fare impressione anche a Orwell anni dopo: la capacità del proletariato britannico di autorganizzarsi. I disoccupati, per dire, si erano uniti nel National Unemployed Workers’ Movement, capace di dare un tetto e sostegno a chi non riusciva a trovare impiego.
Contro ogni retorica del povero è bello, Orwell non si fa sedurre come un Arnold Bennett qualsiasi dal fascino tutt’altro che discreto del Nord produttivo ma zotico, abitato da gente autentica mica come quei «nullafacenti spiaggiati negli hotel» a Brighton. Ironicamente riporta l’adagio per cui «il nordico ha carattere, è severo, arcigno, coraggioso, democratico e col cuore in mano» mentre che si trova a Sud sarebbe «snob, effeminato e pigro», e persino i fiumiciattoli acquisterebbero «una mistica superiorità» man mano che si risalgono i Pennini. Insomma, gli inglesi «hanno sviluppato la confortevole teoria che più vivi a nord più diventi virtuoso». Eppure, gli interni delle case working class lo convincono che «un lavoratore manuale ha più possibilità di essere una persona felice di un uomo “istruito“». Per incrociare la miseria più nera a quei tempi bastava rimanere a Londra fra i mendicanti, ma se al Nord avevano più o meno tutti una catapecchia alla quale tornare la sera si potevano nondimeno trovare quartieri interi che campavano di sussidi. Grazie all’arma della disoccupazione, fra mance e precarietà, la guerra di classe sembrava che la stessero vincendo i padroni.
Città di ciminiere e case back to back, lo scrittore sembra quasi volerle visitare tutte, sempre con lo spirito di un Ernesto De Martino che entrava nelle case dei contadini pugliesi «come un “compagno“, come un cercatore di uomini e di umane dimenticate istorie che al tempo stesso spia e controlla la sua propria umanità, e che vuol rendersi partecipe, insieme agli uomini incontrati, della fondazione di un mondo migliore, in cui migliori saremmo diventati tutti, io che cercavo e loro che ritrovavo». Orwell intanto annotava tutto, e con discreto anticipo rispetto a Michelle Obama e alle ricorrenti polemiche tutte britanniche sui pound shop e i supermercati classisti, giungeva fino a rivendicare un diritto all’alimentazione sana già nel remoto 1937. Se la Grande guerra era impossibile pensarla senza il cibo scatola, lo stesso cibo in scatola era ormai divenuta «un’arma più letale della mitragliatrice» che falcidiava la classe operaia, che si ritrovava sdentata già all’alba dei vent’anni.

È una benedizione che proprio di questi tempi sia andata in pubblico dominio l’opera di George Orwell, garantendo così una nuova vita ai testi di un intellettuale che ha saputo unire l’impegno in prima persona a un rigore inflessibile. La domanda che anima buona parte degli scritti finora pubblicati nella collana Working Class di Alegre se la poneva esplicitamente anche George Orwell: in che modo si può essere alleati degli svantaggiati? «Una persona di classe media può essere socialista e forse anche aderire al partito comunista?» Orwell nel libro sembra pessimista. Se anche il borghese che si laurea a Eton, tiene abbottonato l’ultimo bottone del panciotto e non fa rumore quando sorbe il brodo diventasse marxista, non potrebbe tuttavia che rispondere agli antichi comandi del suo censo. Proverà comunque il disprezzo fisico nel quale è stato allevato per le classi popolari e al momento giusto si allineerà alla sua schiatta. Ma se a leggere La strada di Wigan Pier Orwell pare darla vinta alle rigidità di classe, tutta la sua vita e anche la natura di questo stesso libro sembrano rispondere che il compito ineludibile dell’intellettuale della classe media rimane quello di mettersi al servizio di questo tentativo per quanto destinato alla sconfitta possa essere.
George Orwell è un figlio della piccola borghesia coloniale con in tasca meno di certi operai specializzati. Non è andato a fare slumming o un poverty safari a Wigan. «Sfortunatamente non risolverete il problema della classe diventando amici degli homeless. Al massimo potrete sbarazzarvi di una parte dei vostri pregiudizi di classe» sosteneva, e lo poteva dire a ragion veduta. Al Nord era andato alla ricerca di sé come aveva già fatto per Senza un soldo a Parigi e Londra; si era messo alla prova ma si trascinava dietro anche il suo retaggio di convinzioni e preconcetti, sempre da interrogare: «Ho visto abbastanza cose della classe operaia da poter evitare di idealizzarla, ma so che si può imparare molto in una casa operaia, se solo si riesce a entrarci. La questione essenziale è che i tuoi ideali e pregiudizi di classe media sono messi a dura prova dal contatto con altre persone che non sono necessariamente migliori ma di sicuro sono diverse». Persone che a differenza della classe media sanno però coalizzarsi e che vanno mobilitate in vista della lotta all’orizzonte contro le camicie nere di Mosley e dei suoi sodali continentali. Se il fascismo avanza, la colpa è in fondo da ricercarsi a sinistra: «in parte è dovuto all’erronea tattica comunista di sabotare la democrazia, che corrisponde alla pratica di segare il ramo su cui si è seduti» ma nemmeno i socialisti si salvano: non si sono saputi spiegare e hanno sacrificato le parole d’ordine di giustizia e libertà in favore di un gergo astruso e di un progressismo tutt’altro che caloroso. Per recuperare terreno e sottrarre armi al fascismo occorre rivolgersi agli sfruttati della classe di mezzo, al ceto medio riflessivo si direbbe oggi, agli intellettuali che guadagnano come e talvolta meno del lavoratore manuale. Bisogna anche abbandonare la rappresentazione tutta simbolica e ipotetica che abbiamo escogitato con la guerra di classe ci dice Orwell: «si è costruita questa figura, più o meno mitica, del “proletario“, un uomo con la tuta sporca di grasso, muscoloso ma oppresso, a cui si contrappone il “capitalista“, un uomo grasso e diabolico col cappello a cilindro e la pelliccia. Si dà per scontato che nel mezzo, tra i due, non ci sia nessuno». Per scongiurare l’avvento del fascismo, insomma, Orwell prospetta come unica e angusta soluzione l’alleanza fra i due blocchi sociali più deboli. Anzitutto però bisognerà riconoscersi come oppressi, da perdere non c’è che il buon accento.

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