lunedì, 10 Maggio, 2021

Giornata della Terra, ultima chiamata per salvare il Pianeta

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Le ricorrenze, così come i monumenti, hanno una funzione simbolica fondamentale, da pedagogia universale per ridare attualità critica alla storia, o sottolineare la necessità di confermare un impegno, rilanciare un progetto. Tuttavia, possono, diventare presenze degradate nella banalità o sembrare riti vuoti, quando viene meno l’impegno a fare vivere il loro senso profondo. Un rischio che va evitato. Ne sarebbe ferita la nostra stessa condizione umana, che si nutre di memoria attiva e di futuro.
Il 22 aprile è un giorno importante. Quest’anno è la 51ma ricorrenza della Giornata mondiale della Terra, istituita dalle Nazioni Unite nel 1969 per celebrare l’ambiente e la salvaguardia del pianeta. Proprio adesso, in tempi di pandemia e recessione, ragionare di cambiamento climatico (Climate Change) e di sviluppo sostenibile, ambientale e sociale, significa usare bene ricorrenze e riti e insistere, al di là delle date simboliche, su progetti e scelte di salvaguardia e cambiamenti, sui necessari cambi di paradigma per vivere e lavorare meglio, sulle riforme indispensabili per un benessere più ampio, inclusivo, equilibrato.
Nel corso degli anni la partecipazione internazionale all’Earth Day è cresciuta, superando oltre il miliardo di persone in tutto il mondo. In occasione della Giornata mondiale della Terra.
I temi al centro della giornata sono: un futuro libero dall’energia da combustibili fossili in favore di fonti rinnovabili, la responsabilizzazione individuale verso un consumo sostenibile, lo sviluppo di una green economy e un sistema educativo ispirato alle tematiche ambientali.

Secondo il Food Waste Index Report 2021 pubblicato dall’Onu, e in particolare dall’Unep (United nations environment programme), la quantità maggiore di spreco alimentare avviene nelle abitazioni private, dove si butta circa l’11% di tutto il cibo acquistato. Si tratta di 74 kg per abitante di scarti l’anno. È importante l’impatto ambientale di questo fenomeno: si stima che le emissioni associate agli sprechi alimentari rappresentino dall’8% al 10% del totale dei gas serra. Dai risultati dell’indagine emerge che carne, olio di palma, frutta e verdura di importazione, pesce non di stagione e mais Ogm sono percepiti come alimenti ad alto impatto ambientale, mentre frutta e pesce di stagione, legumi, cereali e soia sono considerati poco impattanti. Rimangono in una zona grigia la carne finta, latte e derivati, nonostante la prima sia a base di ingredienti di origine vegetale.
Per quanto riguarda gli sprechi alimentari domestici e non, per il 54,8% delle persone intervistate, sono diminuiti durante i vari lockdown, così come il consumo di alimenti ad alto impatto ambientale (39,9%). Una tendenza confermata anche da uno studio Doxa, secondo il quale durante il periodo di emergenza, quasi 4 intervistati su 10 (il 38%) hanno aumentato la loro attenzione verso lo spreco di prodotti alimentari. Queste sono le abitudini degli intervistati quando cucinano a casa: fanno la spesa evitando gli sprechi e acquistando solo ciò che si consuma; cucinano ricette di recupero per consumare i cibi in scadenza; minimizzano l’impatto ambientale scegliendo alimenti non imballati (es. frutta e verdura sfusa, acqua del rubinetto, ecc.).
In questo particolare periodo storico, la pandemia da Covid-19, una malattia che non conosce confini e a cui si stanno dando, con vaccini e nuove terapie, risposte globali, sta facendo da straordinario acceleratore dell’urgenza di risposte concrete e lungimiranti alla crisi. Risposte scientifiche, politiche, tecnologiche, sociali.
Le due dimensioni della sostenibilità, ambientale e sociale, sono interconnesse. Vanno considerate insieme, nella costruzione delle politiche, sia nazionali che globali, per raggiungerle.
I 17 Sustainable Development Goals degli Accordi di Parigi per l’Agenda 2030 le tengono bene in stretta relazione.
Il Recovery Plan della Ue, oramai in avanzato stato di elaborazione in tutti i paesi europei, insiste su Green Economy e Digital economy, ambiente e innovazione e sulle riforme per formazione ed economia della conoscenza, a vantaggio della Next Generation (il patto generazionale, da riscrivere, è una componente essenziale della sostenibilità sociale). Anche per il mondo della finanza i parametri Esg (Environmental, Social e Governance) su cui giudicare gli investimenti finanziari e le scelte societarie tengono in primo piano l’ambiente e le persone, oltre che la trasparenza e la correttezza della gestione delle imprese, a cominciare da quelle quotate in Borsa. C’è un mondo in movimento che bisogna continuare a guardare con molta attenzione.
La competitività, e la produttività necessaria per raggiungerla, hanno proprio la sostenibilità come asset fondamentale. Le strategie delle aziende più dinamiche e di successo si muovono in questa direzione, come conferma l’andamento positivo del Dow Jones Sustainability Index (ne fanno parte undici società italiane tra cui Generali, Intesa, Leonardo, Pirelli, Poste, Telecom, Prysmian, etc.). L’obiettivo sarebbe un’economia più responsabile, dove lo sviluppo, i profitti, la cultura del mercato ben regolato, il senso della comunità e della democrazia possono stare insieme.
Ronald Cohen, finanziere e filantropo, in un colloquio con Mario Calderini, professore del Politecnico di Milano, ha sostenuto: “Unire etica sociale ed economia”. Cohen è leader del Global Steering Group for Impact Investment, quel tipo di investimenti “con cui, insieme al profitto, ci si propone di conseguire un miglioramento concreto e misurabile nella condizione di vita delle persone e nell’ambiente”.
L’idea è quella di passare dal valore economico ai valori sociali e ambientali: “Un grande cambiamento valoriale, grazie al quale oggi nel mondo 30mila miliardi di dollari sono investiti per ottenere di più del solo guadagno finanziario. E, gli enti che fissano i principi contabili internazionali per calcolare il valore delle imprese, stanno introducendo la sostenibilità tra gli elementi indispensabili”.
Larry Fink, Ceo di BlackRock, il maggiore fondo di investimenti del mondo (9mila miliardi di dollari gestiti, compresi quelli dei fondi pensione di milioni di lavoratori), è stato uno dei precursori di queste idee. La “Lettera annuale agli investitori” del fondo, uno dei documenti guida dell’opinione pubblica finanziaria mondiale, ha proprio la sostenibilità come linea guida degli investimenti.
Anche Bill Gates sta programmando una serie di nuove iniziative sul fronte dell’energia sostenibile, seguendo le linee guida del recente libro di Gates (“Come evitare il disastro climatico”, appena pubblicato in Italia da La nave di Teseo).
Adesso, pensando alle reazioni alla pandemia, Fink dice: “Il capitalismo ci ha salvati dal virus” (intervista a “la Repubblica”, di Mario Platero, 16 aprile), ricordando lo sforzo straordinario per arrivare in tempi brevi ai vaccini (una collaborazione tra ricerca scientifica e produzione industriale) ma anche le relazioni virtuose per fare fronte ai nuovi problemi della comunicazione tra le persone, del lavoro, della distribuzione di prodotti e servizi in tempi di malattia, clausura, mobilità ridotta. Larry Fink auspica: “Una globalizzazione equilibrata: un’economia attenta ai profitti, certo, impegnata a rischiare e innovare, ma anche a tenere in primo piano i temi della solidarietà. E dunque sensibile soprattutto agli interessi e ai valori degli stakeholders, i lavoratori, i consumatori, le comunità, la società civile”.
Un’altra testimonianza su cui bisognerebbe riflettere, a proposito di globalizzazione positiva e di sostenibilità sociale, di inclusione e di confronto tra culture diverse, è quella di Albert Bourla, presidente e amministratore delegato di Pfizer: “L’esperienza che ha portato al vaccino Pfizer è un messaggio meraviglioso al mondo: un ebreo greco a capo di una multinazionale americana e i responsabili di BioNTech, turchi musulmani immigrati in Germania, collaborano senza nemmeno un contratto, per salvare il mondo. Il fatto di essere un immigrato penso sia la caratteristica più importante. In Pfizer con i miei figli abbiamo vissuto in otto città diverse di cinque Paesi. Questo ci ha dato il regalo più bello: essere esposti a culture diverse”.
La sostenibilità è una condizione dialogante, particolarmente favorita dalle culture democratiche e di mercato. Anche in questo caso, vale la pena riprendere in mano i classici, per ritrovarne radici e conferme. Per esempio, nelle pagine della “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” di John Maynard Keynes, si legge: “I sistemi statali autoritari odierni sembrano risolvere il problema della disoccupazione a spese dell’efficienza e della libertà. Quello che è certo è che il mondo non potrà sopportare ancora per molto una disoccupazione che, salvo alcuni momenti di euforia, è associata, e, a mio avviso, inevitabilmente associata, all’individualismo capitalistico di oggi. Ma è possibile invece, con una corretta analisi del problema, curare la malattia preservando, nello stesso tempo, l’efficienza e la libertà”.
Keynes morì giusto 75 anni fa, il 21 aprile. Il suo pensiero ha profondamente influenzato il dibattito politico ed economico della seconda metà del Novecento. In tempi di centralità crescente della sostenibilità, soprattutto sul piano sociale, ha ancora molto da dirci. Una teoria che ha prodotto benessere sociale in tutto il mondo.
Adesso, con la pandemia del Covid, dopo trent’anni di neoliberismo che ha prodotto malessere e disagio sociale, si avverte l’esigenza di tornare alle teorie di sviluppo economico keynesiane.
Va ricordato che l’idea di un mondo migliore con maggiore benessere sociale per tutti è insita in quel programma politico socialista tuttora valido. Oggi, anche Papa Francesco, con le sue encicliche, da tempo, insiste su questi temi dando un importante contributo.

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