domenica, 13 Giugno, 2021

Giornata mondiale dell’ambiente. L’allarme dell’Onu

0

Il 5 giugno si è celebrato la 47ma Giornata mondiale dell’ambiente. La ricorrenza fu istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 15 dicembre 1972, anno in cui iniziò a diffondersi la consapevolezza del ruolo centrale dell’uomo nella salvaguardia della Terra. Dal 5 al 16 giugno di quell’anno si era tenuta a Stoccolma la prima Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente, durante la quale venne emessa la Dichiarazione di Stoccolma, in cui furono stilati 26 principi riguardanti i diritti e le responsabilità dell’uomo verso l’ambiente.
Come spiegato nell’introduzione, la Dichiarazione di Stoccolma nacque per il “bisogno di prospettive e principi comuni”, con l’obiettivo di “inspirare e guidare i popoli del mondo verso una conservazione e miglioramento dell’ambiente umano”. La Giornata mondiale dell’ambiente venne celebrata per la prima volta nel 1974.
Il segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, introducendo, in Pakistan, la Giornata Mondiale dell’Ambiente 2021 (World Environment Day), ha detto: “Il degrado degli ecosistemi sta già mettendo a rischio il benessere del 40% dell’umanità. Per fortuna la Terra è resiliente: ma ha bisogno del nostro aiuto. Il ripristino dell’ecosistema è un’impresa globale su vasta scala. Significa riparare miliardi di ettari di terra, un’area più grande della Cina o degli Stati Uniti, in modo che le persone abbiano accesso a cibo, acqua pulita e lavoro. Da oggi al 2030, il ripristino di 350 milioni di ettari di ecosistemi terrestri e acquatici degradati potrebbe generare 9.000 miliardi di dollari di servizi ecosistemici, e rimuovere fino a 26 miliardi di tonnellate di gas serra dall’atmosfera. I benefici economici sono dieci volte superiori alla spesa per gli investimenti, mentre, non fare nulla è almeno tre volte più costoso che il ripristinare l’ecosistema”.
Inquinamento, desertificazione, sfruttamento delle risorse, sprechi alimentari, plastica nei mari e negli oceani, allevamenti e coltivazioni intensive, sono solo alcuni dei problemi che hanno messo e stanno ancora mettendo a dura prova l’ambiente. La crisi ambientale è un fatto consolidato e le prospettive non sono affatto incoraggianti. Le conseguenze di questa situazione non riguardano solo la distruzione degli ecosistemi globali, ma comportano anche danni ingenti per la popolazione e l’economia mondiale sofferenti anche a causa della pandemia non ancora superata.
Tra il 2004 e il 2017, la deforestazione nel mondo è stata pari a 43 milioni di ettari, all’incirca pari quanto l’estensione dell’Iraq. Nel solo 2020 sono stati cancellati 4,2 milioni di ettari di foreste primarie umide tropicali, particolarmente preziose per la tutela della biodiversità e la mitigazione dei cambiamenti climatici. In termini di emissioni di CO2, è come aver messo in circolazione 570 milioni di automobili in più. Per ripristinare questi ecosistemi la prima risposta più intuitiva è quella di piantare nuovi alberi. Intuitiva sì, ma non per questo semplice: perché bisogna scegliere le specie giuste, al posto giusto e al momento giusto, e poi prendersene cura nel tempo.
Inquinamento da sostanze chimiche o da rifiuti plastici, pesca eccessiva, scavi minerari, prelievo di acqua e di sabbia dai fondali, canalizzazione: sono innumerevoli le minacce che incombono su laghi e corsi d’acqua. Si stima che a livello globale sia andato perduto l’87 per cento delle zone umide, che una specie di acqua dolce su tre sia a rischio di estinzione e che appena un terzo dei maggiori fiumi del mondo sia rimasto a scorrimento libero, senza dighe e infrastrutture.
Se è vero che i problemi sono tanti, però, è vero anche che l’Onu propone tante soluzioni per il ripristino. Per esempio ripulire i corsi d’acqua, come intende fare Interceptor, un innovativo macchinario sviluppato da Ocean Cleanup; o come, più in piccolo, stanno già facendo cittadini appassionati a bordo delle loro piccole barche. È utile anche creare punti di accesso ad hoc per le barche, gli animali o le persone, e piantare specie autoctone, magari creando zone-cuscinetto che separino i fiumi o i laghi dalle possibili fonti di inquinamento, come le fabbriche della zona. Si dovrebbero progettare le varie attività antropiche tenendo conto delle esigenze degli ecosistemi, il che significa per esempio evitare lo sversamento di rifiuti industriali e ridurre al minimo l’impiego di pesticidi e fertilizzanti di sintesi in agricoltura. Ancora più incisiva è l’istituzione di aree protette. Da questo punto di vista c’è una buona notizia: è stato raggiunto l’obiettivo di tutelare e proteggere il 17% degli ecosistemi terrestri (inclusi quindi fiumi e laghi), per un totale di 22,5 milioni di chilometri quadrati, all’incirca l’equivalente di Israele: non è molto, ma sicuramente è un segnale di sensibilità positiva per un cambiamento.
Nonostante il traffico e il cemento, anche le città sono ecosistemi e dalle loro condizioni dipende la nostra qualità della vita. A lungo la pianificazione urbana ha tenuto ben poco in considerazione la natura, ma la sensibilità sta cambiando e le azioni di ripristino possono aiutare. La sfida di rendere più verdi gli spazi pubblici è stata raccolta a Parigi, dove si vorrebbero trasformare gli Champs Elysées in uno straordinario giardino somigliante alla città di San José, in Costa Rica, che è attraversata da corridoi verdi dove gli insetti impollinatori prosperano. L’Onu ricorda quanto sia importante il coinvolgimento attivo dei cittadini, anche per costellare le città di micro-ecosistemi come orti e foreste urbane.
I nostri mari e oceani soffrono a causa dell’inquinamento da plastica, del riscaldamento globale, della pesca eccessiva e dell’acquacoltura insostenibile. È arrivato il momento di alleviare la nostra pressione su di essi, ripristinarli e renderli più resilienti di fronte all’avanzata dei cambiamenti climatici. Le azioni caldeggiate dall’Onu vanno dal clean-up (o, meglio ancora, dalla riduzione a monte della quantità di rifiuti generati) alla protezione e al ripristino degli ecosistemi marini e costieri. È il caso delle praterie sottomarine che, nello stoccaggio di CO2, sono 35 volte più veloci rispetto alle foreste. Secondo i dati dell’Unep, ogni mezz’ora nel mondo viene distrutta un’area estesa come un campo da calcio. Più in generale, bisogna porsi in modo più consapevole nei confronti degli oceani e delle loro risorse. Siamo ancora piuttosto lontani da questa mentalità, considerando che la pesca a strascico emette tanta CO2 quanta il trasporto aereo. Inoltre, nel nostro mar Mediterraneo, il 40% della pesca si effettua illegalmente.
L’Onu ci ricorda che la produttività del suolo deve andare di pari passo con la sua salute. Ciò sarà possibile con una gestione intelligente che faccia perno sulle soluzioni che la natura stessa ci offre, come i metodi biologici per il controllo dei parassiti, i fertilizzanti organici, la biodiversità agricola, la reintroduzione di piante e animali autoctoni. D’altra parte, numerosi studi scientifici hanno attestato l’impatto negativo dei pesticidi sugli insetti impollinatori e anche sugli organismi del sottosuolo. È indispensabile mantenere le aree lungo i fiumi così come sono, evitando di convertirle in coltivazioni, così come scegliere tecniche di pascolo che non sfruttino in modo eccessivo il suolo. Di recente ha fatto il suo debutto una nuova disciplina scientifica, l’agroforestazione, che studia le consociazioni tra alberi forestali e specie agrarie e i servizi ecosistemici offerti dai sistemi complessi.
Svariate iniziative per il ripristino degli ecosistemi possono essere declinate anche sulle montagne, particolarmente vulnerabili all’influenza dell’uomo e del clima, ma anche particolarmente preziose perché ospitano la maggior parte degli hotspot di biodiversità del Pianeta e forniscono acqua dolce a metà della popolazione globale. Tra le azioni proposte dall’Onu per guarire il Pianeta ci sono il recupero delle foreste con la piantumazione di nuovi alberi, i limiti alle operazioni minerarie, le tecniche di coltivazione sostenibili. Considerata la velocità dei cambiamenti climatici, costruire corridoi ecologici tra aree collocate a diverse altitudini permette alle specie di migrare verso un habitat più adatto a loro. Corridoi come il ‘Terai art landscape’, tra India e Nepal, o come la Cintura verde transeuropea che attraversa più di 8.500 chilometri, dalla Finlandia alla Grecia. La guida scritta per la Giornata mondiale dell’ambiente 2021 sottolinea che è una buona idea farsi guidare dai saperi ancestrali dei popoli indigeni, profondi conoscitori e abili custodi del loro territorio.
Nostre fedeli alleate nella lotta contro i cambiamenti climatici sono le torbiere, cioè i terreni acquitrinosi, che coprono appena il 3 per cento delle terre emerse ma contribuiscono al 30 per cento della CO2 assorbita dal suolo. Eppure, vengono prosciugate per essere convertite a terreni agricoli, per costruire infrastrutture o per le estrazioni minerarie e petrolifere, senza nessun riguardo per il loro delicato equilibrio, come sta avvenendo nella Repubblica Democratica del Congo, se andrà avanti il colossale piano di sfruttamento delle risorse petrolifere custodite nel sottosuolo.
L’Onu esorta a includere anche le torbiere tra le aree protette per limitare il più possibile l’intervento umano e piantumare specie autoctone per accelerarne il recupero. È necessario anche arginare i drenaggi, chiudendo i canali di scolo e rallentando i flussi d’acqua con barriere naturali costituite da pietre e alberi. Un esempio da seguire è l’Irlanda, impegnata da anni in un massiccio piano di ripristino di 3mila ettari di aree paludose.
Guarire il Pianeta è la missione che deve guidare le nostre scelte d’ora in poi. L’Onu lo ribadisce con forza dedicando l’intero decennio 2021-2030 al ripristino degli ecosistemi sul filo conduttore che accomuna i due appuntamenti chiave di questo anno inaugurale: la Giornata della Terra che si è svolta il 22 aprile e la Giornata mondiale dell’ambiente del 5 giugno. Proprio in vista della ricorrenza di giugno è stata pubblicata una vera e propria guida pratica alle strategie di ripristino dei sette ecosistemi fondamentali.
Dunque, i temi centrali della Giornata mondiale dell’ambiente 2021 sono l’ecosistema e la sua salvaguardia dando inizio al Decennio per il ripristino dell’ecosistema, che si concluderà nel 2030, proclamato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con l’obiettivo di agire sugli ecosistemi per riportarli al giusto equilibrio e a una corretta funzionalità. La parola chiave dei prossimi anni sarà quindi “sostenibilità”.
Rendere le città più sostenibili, ridurre le emissioni inquinanti e sostituire la plastica con materiali ecologici: queste sono alcune delle sfide che diversi Paesi in tutto il mondo si preparano a fronteggiare. Il traguardo più ambito rimane però probabilmente mettere in atto politiche concentrate sull’integrazione tra beneficio economico, salute e ambiente, che investano sull’educazione alla salvaguardia e alla tutela dell’ambiente stesso. Una popolazione più consapevole e correttamente informata sulle conseguenze del presente nel futuro, è infatti il punto di partenza necessario a invertire un processo che si prospetta catastrofico. L’educazione all’ambiente dovrebbe essere materia di insegnamento scolastico in tutte le scuole primarie e secondarie durante l’età d’obbligo della frequenza scolastica.

Salvatore Rondello

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply