domenica, 28 Novembre, 2021

Congresso della FGS: Pedrelli confermato segretario

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Durante il IX Congresso FGs Enrico Maria Pedrelli è stato confermato come Segretario Nazionale della Federazione dei Giovani Socialisti

CONTROMANIFESTO DI UNITA’ SOCIALISTA
1. L’unità dei giovani socialisti è l’unica vera unità socialista possibile e utile.
La storia di tutta la società, svoltasi fin qui, è storia dell’avvicendarsi delle generazioni al potere. I nostri nonni hanno costruito la Repubblica: giovani combattenti e poi giovani lavoratori hanno preso il potere scansando le vecchie barbe del Fascismo. I nostri genitori sono stati protagonisti di una rivoluzione dei costumi, per uno stile di vita più libero, superando gli anni del terrorismo e della Guerra Fredda con la costruzione della pace.
Ogni generazione ha avuto nella storia una parte essenzialmente rivoluzionaria. Tutte le generazioni, una volta raggiunto il potere, hanno sempre tentato di consolidare la posizione raggiunta: fino a quando le condizioni della vecchiaia non obbligavano al naturale avvicendarsi con i più giovani o fino a quando questi non scalzavano violentemente i più vecchi.
Oggi però il primo di questi due meccanismi è compromesso. L’aumento delle aspettative di vita, e i progressi della medicina, rendono la vecchiaia sempre meno un ostacolo al mantenimento del proprio status. Le forze e la lucidità durano di più, e le generazioni più vecchie hanno più tempo e più mezzi per mantenere il potere. Inoltre la bassa natalità, unita all’alto tasso di natalità delle generazioni precedenti, ha invertito la piramide democratica e ha reso i giovani una minoranza emarginata rispetto alla maggioranza dei boomers. I vecchi sono la maggioranza, controllano i luoghi del potere, hanno recentemente deciso di diminuire la rappresentanza democratica a nostro danno, e usano quasi tutte le risorse della collettività per conservare le proprie rendite di posizione. Inoltre, le crisi mondiali che il Capitalismo sta subendo vengono pagate dalle minoranze più deboli: i giovani sono senza lavoro e senza risparmi, l’ascensore sociale si è rotto, le opportunità sono sempre meno, pochi possiedono tantissimo e i più forti si contendono le briciole.
Eppure nel discorso politico i giovani sono continuamente citati e chiamati in causa, ma perché oggettificati dalla narrazione spettacolistica che piace ai boomers: siamo una coreografia, un accessorio, facce pulite, siamo un concetto – “la giovinezza”, “i bei tempi andati” – di cui si nutrono i vecchi vampiri; non siamo mai un problema da risolvere veramente. Solo pochi illuminati hanno compreso il nostro dramma, e aiutano il nostro cammino offrendoci ciò di cui abbiamo bisogno: risorse e conoscenze. La maggior parte invece ci sfrutta regolarmente, nel nome della “gavetta” e con spocchioso paternalismo. La libertà, il lavoro dignitoso, la pensione, il riposo senza ansie, l’ambiente salubre, il clima vivibile, l’emancipazione, l’autodeterminazione, il diritto alla cultura e all’istruzione, la salute, il potere di cambiare l’esistente: sono tutte cose che vogliamo, ma che ci vengono negate.
Come socialisti siamo coscienti che la colpa non è delle nostre biografie ma di un sistema di potere oppressivo e gerontocratico.
I giovani si devono unire nella lotta politica se vogliono risolvere i loro problemi. Non c’è via di scampo al di fuori di questo, sapendo che all’orizzonte c’è scontro generazionale, altrimenti anche la politica – ancora più che l’individualismo – sarà per noi una trappola mortale: politici bolliti e narcisi a cui dobbiamo spicciare le faccende, giovanilisti rampanti che ci assumono come cheer leaders, vecchi conservatori completamente fuori dalla realtà che non escono di casa ma pretendono di insegnarci il mondo.
Noi non vogliamo più essere il terreno di scontro per le inutili e ridicole lotte tra vecchi, non vogliamo più essere le loro bandierine. Ogni giovane che si mette al servizio dei miopi interessi dei vecchi tradisce la sua generazione. Noi vogliamo fare politica senza perdere tempo, non facendoci compromettere nei giochi dei più grandi: il cambiamento che vogliamo è radicalmente incompatibile con il loro istinto alla conservazione.
Il boomerismo e il narcisismo autoreferenziale purtroppo pervadono anche il socialismo italiano, ed è evidente tutte le volte che si parla di “unità socialista”. Non c’è slogan più velleitario e più strafottente verso le nuove generazioni: l’unità socialista di cui parlano loro è quella tra vecchi compagni di partito, che ormai hanno fatto la loro strada, che non hanno più nulla da dire e che nella gran parte dei casi non sono più socialisti. Non si sono accorti che la Milano da bere è diventata una valle di lacrime, e pretendono di dare patenti di socialismo solo perché hanno avuto la tessera del PSI un’era fa. Non si sono accorti che decenni di associazionismo e transpartitismo socialista non hanno prodotto alcuna nuova classe dirigente, mentre è su questo che al Partito Socialista di oggi va riconosciuto il suo più grande contributo. Non si sono accorti che sono rimasti in pochi, e che la loro principale attività è parlarsi addosso. Non hanno più alcun ruolo nell’emancipazione collettiva a cui mira il Socialismo.
La diaspora ha dunque reso molti vecchi compagni irriconoscibili, e noi non abbiamo intenzione di accettare caramelle dagli sconosciuti.
La nostra è una storia diversa: siamo approdati al Socialismo con disinteressata convinzione e con sete di identità, sapendo di fare una scelta impopolare. Siamo una generazione di socialisti del tutto nuova, che è sparsa nei posti più improbabili: nei partiti, nelle associazioni, nelle sottoculture più improbabili. Ma che è brillante, internazionalista, dotata di sentimenti sinceri e valori solidi.
La speranza passa dall’unità, dalla formazione e dall’azione dei nostri coetanei. Siamo noi l’unico soggetto dell’unità socialista nel Ventunesimo secolo.
Lanciamo questo nostro Contromanifesto, come appello all’unità dei giovani socialisti italiani.
2. Il Socialismo o è internazionalista o non è. Democrazia, libertà ed equa redistribuzione della ricchezza sono i capisaldi del nostro ideale, che è Universale.
Il Socialismo o è internazionalista o non è. Il soggetto del nostro discorso è l’umanità tutta, a prescindere dai confini statali. Ci ripugna l’idea che il socialismo democratico possa funzionare solo in “Occidente”: democrazia, libertà ed equa redistribuzione della ricchezza sono i capisaldi del nostro ideale, che è Universale.
Le grandi battaglie di liberazione di tutti i popoli, a qualsiasi latitudine, sono la stella polare dell’azione dei giovani socialisti. La libertà dei popoli e quella degli individui non possono essere costrette dalle maglie oppressive dei regimi, siano essi ottusi rottami ideologici del secolo scorso o moderne e scintillanti dittature capaci di controllare i propri cittadini come mai accaduto prima, attraverso un uso perverso e inaccettabile della tecnologia.
In un Mondo globalizzato le lotte sindacali e le battaglie dei lavoratori devono essere combattute in una dimensione superiore, globale: come sta succedendo nel caso di Amazon, i sindacati devono unirsi in associazioni sovranazionali per coordinare scioperi e iniziative. Ritardare questo percorso significa tradire gli interessi dei lavoratori per quelli corporativi.
L’economia degli Stati più ricchi non può più reggersi sullo sfruttamento delle risorse del Sud del Mondo: accetteremmo volentieri l’aumento dei prezzi dei nostri beni di consumo, pur di liberare dalla schiavitù i nostri compagni che lavorano nelle miniere, nelle piantagioni, nelle fabbriche dei paesi più poveri. Seguendo la lezione di Enrico Mattei, il commercio internazionale deve svolgersi in condizioni di parità tra tutti gli attori. Anche la cooperazione internazionale, principale strumento di solidarietà, deve innanzitutto promuovere l’autonomia e la libertá dei popoli. Ribadiamo che la cooperazione tra gli Stati e i popoli del mondo è irrinunciabile, per ragioni ideali e pratiche.
L’Italia e l’Europa non si possono sottrarre alla responsabilità di riaffermare, in tutto il Mondo, i valori che hanno portato al modello socialdemocratico. Gli Stati europei non hanno il monopolio delle ideologie socialiste, ma sono stati i primi a tramutare quelle ideologie in realtà attraverso leggi, servizi pubblici, ordinamenti giuridici e tutti quegli elementi che costituiscono lo Stato Sociale. Inoltre, difendere su scala globale i valori del Socialismo democratico ci costringe a misurarci con la diffusione globale dell’informazione, e quindi a studiare nuovi mezzi per garantire il libero accesso e la correttezza.
L’internazionalismo è dunque il metodo per riequilibrare un rapporto di forza che oggi è sempre più sfavorevole al potere degli Stati, a beneficio della potenza delle corporations multinazionali.
La materia fiscale è l’esempio più evidente di questo principio. La libera circolazione dei capitali e la libertà di stabilimento delle imprese impediscono agli Stati di tassare redditi e patrimoni anche quando sono riferiti ai cittadini di quegli Stati, o ad attività svolte nei loro territori. Gli Stati non possono che rifarsi sui lavoratori dipendenti e autonomi, i cui redditi sono sempre più bassi. Solo un grande accordo internazionale consentirebbe di realizzare l’obiettivo primario di tutti i socialisti: agevolare il lavoro a discapito della rendita, detassando i redditi dei lavoratori e spostando il carico fiscale sugli rendite finanziarie. Serve un’imposta unica globale sui redditi delle società, come proposta pochi mesi fa dal governo statunitense, purché sia affiancata dall’adozione di metodi più efficaci per tassare i guadagni degli azionisti.
L’Unione Europea deve attrezzarsi di conseguenza. La sua ragion d’essere non è solo l’attuazione delle regole di un mercato comune ma anche, e soprattutto, la collaborazione tra Stati che condividono una storia: quella dello Stato di diritto e dello Stato sociale. Noi vogliamo la riforma integrale dei trattati, per un’Europa democratica e sociale. Vanno quindi eliminati quei principi vincolanti che contrastano con le esigenze dell’uguaglianza e del benessere diffuso: è fallita l’ideologia della stabilità dei prezzi e dell’indipendenza della Banca centrale. Serve poi rafforzare l’influenza dei cittadini sull’azione degli organi politici europei: più potere al Parlamento Europeo e meno alla Commissione, per un’Europa con una forte sovranità democratica.
4. La proprietà è potere e libertà. Noi vogliamo portare democrazia e libertà nella sfera economica: per farlo bisogna necessariamente organizzare i diritti di proprietà in maniera alternativa.
La proprietà è potere. Noi vogliamo portare la democrazia in economia, dunque serve allargare il cerchio di questo potere nella sfera economica, agendo sui diritti di proprietà. La proprietà ed il potere, specie se democratico, sono anche responsabilità: noi vogliamo far diventare i lavoratori all’altezza di questa responsabilità, e viceversa ogni volta che si invoca questa responsabilità per i lavoratori essa deve essere sempre accompagnata da un potere effettivo sulla proprietà.
I diritti di proprietà non sono un monolite, ma sono un mosaico, dove le tessere possono essere redistribuite diversamente e più equamente.
Con questa coscienza vogliamo dare nuovo slancio al movimento per i beni comuni, che devono emergere nella pratica, con l’aiuto di un diritto critico e anticapitalista, che se necessario deve elaborare istituti nuovi. Noi intendiamo i beni comuni come beni gestiti democraticamente dai propri utilizzatori: qui siamo avversi sia alla vecchia concezione di proprietà privata, sia alla trappola benecomunista che in fondo mira a dare sempre allo Stato la responsabilità (e dunque la proprietà) di questi beni. Al padrone e allo Stato-padrone noi contrapponiamo la libera comunità democratica e autogestita.
La filosofia dei beni comuni può contribuire a far uscire il movimento cooperativo dal pantano ideologico in cui si ritrova: non può essere la mera forma giuridica a determinare una cooperativa, ma l’effettiva gestione democratica di un bene; tutto il resto è o normale attività di impresa privata o mutualismo del Terzo Settore. Questa filosofia può dare nuove prospettive anche al Socialismo Municipale: attraverso il concetto di sussidiarietà, occorre moltiplicare gli spazi urbani cogestiti dai cittadini attraverso patti per l’amministrazione condivisa.
Il sistema economico produttivo deve essere orientato verso una divisione del lavoro organizzata “dal basso”, che abbia nei lavoratori il suo fulcro centrale. Per questo si devono favorire e introdurre gradualmente nel tessuto economico e produttivo forme di cogestione e coproprietà dell’impresa media e grande. A seconda dei contesti bisogna fare lo sforzo di istituire diversi modelli organizzativi attraverso cui i lavoratori possano decidere del ciclo di vita della loro impresa: attraverso forme di azionariato connesso alla dimensione contrattuale individuale e/o forme di società di capitali not for profit in cui l’utile viene reinvestito e redistribuito ai lavoratori e all’attività dell’impresa per generare valore economico e sociale collettivo.
Il modello tedesco della Mitbestimmung in tal senso può essere considerato un punto di riferimento utile, anche se non esclusivo e ancora non sufficiente per immaginare forme di cogestione e di copropietà radicali. Infatti il ruolo che i sindacati hanno in questo sistema è troppo corporativo, mentre il sindacato e gli altri corpi intermedi oggi sono chiamati a fare un salto di livello: dovranno organizzare e formare i lavoratori alla gestione aziendale, per emanciparli e dare loro autonomia, ma nel contesto aziendale bisogna creare uno spazio per l’organizzazione dei lavoratori nella gestione delle imprese che sia indipendente dai sindacati e dai corpi esterni, che dia indipendenza e centralità di azione solo ai lavoratori stessi – che siano copropietari o in cogestione delle imprese.
Cogestione e coproprietà diventano le forme principali e strutturali in cui organizzare la divisione del lavoro e la produzione, ridimensionare il conflitto capitale/lavoro così come anche l’esigenza di generare profitto individuale a tutti i costi, a danno del lavoratore e della collettività. La redistribuzione della ricchezza passa prima dal modo in cui essa si produce e dal modo in cui la merce acquisisce valore e, solo in secondo luogo, dalla fiscalità generale.
La proprietà è anche libertà, che però viene negata se non circola, e se è raccolta nelle mani di pochi. Va contrastato il ritorno al latifondo a cui stiamo assistendo, che è portatore di disvalore economico, di caporalato e di nuove forme di schiavismo. La proprietà diretta coltivatrice va difesa: la terra deve essere di chi la lavora. Per lo stesso principio vanno incentivate quelle forme di impresa dove chi lavora è proprietario dei propri mezzi di produzione: con questo spirito siamo favorevoli a misure per incentivare la giovane e piccola imprenditoria, assicurando innanzitutto il diritto dell’accesso al credito, e a misure che tutelino le partite IVA, assicurando loro le stesse garanzie costituzionali che spettano ai lavoratori subordinati.

5. Il lavoro è il discorso centrale del Socialismo e della nostra idea di libertà sociale. Cavalcheremo l’onda delle rivoluzioni tecnologiche dicendo: lavorare meno e lavorare tutti, sfruttare le macchine per emancipare l’uomo.
Il lavoro è ancora il discorso centrale del Socialismo. Ognuno deve contribuire alla società secondo le sue capacità, partecipando alla libertà degli altri per mezzo di un’attività che ama. Tuttavia, questo discorso deve prendere atto degli enormi cambiamenti imposti dalla rivoluzione tecnologia e informatica, e deve ricomporre il tessuto sociale distrutto dal capitalismo tecnico, nel corso del suo grossolano tentativo di liberarsi dai confini imposti dalla scarsità delle risorse naturali e dai limiti del lavoro vivo.
L’impatto della tecnologia sul lavoro deve essere affrontato evitando sia il luddismo, sia la cieca fiducia di chi ne sottovaluta gli effetti o è pronto ad accettarli supinamente. I socialisti devono essere pronti a fronteggiare sia la sostituzione del lavoro umano con le macchine, sia le trasformazioni che la tecnologia impone a chi continuerà a lavorare (tenendo conto che, se i disoccupati sono tanti, i salari scendono). Se la tecnologia rende il mercato sempre più competitivo, allora la politica deve impedire che il mondo del lavoro si polarizzi. Le persone di maggiore talento (esperti in materia tecnologica, dirigenti d’impresa, artisti) hanno senz’altro diritto a ricevere maggiore ricchezza, ma non possono essere gli unici a godere del benessere. Le persone “normali”, meno capaci di creare valore, non devono essere obbligate a scegliere tra non lavorare ed essere sfruttate, e non possono essere costrette alla precarietà, alla competizione continua, ad ambienti di lavoro insalubri.
La tecnologia deve essere sì invocata a gran voce, ma anche utilizzata in modo etico. Deve servire alla persona, ad alleviare le sue fatiche, e non solo ad arricchire le corporations multinazionali. Gli algoritmi non possono essere oggetto di segreto industriale, né produrre effetti discriminatori (come avviene, purtroppo, in alcuni settori della gig economy o dei social media). Gli strumenti che assicurano maggiore produttività – ad esempio, gli strumenti portabili come i braccialetti elettronici e gli esoscheletri e ulteriori apparecchiature – non possono aumentare il ritmo del lavoro fino al punto di ridurre i tempi delle pause e aggravare lo stress psicofisico.
Le condizioni di lavoro devono essere migliorate prevedendo nuovi diritti. Ai lavoratori autonomi bisogna assicurare una rapida tutela giudiziaria per i loro diritti verso i committenti morosi, una maggiore protezione per la malattia e la genitorialità, un accesso più agevole al credito bancario. I diritti dei lavoratori dipendenti vanno consolidati, ma anche aggiornati, proprio tenendo conto delle opportunità e dei pericoli che derivano dalla tecnologia (ferma restando la protezione dello Statuto dei lavoratori, contro gli eventuali abusi di potere da parte di datori e dirigenti). In ogni caso, deve essere favorita la redistribuzione a vantaggio dei lavoratori poveri e del ceto medio, con misure coercitive (tetto ai compensi dei manager) o fiscali (maggiore tassazione sui redditi da capitale e sgravi fiscali su quelli da lavoro).
La disoccupazione tecnologica deve essere prevenuta impedendo, o almeno rallentando, la scomparsa delle due figure tipiche della classe media: l’impiegato pubblico e l’operaio specializzato. Nel primo caso, è sufficiente che la P.A. sia libera di assumere tutto il personale di cui ha bisogno, affidando alle persone – e non solo alle macchine – l’esercizio della funzione pubblica. Nel secondo caso, lo strumento irrinunciabile è la formazione permanente, settore nel quale lo Stato deve fare la sua parte. A questo deve servire un nuovo sistema delle politiche attive: non più i Centri per l’impiego, strutture decentralizzate senza un adeguato coordinamento (e non sufficientemente “immerse” nel mercato del lavoro), ma una Agenzia di Stato. Questa Agenzia non dovrà occuparsi solo del collocamento (centralizzando tutti i dati sulla domanda e sull’offerta del mercato del lavoro, imponendo ai datori di lavoro l’obbligo di comunicare ogni posizione lavorativa aperta, e favorendo l’incrocio con i dati dei lavoratori in stato di disoccupazione, anche ai fini statistici). Dovrà anche competere sul mercato con le agenzie private, per la formazione di nuovi lavoratori, prevedendo con efficacia i cambiamenti di know how che le trasformazioni tecnologiche portano con sé. Formare vuol dire anticipare il futuro!
La formazione professionale è necessaria non solo per ridurre la disoccupazione, ma anche nell’ambito del classico rapporto di lavoro. Dobbiamo perseguire l’obiettivo generale di rendere più competitiva la nostra forza lavoro sul piano internazionale, e di fondare il nostro modello industriale sulla qualità (anziché sulla richiesta di mere “braccia”, con i nuovi orizzonti di sfruttamento che ne derivano, come già avviene nell’agricoltura e nella logistica). A questo proposito, segnaliamo il grande passo avanti che le organizzazioni sindacali stanno portando avanti attraverso il rinnovo dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro, tra cui metalmeccanici e chimici: imporre alle aziende un monte ore dedicato alla formazione degli operai è fondamentale, ed è la strada giusta da seguire.
Una singola proposta che può soddisfare entrambe le esigenze – migliorare le condizioni di lavoro, ma anche ridurre gli effetti negativi della disoccupazione tecnologica – può essere la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, liberando sia nuovi posti di lavoro, sia il tempo a disposizione dei lavoratori (utilizzabile per lo svago, il riposo, la vita affettiva). In Italia, dove i salari lordi sono tra i più bassi in Europa, questa misura non sarebbe insostenibile (semmai, per alcune posizioni lavorative, sarebbe insufficiente, e dovrebbe comunque essere affiancata da un aumento degli stipendi). Sarà necessario considerare anche la questione dell’apertura domenicale dei centri commerciali: nei giorni festivi, sarà necessario o aumentare la maggiorazione salariale per i dipendenti, o chiudere le attività (avendo cura di impedire, negli stessi giorni, la vendita di prodotti online).
In ogni caso, non è affatto sicuro che queste proposte salvino i lavoratori dalla disoccupazione strutturale, che già è presente in Italia (almeno dalla crisi finanziaria del 2008), e che si è già aggravata con la crisi conseguita alla pandemia, ma che potrebbe assumere dimensioni di massa ancora maggiori, con lo sviluppo della tecnologia. Innanzitutto, la disoccupazione strutturale rende insostenibile il welfare. Il nostro modello di Stato sociale, che garantisce a lavoratori e famiglie di poter arrivare a fine mese, il sistema pensionistico, lo stesso sistema sanitario colpito dalla pandemia, difficilmente potranno continuare a rimanere tali, se sono in pochi a lavorare: significa avere sempre più bisogni a cui rispondere, ma sempre meno entrate fiscali e contributive per poterlo fare. Anche per questo, dobbiamo ribadire che invochiamo più tasse sui redditi da capitale, e meno tasse sui redditi da lavoro.
In secondo luogo, la disoccupazione strutturale impone una revisione del welfare, nel contesto di un programma di investimento prodotto – innanzitutto – dalla lotta all’evasione e al lavoro nero (la grande piaga da cui la nostra generazione deve essere liberata). L’attuale reddito di cittadinanza non è sufficiente. La povertà non dipende solo dalla disoccupazione. Ripetiamo la necessità di formare i disoccupati in modo adeguato, ma bisogna garantire un reddito minimo a chi è inoccupabile, a chi rifiuta di farsi ricattare con lavori sottopagati e sottoqualificati, ai giovani che vogliono avviare una vita indipendente dalla famiglia. La spesa di denaro pubblico per chi non lavora non ci deve spaventare: si tratta pur sempre di cifre sufficienti a sopravvivere; non ci sarebbe alcuna ingiustizia ai danni dei lavoratori, finché saremo in grado di tutelare i loro stipendi e i loro compensi.
Allo stesso tempo, dobbiamo considerare che la disoccupazione strutturale potrebbe essere irrimediabile. Il progresso tecnologico potrebbe trasformare la società a tal punto da rendere i lavoratori una minoranza. In questo caso, saremo sicuramente costretti a proporre un reddito di base universale e incondizionato, finanziato con una maggiore tassazione sui profitti e sui redditi più alti, e sufficiente ad assicurare una vita più che dignitosa anche ai tanti, tantissimi, che non lavoreranno.
6. Siamo avversi all’idea pauperista e moralista della decrescita felice. Per l’Italia, centro del Mediterraneo, invochiamo la forza creatrice dell’innovazione: per spazzare via le rendite improduttive di vecchi privilegiati, per una transizione ecologica all’insegna dell’indipendenza energetica.
Il fenomeno a cui stiamo assistendo da anni e che spaventa anche gli USA è quello denominato Japanification ovvero quel processo e quelle condizioni che hanno caratterizzato il sistema economico-industriale giapponese nelle ultime decadi: bassa crescita economica (stagnazione secolare), bassa inflazione, bassi tassi di interesse, e invecchiamento della popolazione.
Uno dei fenomeni più interessanti all’interno di questo delicato orizzonte socio-economico è sicuramente quello delle zombie firms: aziende tecnicamente fallite che vengono tenute a galla dallo Stato. Si tratta perlopiù di aziende di medie e piccole dimensioni che rappresentano una barriera nei confronti di tutte quelle forze creative che generano crescita e innovazione all’interno del sistema economico nazionale. Le zombie firms sono aziende che non sono in grado di coprire i costi del debito con gli utili e che quindi dipendono dai creditori (le banche) per la loro esistenza. Esse apportano non solo un contributo nullo all’economia di un Paese ma anzi determinano un danno in quanto comportano un’errata allocazione di risorse che potrebbero essere destinate ad imprese innovative e produttive. Le conseguenze ricadono sul capitale umano e sulla crescita del salario medio. Infine è evidente come si stia andando verso una regionalizzazione dell’economia che rischia di schiacciare il sistema di PMI italiane sotto il peso della concorrenza straniera.
Investire nei settori innovativi è la soluzione, ma solo in presenza di una struttura di filiera con capofila forti. Le forze creative di Schumpeter sono altrimenti distruttive nei confronti delle forze che non si adeguano al cambiamento.
Superare il modello delle Piccole e Medie Imprese: perché ad oggi la PMI non investe in ricerca e sviluppo come dovrebbe. La Ricerca & Sviluppo è un motore di competitività in particolare nei settori ad alta e media tecnologia mentre nei settori a bassa tecnologia si osserva spesso che investimenti di capitale in attrezzature (spesso prodotte da settori tecnologici) o in innovazione non tecnologica (marketing, organizzazione) sono le più importanti fonti di innovazione. La R&S è essenziale per mantenere una base industriale competitiva in Europa, e quindi per l’UE nel mondo. Inoltre la ricerca e lo sviluppo privati spesso hanno effetti positivi anche sull’istruzione superiore e aiutano a mantenere un alto livello di competenze nonché la capacità di adottare tecnologie sviluppate altrove. Infine, la R&S privata è necessaria per affrontare le sfide della società in settori quali energia, trasporti, cambiamento climatico, economia circolare, salute e rivoluzione digitale.
È importante sottolineare che anche queste sfide rappresentano opportunità industriali, e quindi potenziali fonti di crescita e lavoro. L’Italia ha sempre avuto difficoltà ad accumulare capacità di innovazione per produrre una massa critica di innovatori in grado di dare una spinta ai sistemi di innovazione nazionali o regionali, anche pubblici. L’assenza di una massa critica di innovatori in molte regioni italiane e il loro debole tessuto economico impedisce di generare consistenti esternalità che impediscono a loro volta la diffusione della conoscenza.
E’ quindi necessario promuovere e rafforzare l’importante canale tra finanza e imprese in modo da spingere le imprese a federarsi in realtà come trust e/o consorzi. In questo potrebbe svolgere un ruolo fondamentale Cdp che come la Kfw (Kreditanstalt für Wiederaufbau) sarebbe in grado di sostenere le Pmi nel difficile mondo dell’export e dell’internazionalizzazione.
Ricambio generazionale: In un’economia in cui quasi la metà delle imprese è ancora guidata da ultrasessantenni è necessario che il mondo e il tessuto imprenditoriale italiano si apra maggiormente e consenta l’ingresso e la stabilizzazione delle nuove generazioni. Queste deve avvenire non solo migliorando le condizioni contrattuali e salariali (ad oggi veri e propri bastioni dell’ instabilità della vita di qualsiasi under 30), ma anche favorendo l’accesso ai ruoli apicali, di maggiore responsabilizzazione e sostenendo i processi di managerializzazione delle imprese.
La successione nelle imprese rappresenta non solo una sfida di sopravvivenza, ma anche un’opportunità. Il passaggio generazionale che abbiamo in mente non è quindi semplice rottamazione renziana ma un sano processo di trasferimento della leadership e delle proprietà imprenditoriali che caratterizzano le Pmi italiane. Nel complesso, le imprese familiari in Italia impiegano oltre il 90% della forza lavoro e nei prossimi anni assisteremo ad un numero massiccio di successioni aziendali. Il 43% dei leader d’impresa è ultrasessantenne e questa generazione di baby boomers che ha fondato o ereditato il loro business nella seconda parte del ventesimo secolo, si troverà presto a tramandare l’impresa alla generazione successiva di millennials.
Indipendenza energetica. Le nuove forme di produzione e consumo rendono obsoleto il paradigma energetico esistente, che tanto ha dato all’Italia negli anni del boom economico ma che oggi rappresenta un ostacolo alla sua stessa competitività internazionale. Si rende necessario investire in questo cambiamento risorse, esperienza e competenze per contribuire al rinnovamento del mercato dell’energia e al rilancio dell’economia. Un modello che dovrebbe basarsi su una tecnologia flessibile e capillare, che permetta di produrre e portare nelle case (in tutte le case!) energia più efficiente grazie a sistemi intelligenti: un sistema energetico basato sull’innovazione e sulla sostenibilità ambientale. Si rende necessario quindi investire in un sistema industriale ibrido con energia pulita. Energia che deve guardare al futuro delle persone, dei territori e delle aziende per affrontare insieme il cambiamento anticipando e cogliendo le opportunità di sviluppo. Puntare sull’e-mobility e sulla piena conversione della mobilità e delle infrastrutture a suo servizio. Diversificazione delle risorse sostenibili significa anche cogliere le opportunità della tecnologia. L’Italia è il più grande importatore di energia elettrica al mondo e questo è inaccettabile per un Paese in procinto di scrivere un pezzo importante di futuro delle nuove generazioni. Il nucleare, a tal proposito, se percorribile, può essere un’alternativa valida. Noi giovani socialisti lo guardiamo con curiosità.
Italia al centro del Mediterraneo. L’Italia deve guardare in faccia la realtà e ripartire da un apparato infrastrutturale da costruire e/o modernizzare che possa sostenere una vera crescita economica. L’Italia ha 7.600 km di coste, piene di porti (17 i principali), nel centro del Mediterraneo. Solo a qualche migliaio di chilometri da noi c’è il canale di Suez che ha raddoppiato la sua capacità. Quindi, l’Italia si trova ora su una strada che da periferica è diventata centrale e risulta essere la naturale piattaforma logistica per collegare le rotte marittime ASIA/SUEZ/Mediterraneo con l’Europa continentale e il suo cuore produttivo. I maggiori porti del nord e del sud Italia possono essere al centro di questo sviluppo ma solo investendo sull’intermodalità si possono generare occasioni di business e assicurare copertura finanziaria ai nostri investimenti nei Paesi del Mediterraneo. Progetti di questa portata attirerebbero università, start-up, giovani, centri di formazione professionale, tutti vicini e connessi tra loro. Ma si sa che un cuore può anche pulsare bene ma se ha le arterie ostruite non può funzionare. E allora gli obiettivi di una politica infrastrutturale capace di garantire valore e crescita economica promuovendo la competitività devono necessariamente passare da un’adeguata accessibilità ai nodi garantita dalla interconnessione tra le reti, riequilibrare la domanda verso modalità di trasporto sostenibili e promuovere l’intermodalità.
Puntare sulla tecnologia. Occorrerà colmare il gap con l’industria 4.0 che oggi deve necessariamente passare attraverso la scuola, con istituti ad hoc di formazione post diploma specifici per le nuove professioni, tra cui Big Data, Cloud, Mobile, Cyber-security: sono questi i settori ICT che, si stima, possano generare nei prossimi anni tanti nuovi posti di lavoro. Investire nel nostro sistema educativo e nella ricerca, favorendo moderne politiche economico-industriali ben orientate al futuro, senza copiare ma contestualizzandole alle caratteristiche e necessità del sistema produttivo italiano.
7. Il femminismo non ha esaurito il suo compito storico, che converge pienamente con quello del movimento socialista.
Il femminismo è un punto cruciale e “insopportabile” dell’Idea socialista. Noi rivendichiamo l’uso di questo termine, al posto della più blanda “parità di genere”, perché è importante sottolineare la storicità del movimento e anche la sua profonda riflessione filosofica, ancora oggi valida e calzante: il femminismo non ha esaurito il suo compito.
Ripartire dal femminismo significa anche considerarlo come elemento necessario per la lotta alle oppressioni. L’oppressione patriarcale sta alla base della nostra società e la pervade. Ed è un grande problema, perché tiene incatenata la più grande “finta minoranza” – finta perché in termini meramente quantitativi è in realtà una maggioranza, ovvero l’intera popolazione femminile. Le donne sono oppresse perché continuano ad essere considerata in funzione del loro non essere uomo, come se mancasse loro qualcosa rispetto allo standard umano considerato come il maschile universale. Del resto il “femminile” è sempre il termine negativo di riferimento. Anche negli stereotipi che avvolgono la popolazione maschile.
La nostra società è da sempre androcentrica. Il capitalismo non fa eccezione, anch’esso è modellato sull’uomo. Simone de Beauvoir scriveva: “non dimenticate mai che sarà sufficiente una crisi politica, economica o religiosa perché i diritti delle donne siano rimessi in discussione. Questi diritti non sono mai acquisiti”. E così lo vediamo con il recentissimo esempio dell’Afghanistan e in Italia lo abbiamo visto con l’emergenza della pandemia. Le donne sono le prime a perdere il lavoro, lo perdono perché sono considerate accessorie, in quanto meno produttive, in quanto costrette a ripiegare su part-time o rinunciare alla loro carriera o ai loro sogni in quanto donne, culturalmente e biologicamente.
Noi vogliamo ripartire dall’importanza dell’alterità della donna: non come costola dell’uomo, ma in quanto essere umano di sesso femminile. Ripartire dal femminismo e dalle donne vuol dire ripensare alla base il sistema capitalistico e patriarcale, anche in un’ottica ecologica: vuol dire non pensare in termini di produttività, di competitività, di sfruttamento, di ritmi fatti per gli uomini, ma regolarizzarsi su stili di vita sostenibili dall’umanità nella sua interezza. Vuol dire lavorare meno e lavorare tutti. Per questo riteniamo importante, oltre all’assistenza per le donne, una misura come il congedo di paternità obbligatorio. Un piccolo passo per cambiare gli squilibri del mondo.
Il femminismo si batte per la liberazione dalle costrizioni sociali e dagli stereotipi, che pongono in una condizione di maggior svantaggio le donne, che ne sono il soggetto principale. Lo svantaggio delle donne sul lavoro le porta inevitabilmente ad una questione di sudditanza, economica e psicologica, mentre continuano a venir relegate – più o meno esplicitamente – nella loro dimensione oppressiva: all’interno della casa, dedite al lavoro di cura, da sempre dato per scontato e mai retribuito, in virtù di un presunto ordine naturale. L’esclusione dalla vita pubblica, diretta da una politica fatta da uomini e per gli uomini dove troppo spesso le donne sono invitate ad entrare solo per continuare a legittimare il patriarcato, ostacola l’espressione naturale del sé.
Per una reale liberazione crediamo sia necessaria la pratica dell’autocoscienza, eredità del femminismo: ripartire da noi, ripartire dal nostro essere donne e dai nostri corpi. I corpi sono il punto di partenza per una costruzione del sé, per la liberazione del sé dal giogo della società e da ciò che essa ci costringe ad essere per via degli stessi corpi. Non occorre cancellarli, ma decostruire i ruoli di genere ad essi legati che la società impone a tutte e a tutti. Alla gabbia del genere opponiamo la liberazione da esso e quindi la liberazione di tutte le donne.
8. Contro l’idea di Stato Etico: consideriamo il raggiungimento dei diritti sociali, senza i diritti civili, una vittoria mutilata.
Da sempre ci opponiamo all’idea ingiusta e totalitaria di “Stato etico”. Come socialisti non chiediamo allo Stato di indurre coattivamente i cittadini al comportamento ritenuto eticamente più valido ma di riconoscere il diritto di ogni individuo ad autodeterminarsi nel rispetto degli altri. Nel corso della nostra storia, infatti, tutte le conquiste ottenute per il riconoscimento dei diritti civili hanno posto al centro le esigenze del singolo e la libertà individuale di poter decidere della propria vita.
Chi pensa che la lotta per i diritti civili sia secondaria commette un grave errore, perché la reale attuazione dei diritti sociali senza il riconoscimento dei diritti civili è solo una vittoria mutilata per noi socialisti. E’ questo l’approccio che vogliamo darci, consapevoli della quantità di categorie di esclusi e di ultimi, ai quali i diritti di principio sono costantemente negati. Ad oltre 50 anni dall’approvazione della legge sull’aborto, per esempio, sono ancora tante le donne che incontrano difficoltà ad esercitare un diritto legalmente riconosciuto a causa dell’assenza di una regolamentazione sulla distribuzione negli ospedali di medici obiettori e non. La lista dei diritti negati , purtroppo, è lunga. Tra questi, fa parte del diritto all’autodeterminazione la legalizzazione della cannabis, una battaglia che abbiamo sposato da tempo e che troppe volte, di fronte ad un Parlamento conservatore e bigotto, abbiamo cercato invano di rilanciare.
Ultimamente la discussione politica si concentra sulla proposta di Referendum sull’Eutanasia Legale. L’abolizione del reato di “omicidio del consenziente” è stata da noi prontamente sostenuta: abbiamo impiegato molte delle nostre giornate estive come volontari nei banchetti per la raccolta firme. Riteniamo fondamentale riconoscere il diritto di porre fine dignitosamente alle proprie sofferenze qualora le condizioni mediche evidenzino l’impossibilità di una guarigione. Anche in merito al dibattito sorto intorno al DDL Zan, rispetto al quale come giovani socialisti abbiamo sollevato delle critiche sulla formulazione di alcuni articoli, ci schieriamo a favore di norme volte a tutelare minoranze oggetto di violenza.
In particolare è necessario che accanto a queste norme si affianchino vere forme di prevenzione e di assistenza contro la violenza fisica e psicologica, e in questo senso aumentare fondi e numero dei centri anti-violenza, sia per donne che per uomini ma anche completamente dedicati alle necessità specifiche della comunità LGBTQ+, anche tramite il supporto (morale e finanziario) ad associazioni, gruppi e comunità già esistenti.
Fondamentale per la prevenzione contro un certo tipo di violenze è potenziare e specializzare il supporto psicologico e assistenziale scolastico in modo da garantire forme di tutela più ampie ai minori, in particolare quelli facenti parte della comunità LGBTQ+, vittime di violenza fisica e psicologica anche in ambito familiare. Su questa stessa linea è la necessità di rendere illegali le cosiddette “terapie di conversione”, già contrarie ai principi deontologici della professione degli psicologi ma che non sono oggetto di una specifica legge statale portando centinaia di persone, spesso minori, a subire forme di violenza psicologica istituzionalizzata.
A questo però aggiungiamo la necessità che si approvi subito un pacchetto di norme finalizzato, da un lato, ad equiparare in tutto e per tutto le attuali “unioni civili” al matrimonio tra eterosessuali e, dall’altro, a riconoscere la possibilità anche per coppie omosessuali e single di adottare bambini. La nostra ampia visione del concetto di famiglia si fonda sulla necessità di garantire ai bambini orfani – a cui la vita ha negato alcune possibilità – di poter crescere in un ambiente sereno e ricco di amore, indipendentemente dall’orientamento sessuale del genitore adottivo o dei genitori. In questo senso chiediamo una riforma totale delle procedure adottive, per rendere l’adozione una possibilità veramente effettiva per le tante famiglie che sono genuinamente disposte ad impegnarsi sulla genitorialità.
Il recente confronto sulla riforma della Giustizia ci spinge infine, sempre sul solco della nostra tradizione, a riaffermare con forza la reale attuazione dell’articolo 27 della Costituzione che, oltre al garantismo cui aderiamo completamente, sancisce il principio per cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Riteniamo, infatti, che i condannati, scontando giustamente la pena assegnata dal giudice per i reati commessi, siano destinatari di un trattamento in linea con lo Stato civile nel quale siamo orgogliosi di vivere. Solo attraverso un approccio diverso, costruttivo, è possibile immaginare che il reo possa veramente integrarsi in società una volta scontato il proprio debito con la Giustizia. Ci opponiamo duramente, dunque, a tutti gli abusi compiuti dalla Magistratura e dalle Forze dell’Ordine.
10. L’emancipazione collettiva passa da un’istruzione pubblica di grandissima qualità e alla portata di tutti, tramite la Scuola, l’Università e la Formazione Permanente.
L’educazione delle persone è il fondamento di una società socialista e democratica compiuta. Da troppi anni invece l’istruzione pubblica è stata messa in secondo piano, spesso connotata da tratti classisti, costantemente sottofinanziata e messa alla prova dal protagonismo dei vari ministri che si sono succeduti. Il risultato è un grande apparato che non serve a niente: nella maggioranza dei casi non forma al lavoro, non educa e non insegna cose utili, aumenta il divario sociale proponendo costosi percorsi formativi per ricchi privilegiati e lasciando indietro tutti gli altri.
L’emancipazione collettiva passa da un’istruzione pubblica di grandissima qualità e alla portata di tutti, dunque riteniamo di vitale importanza l’attuazione di riforme strutturali che intervengano su tre livelli: Scuola, Università e Formazione permanente.
Nell’ottica di continuità formativa che immaginiamo, capace di prescindere dal concetto di educazione come mero “momento obbligato” della vita , riteniamo essenziale che l’intero intervento politico in materia ruoti attorno alla necessità di provvedere innanzitutto ad una completa e partecipata Legge nazionale sul diritto allo studio che garantisca accessibilità permanente e universale alla formazione pubblica. Essa è la strada maestra per superare una sterile iniziativa sulla scuola circoscritta a micro-interventi dettati dalla contingenza del clima politico.
SCUOLA
La riforma della scuola deve necessariamente partire da un assunto: educare le persone alla vita e non insegnare la vita alle persone. L’attuale modello scolastico non risponde a questi obiettivi. Il crescente abbandono scolastico, il mancato aggiornamento dei programmi, metodi di apprendimento meramente teorici e sganciati dalla formazione pratica e tecniche di insegnamento basate sul modello dei voti rappresentano alcuni dei grandi problemi che devono essere risolti se si vuole parlare di riforma della scuola. Il pensiero è rivolto al modello Finlandese, e non solo, in cui l’assenza di voti e una grande cooperazione tra gli studenti ha dimostrato di garantire un migliore apprendimento. Sono inoltre ormai maturi i tempi per un passaggio da tre a soli due cicli scolastici, con l’aumento dell’età per la scuola dell’obbligo a diciotto anni: il superamento delle scuole medie garantirà agli studenti una formazione più uniforme e specializzata. È essenziale dunque Modificare l’attuale frammentazione del percorso di studi, che oggi condanna all’etá di 14 anni a calarsi nel limbo di una scelta sempre più complessa, poiché urge garantire una più solida preparazione culturale di base ancor prima di aumentare esponenzialmente gli indirizzi di studi sulla sola base delle micro-oscillazioni del mercato di lavoro. Dinanzi allo scontro immobile tra scuola del mito vuoto della “competenza” e scuola della grigia e cattedratica “conoscenza” , dobbiamo pretendere un sistema di istruzione della “coscienza” al fine di garantire universalmente i mezzi didattici e culturali per comprendere le complessità dei nostri tempi. E’ necessario, in ultimo, investire di più e meglio nell’insegnamento delle lingue straniere e dell’informatica per consentire ai “nativi digitali” di sfruttare a pieno le risorse tecnologiche di cui dispongono.
UNIVERSITA’
L’Università italiana è iniqua, a causa delle sempre maggiori possibilità che vengono riconosciute alle università private in luogo di quelle pubbliche. Noi ci opponiamo fermamente a questo modello corporativo ed elitario. E’ per questo che tra le riforme urgenti del sistema universitario proponiamo l’abolizione del numero chiuso per l’accesso alle facoltà e il riconoscimento di Titoli di laurea direttamente abilitanti alla professione di riferimento. E’ chiaro che la diretta abilitazione, supportata anche da tirocini formativi, è concretamente applicabile se accompagnata ad una riforma dei programmi di laurea in senso più pratico, formativo e meno speculativo. Per garantire un accesso universale agli studi universitari è sempre più vitale investire in Borse di Studio e fondi per la realizzazione e ristrutturazione degli Alloggi Universitari, importanti per non scaricare il costo, sempre troppo oneroso, degli affitti sulle famiglie. L’università è anche e soprattutto ricerca. Anche per i dottorandi le attuali borse di studio, inferiori alle medie europee, non consentono una ricerca serena e approfondita, capace di rimettere l’Italia al centro del progresso scientifico e culturale del Mondo. Risulta, infine, fondamentale ripensare a un nuovo modello di accesso agli studi di Dottorato: il metodo attuale di selezione è poco trasparente e non garantisce reali valutazioni meritocratiche. Tanto meglio sarebbe abolire questi finti concorsi, e responsabilizzare di fronte ad una commissione esterna il professore che sceglie direttamente il ricercatore.
FORMAZIONE PERMANENTE
E’ questo il tema che più di tutti incarna lo spirito del Socialismo Municipale che da sempre portiamo avanti. Lo Stato deve tornare a farsi carico di offrire nuovi servizi ai cittadini per formarli continuamente e soprattutto per superare il digital divide che ancora ci separa dagli altri paesi europei. Formazione Permanente significa quindi aprire le scuole e le università all’esterno, o utilizzare spazi pubblici che troppo spesso abbandonati o sottoutilizzati, per organizzare corsi, convegni, e progetti accessibili a tutte e tutti: insegnare nuove competenze, orientare e formare al lavoro, tramandare antichi mestieri, educare alla tecnologia, diffondere la cultura, aumentare la qualità della vita.
11. La sanità è un diritto universale, che deve essere garantito da un’organizzazione efficace basata sui bisogni della persona e non sul profitto.
La salute è un bene primario d’interesse universale. La sanità, di conseguenza, non è un servizio da valutarsi meramente secondo il metro dell’economicità nell’ottica di mercato né può essere valutata la sua sostenibilità sulla base del maggior profitto o della minor perdita. La sanità è un diritto universale, quindi non passibile di valutazione meramente economica, e come tale deve essere trattato sia dal pubblico che dal privato.
L’organizzazione della sanità deve, tuttavia, essere rivista per garantire effettivamente il diritto a tutti i cittadini e non solo: alla salute, bene primario universale, deve corrispondere una sanità altrettanto universale, quindi accessibile e fruibile per chiunque.
Ogni essere umano ha delle istanze sanitarie differenti sulla base della propria condizione personale: i giovani spesso rinunciano alle cure mediche per la disfunzionalità delle strutture, per il sovraffollamento, per le lunghe liste d’attesa o, nel caso di medici privati o strutture private, per costi elevati; gli anziani spesso non hanno adeguata attenzione per la penuria di geriatri, per l’intasamento delle strutture sanitarie o per l’impossibilità di deambulare, eccetera
La sanità va quindi riorganizzata, dai grandi centri ospedalieri alle strutture territoriali, partendo dalle strutture medicali di base, con il maggior coinvolgimento dei medici cosiddetti di famiglia nella prevenzione primaria e secondaria e nel primo soccorso organizzandoli in strutture territoriali attrezzate e ben organizzate, soprattutto per soppiantare centri disfunzionali, per poi potenziare le strutture di pronto soccorso e rendere più accessibili reparti specifici per le singole necessità generali: da quelle dei giovani e dei lavoratori, che non possono impiegare giornate intere per ottenere consulti medici, a quelle degli anziani, che non hanno la giusta attenzione.
Rendere la ricerca sanitaria pubblica un fiore all’occhiello è fondamentale, e per farlo è opportuno rivedere il sistema degli hub di ricerca e favorire un maggiore inserimento dei neolaureati, degli specializzandi e dei ricercatori borsisti, con molta attenzione alla virologia come specializzazione della ricerca per i decenni prossimi, essendo questo segmento di ricerca attuale e quanto più il futuro.
Per poter guardare al futuro sia in campo medico sia in campo di ricerca medica è necessario togliere le facoltà di medicina e gli hub di ricerca ai baroni universitari per darle agli studenti (nell’ottica dell’università degli studenti, e non più degli studi) e alla meritocrazia per liberare la ricerca scientifica-medica e nuove risorse nel settore medico.
Ci facciamo inoltre promotori di una accelerazione della telemedicina e della telematizzazione del settore sanitario: meno burocrazie, meno lungaggini, più rapidità d’accesso e più facilità d’accesso. La tecnologia corre, e noi abbiamo un sistema burocratico-sanitario fermo, nei migliori casi, agli inizi del secolo.
12. Dobbiamo salvare la Democrazia dal pesante tallone della Rivoluzione Informatica, democratizzando la tecnologia stessa. Contro ogni forma di cyberfascismo!
E’ tempo che alcuni grandi miti su Internet vengano sfatati. E’ tempo che si dica che la rete informatica non è la grande piazza pubblica che era stata immaginata e auspicata dai visionari, non è il punto di accesso a conoscenze e informazioni illimitate, ma anzi rischia di essere il grande elemento in grado di stravolgere il sistema democratico. Internet non è libero, sono piuttosto gli architetti di internet liberi di fare ciò che vogliono privi di qualsivoglia responsabilità. Internet è un’architettura proprietaria, manipolabile a proprio piacimento da un numero molteplice di attori (proprietari, ingegneri informatici, dagli opinion leader e dai gruppi). Di fronte alle sistematiche violazioni di privacy degli utenti, diffusione di campagne di odio e disinformazione, la questione dirimente del nostro secolo è dunque quella di salvare la Democrazia dal pesante tallone della Rivoluzione Informatica, ed anzi contrattaccare, regolando e democratizzando la tecnologia stessa.
Bisogna impedire che gli algoritmi lasciati alla mera crescita autonoma incontrollata portino alla frammentazione delle nostre società creando e rinforzando comportamenti tribalistici legati a supposte appartenenze pseudoreligiose, pseudopolitiche o pseudoscientifiche. Gli strumenti informatici oggi non si occupano solo della mera interconnessione ma anche della manipolazione del consumatore: crea un enorme complesso di riflessi pavloviani a scopi pubblicitari, con una pervasività e un’efficacia inquietanti.
È necessario quindi promuovere regole collettive che spingano le grandi realtà del mondo digitale verso comportamenti più responsabili rispetto alle conseguenze che scaturiscono dell’utilizzo massificato dei servizi digitali erogati. Per far questo è necessario anche vi siano controlli sul reale funzionamento delle strutture informatiche, è per questo necessario che gli algoritmi siano pubblici e controllabili nel loro funzionamento. Internet è un mezzo che sempre di più svolge una fondamentale funzione di pubblica utilità, accompagnando la vita economica, sociale e culturale dell’Umanità: i suoi meccanismi non possono essere un’esclusiva competenza di quei soggetti proprietari che hanno un esclusivo interesse al profitto.
Invochiamo innanzitutto la protezione delle libertà fondamentali su internet. Anche se la libertà di espressione si riesce già a tutelare da sé nel mondo del web, è quella personale dell’individuo che si esprime ad essere minata da intercettazioni e raccolte dati invasive e totalitarie: la non tracciabilità e la crittografia sono dunque i due principali strumenti per dare alle persone sul web innanzitutto le stesse tutele che le leggi liberali assicurano loro nel mondo fisico; compresa la libertà di riunione, che viene paradossalmente minata nel momento in cui le nostre conversazioni virtuali sono sorvegliate e violate da estranei.
Gli attacchi ransomware, cioè la crittazione abusiva dei dati, rappresentano il verso opposto e coincidente di questo problema: dalla grande azienda sino al singolo cittadino, tutti devono essere sensibilizzati sulle operazioni necessarie per operare in assoluta sicurezza su internet. La pretesa esclusiva delle cryptocurrencies per il pagamento di questi riscatti, sotto la minaccia della perdita di dati importanti o della pubblicazione degli stessi agli sconosciuti, indica poi la mancanza di controllo su quelle cosiddette “valute di nuova concezione” usate nella stragrande maggioranza dei casi per attività criminali quando non per pura speculazione finanziaria, obbligandoci ad un giudizio severo sullo stato attuale di questi beni immateriali, espressione di un capitalismo cieco e avido che non vuole alcun controllo nelle sue operazioni e che aumenta a dismisura la richiesta di energia per produrre letteralmente il niente, visto che si tratta di risultati di processi algoritmici volutamente sempre più complicati per generare l’illusione della scarsità, mentre tale energia potrebbe essere impiegata in maniere decisamente più produttiva. L’unico dato positivo della cryptovalute è l’introduzione al grande pubblico della tecnologia delle blockchain, unico meccanismo che le controlla, che sta dimostrando brillanti applicazioni in tutte le industrie per garantire la provenienza e la qualità delle risorse impiegate nella produzione di beni.
La libertà di riunione oggi può essere inoltre solo assicurata anche da un effettivo accesso ad internet, che oggi può essere considerato un vero e proprio diritto – che andrebbe costituzionalmente tutelato: l’Italia deve fare un ultimo e definitivo sforzo per portare la banda larga in tutti i territori della Repubblica, e garantire l’accesso al web anche alle fasce di popolazione più povera. Il digital divide non è più compatibile con la Democrazia. Infine, come nel mondo fisico abbiamo il diritto a trasferirci, a cambiare contesto di vita portando ciò che è nostro con noi, così nel mondo virtuale deve essere garantito il diritto all’oblio, per non lasciare per sempre le nostre tracce e le nostre informazioni sensibili in pasto a speculatori di sorta.
Il grande diritto che deve essere garantito agli individui che sono immersi nell’infosfera è la privacy. Decidere quali informazioni lasciare di noi agli altri è il cardine della libertà individuale e dell’autodeterminazione. Vanno posti limiti alla raccolta dei dati biometrici, che essa sia per fini pubblici o privati, e regole ferree vanno imposte ai social, ai siti internet, alle app, ai device personali, che possono in qualsiasi momento – e in maniera del tutto fraudolenta – rubare dati personali ai loro utilizzatori (senza il loro consenso o con il loro consenso coatto). Per una effettiva tutela della privacy vanno create specifiche sanzioni penali e civili, ma anche in ambito giudiziario ci possono essere degli abusi: come quelli dell’uso dei trojan, che devono essere limitati a specifici casi, e le informazioni che raccolgono devono essere cancellate qualora non contengano elementi attinenti al processo. La fuga di queste informazioni dovrà essere pesantemente sanzionata.
La tutela della privacy non è solo un diritto individuale, ma anche sociale e collettivo nel momento in cui è messa a repentaglio da una scarsa o addirittura assente sicurezza informatica. La cyber security è oggi un settore di vitale importanza per uno Stato, a protezione dei propri dati che sono un bene collettivo. Come ha dimostrato lo scandalo Pegasus, è necessaria una moratoria immediata sugli spyware in modo che la regolamentazione anticipi il mercato e ci metta al sicuro dagli abusi: l’attuale far west dello spionaggio è intollerabile e colpisce sproporzionalmente giornalisti e difensori dei diritti civili proprio in quegli stati dove sono più utili, rallentando l’avanzata della democrazia e della giustizia sociale nel mondo.
Infine, quello che i socialisti devono fare, non è solo portare i diritti civili e sociali su internet, ma usare internet anche per potenziare questi diritti nella realtà. La Democrazia stessa può beneficiare di un uso etico e sicuro delle tecnologie informatiche. La possibilità di firmare online per il Referendum Eutanasia Legale è stato il primo grande passo che dimostra che si può potenziare la Democrazia, tramite i suoi istituti di democrazia diretta, ed apre anche ad una conquista che noi giovani socialisti auspichiamo da tempo: il voto ai fuorisede. Anche i modelli dell’Open Source e dei Creative Commons sono da guardare con favore e da incentivare: esempi di contro-proprietà che sono ormai fondamentali per la tutela di beni universali come la conoscenza, la libera moltiplicazione di arte e cultura, e l’accesso all’informazione. Questi protocolli minano le basi di una proprietà intellettuale che è costruita in maniera sartoriale sugli interessi di pochi, e che va invece totalmente rivoluzionata, per raggiungere un nuovo e migliore equilibrio tra i diritti di accesso collettivi e i diritti economici individuali.
La Democrazia sociale di internet non si potrà mai realizzare senza una diffusa ed efficace educazione alla comprensione e all’utilizzo degli strumenti informatici. La formazione (tramite la Scuola, l’Università e la Formazione Permanente) è la parte centrale di una strategia pubblica per risolvere il digital divide: insegnare l’accesso alla tecnologia, ed educare ad un suo utilizzo attento ed etico.

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