venerdì, 18 Giugno, 2021

Gli effetti del lavoro sulla psiche umana

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La Psicologia del lavoro, delle organizzazioni e delle risorse umane è una branca della psicologia strettamente legata all’ambito lavorativo, branca fin troppo spesso sottovalutata in territorio italiano.
L’obbiettivo di questi studi è però utile, se non necessario, per la promozione del benessere sia individuale, poiché concernente in primis la salute mentale del lavoratore, sia, di conseguenza, quello dell’intero meccanismo produttivo.
Le relazioni tra diversi soggetti e contesti organizzativi sono sempre state fondamentali, poichè indicatori di discrepanze tra fattori personali, interpersonali e situazionali che agiscono come elementi disgregativi all’interno dell’ambiente di lavoro.
Attuare i metodi della psicologia in questo campo è quindi fondamentale per garantire la crescita e la tutela del lavoratore, e incentivare il rendimento collettivo tramite una vera e propria ricostruzione architettonica dei rapporti sociali, la pacifica convivenza collaborativa e la condivisione di macro-obbiettivi comuni.

La figura dello psicologo del lavoro si occupa quindi dello sviluppo e della formazione di competenze e apprendimenti specifici, da quelle di stampo dialogico a quelle di stampo pratico, utilizzando veri e propri criteri d’indagine “maieutica”, volti a guidare l’individuo attraverso un percorso di miglioramento e scoperta delle proprie predisposizioni, inquadrandolo così in un ambito più attinente alle proprie abilità, al fine ultimo di migliorarne il benestare psicologico e massimizzarne le capacità lavorative.
Inoltre, queste importanti figure intervengono sui comportamenti delle posizioni di comando per individuare l’efficacia delle azioni direttive da questi ultimi disposte, contribuiscono all’incremento della qualità relazionale con i sindacati e con i processi di negoziazione, esaminandone i fattori psicosociali che ne influenzano il funzionamento organizzativo.
Vi è però un compito di primaria importanza, spesso completamente ignorato: la prevenzione dallo stress.

Ogni azienda e tutti i suoi dipendenti sono soggetti a pesanti rischi psicosociali, tra cui lo stress “lavoro-correlato”, causa di basso rendimento, perdite economiche, serie ripercussioni sociali nel mondo esterno e nella psiche dell’individuo sottopostogli. Infatti, nei vari settori del lavoro, la consapevolezza che frequenti esperienze di stress incidano negativamente non solo sulla salute di un determinato soggetto, ma sull’intero gruppo sociale che lo circonda, è in continua crescita.
Il testo unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro (TUSL) ha reso obbligatoria anche la valutazione del rischio stress “lavoro-correlato” (D.Lgs. 81 del 9 aprile 2008).
Tra i rischi, quelli più ricorrenti e pericolosi sono il “burnout” e il “mobbing”.

Il “burnout” è una sindrome specifica dello stress lavorativo: il termine si traduce letteralmente in “bruciato” ed indica un processo “stressogeno” progressivo. Questo causa nella prima fase una perdita di motivazione nello svolgere mansioni o nel portare a termine determinati obbiettivi, causando un lento logoramento psicofisico dovuto alla mancanza di energie e all’incapacità di smaltire il carico di stress accumulato nel tempo.
E’ una sindrome composta da più livelli, a componente prevalentemente psichica ed a lungo spettro temporale, che richiede una terapia analitica altrettanto complessa, infatti nel 2019, l’International Classification of Disease (ICD) l’ha inserita tra le “sindromi occupazionali” capaci di ledere la salute della persona in questione. La depressione può infatti essere una delle conseguenze e può evolversi in un Disturbo Depressivo Maggiore (DDM), tristemente associato ad un tasso di suicidi del 15% annuo; ad essere in pericolo non è però solamente la vita del soggetto, giacchè la sindrome ha presentato più volte relazioni con casi di violenza domestica, favoreggiandone l’incidenza.
Ma esattamente, quale scintilla scatena il divampare di questa sindrome così frequente?

Un articolo dell’European Journal of Work and Organizational Psychology conferma per l’appunto, che 294 lavoratori su 365, scelti tra diversi campi d’occupazione, soffrono di tale sindrome a livelli variabili e il drastico abbassamento della produttività sembra essere strettamente correlato.
La causa in comune tra le varie sembra però essere una: il “mobbing”; una forma di violenza psicologica, sistematica e duratura, perpetrata in ambiente di lavoro, volta all’estromissione fisica o morale del soggetto dal processo lavorativo o addirittura dall’impresa stessa.
Il “mobbing strategico” o “bossing”, ad esempio, consiste in un esclusione premeditata, da parte di livelli gerarchici superiori, dalla vita lavorativa e dalle relazioni sociali che ne pervengono; il “mobbing relazionale”, derivato da alterazioni o esasperazioni di sentimenti contrastanti come gelosia e rivalità, manifestatosi tra colleghi o tra direttore e dipendente, ed infine il “mobbing non intenzionale”, nel quale un superiore, sentendo minacciata la propria posizione, attua, inconsapevolmente, comportamenti aggressivi e territoriali nei confronti del sottoposto, negandogli la possibilità di reagire.

Oggi, queste scoperte in ambito psicosociale hanno sfidato a viso aperto la tradizionale concezione di sicurezza sul lavoro, ampliandola a dismisura ed inserendo tra le priorità la salute mentale del lavoratore e la sua fondamentale tutela, permettendo anche adesso, all’avanzare di una pandemia globale, di usufruire di questi servizi quando disponibili. Il limite non deve però essere la disposizione, tali opportunità dovrebbero essere presenti e facilmente accessibili in ogni ambito lavorativo, al pari delle infermerie, opportunità sulle quali bisognerebbe investire per raggiungere livelli di benessere e produttività ottimali e in continuo sviluppo, soprattutto adesso, dove il problema non sembra più essere lo stress causato dal lavoro, ma la sindrome di “Stoccolma” causata dalla mancanza di quest’ultimo.

Emmanuel Zappulla

Fgs Circolo Carlo Rosselli Roma

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