lunedì, 10 Maggio, 2021

Gramsci e il Psi: un’aggressione leninista

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Pubblichiamo, a cominciare da oggi, due articoli del nostro collaboratore prof. Salvatore Sechi sui giudizi assai perentori e distorsivi della realtà che Antonio Gramsci dedicò alla storia del Psi. Sechi sta completando un volume su Antonio Gramsci dall’agiografia alla storia”.


Quale immagine di sé avrà mai trasmesso il Pci ai suoi corrispondenti internazionali durante la sua lunga esistenza storica?
Ne ha avute molte, e diverse, anche se si è intestardito ad imporne una sola ed unitaria, cioè di un partito antifascista, fra gli autori della costituzione repubblicana e antiimperialista. Non userà mai il termine riformista perché la sua ostilità alla socialdemocrazia è stata pari a quella avuta per il socialismo liberale del partito d’azione.
Il che è comprensibile dal momento che il socialismo democratico storicamente ha vinto sul micidiale dispotismo comunista di cui il Pci è stato figlio,seguace appassionato, regolarmente a busta paga e a lungo (infedele) interprete.
Le odiatissime (anche da Berlinguer) socialdemocrazie hanno, infatti, dato prove di avere costruito, o gestito, stati con tassi di sviluppo economico, occupazione, parità tra i sessi, forme di partecipazione democratica, rispetto e ampliamento dei diritti civili, lotta per la pace sui quali i comunisti italiani sono stati assai malthusiani. Ed è la ragione per cui nel recente saggio edito da Einaudi si troverà poco o nessuno spazio per le riflessioni e le ricostruzioni di M. L. Salvadori, R. Perti ci, V. Foa, E. Galli della Loggia, R. Vivarelli, G. Amato, L. Cafagna e gli intellettuali di Mondo Operaio. Hanno offerto ad una risorsa grande (ma poverissima in Italia) come l’anti-comunismo idee di giustizia e libertà
Insieme al centenario della fondazione del Pci, ogni occasione è stata buona per emblematizzare Antonio Gramsci come il maggiore pensatore politico italiano del Novecento. E’ il compito al quale si dedica da decenni, la Fondazione a lui intestata.
Anche grazie ad un’attività intensa di promozione di ricerche e di convegni e a un cospicuo finanziamento dello Stato, la saggistica su Gramsci sembra essersi concentrata, per non dire blindata, nelle mani di una rosa di case editrici legate alle molte iniziative dell’Istituto romano. Purtroppo altrettanto, su nessun piano,non è riuscita a fare quella dedicata al leader socialista Filippo Turati.
Non esistono ragioni per contrastare questo orientamento di un compatto (anche dopo il passaggio generazionale) gruppo di studiosi comunisti, negando l’importanza dell’apporto del leader comunista.
E’, invece, opportuno evitare  quel che mi pare, invece, abbia libero spaccio, cioè rappresentazioni mitologiche (e insieme soteriologiche), da pensiero unico, di Gramsci. A volte risultano affidate a passaggi di articoli di giornali o ad annotazioni sparse nei Quaderni.
Non contrastarle è il modo in cui si finisce per assecondare il perdurare dell’egemonia comunista nel mondo della cultura anche dopo che il Pci è stato travolto dallo smantellamento del muro di Berlino.
Allo stalinismo i comunisti italiani hanno dato un contributo ineguagliabile, accettando fin dalla fondazione del Comintern da Mosca(con cui l’Italia non aveva rapporti di alleanza) uno stabile e significativo con tributo finanziario. Il più elevato tra i partiti-fratelli.
In secondo luogo, bisognerebbe sempre ricordare che l’opzione per il comunismo, in alternativa alla socialdemocrazia e al socialismo liberale, ha avuto un costo spaventoso e generalizzato di vite umane, persecuzioni, uso del terrore, campi di concentramento e di sterminio. Insieme al nazismo, è stato il male del mondo, un morbo potentissimo e difficile da estirpare come ogni fenomeno politico e ideologia che pone al centro l’eguaglianza degli esseri umani, la giustizia sociale.
La politica di sterminio e di intimidazione,il nessun interesse per il sacrificio, insieme al bene assoluto della libertà, di milioni di persone, come la plateale falsificazione delle condizioni di vita degli abitanti dell’impero comunista, sviluppata su scala internazionale dai comunisti, ha avuto un destino preciso. E’ l’aspetto che nelle narrazioni dei socialisti è in primo piano, mentre raramente lo si riscontra in quelle degli storici e dei politici comunisti.
Il termine dittatura, quasi fosse un regime politico normale, cioè democratico, neanche a Gramsci ha mai creato imbarazzi nell’usarlo.
Di qui la nascita dell’anticomunismo nel segno durevole che ebbe,per fare un esem pio,in Franco e a Gigliola Venturi. Non come ossessione, ma segno distintivo di civiltà e moralità politica e storiografica nel denunciare il regime di schiavitù del proletariato e dei contadini seguito alla rivoluzione d’ottobre.

Labriola: accelerare o assecondare lo sviluppo capitalistico ?
L’attuale saggistica sul PCI e su Gramsci, muove dal presupposto che la fondazione del partito sia stata una risposta  realistica ai limiti gravi della politica socialista e,in particolare,della sua corrente riformista guidata da Filippo Turati.
Personalmente sono dell’idea che un rafforzamento, invece che una lacerazione, del Psi, come avvenne nel gennaio  1921 a Livorno, con una revisione che portasse all’acquisizione del socialismo liberale, avrebbe dato alla politica delle riforme un’ampiezza e una radicalità che, invece, con la divisione della sinistra,  è venuta a mancare. E’ un aspetto della storia italiana del dopoguerra che gli storici comunisti non amano riconoscere.
Purtroppo lo scarso successo avuto dal Partito Italiano d’Azione dopo la guerra di Liberazione mostra come le masse popolari irreggimentate dal partito nazionale fascista dopo il 25 aprile 1945 abbiano scelto di legarsi in gran parte al Pci.
Il contributo di Gramsci a questa spacca tura è stato costante e notevole. E soprattutto gli argomenti appaiono ancora oggi assai discutibili,cioè privi di fondamento, dettati da pregiudizio ideologico e da un’infatuazione cominternista che si vedrà scemare dopo dalla fine degli anni Venti.
La stampa socialista ha offerto a Gramsci ogni possibilità di esercitare liberamente il suo diritto di analisi, di critica e di proposta. E’ stato,infatti, collaboratore e poi redattore dell’edizione piemontese del quoti diano del partito, Avanti!.
I suoi scritti godevano della simpatia del direttore  (e capo della corrente di maggio ranza del Psi, i massimalisti), Giacinto Me notti Serrati. Aveva dato l’ordine di pubblicarli come editoriali e comunque in prima  pagina. Contemporaneamente Gramsci  potè a lungo collaborare  al settimanale socialista Il Grido del Popolo.
Nessuno ha goduto più di lui,fin quando si è voluto muovere all’interno  della comunità socialista,di uno spazio e soprattutto di un’assoluta  libertà di critica, dal momento che  suoi apprezzamenti per le scelte po litiche del Psi,  per i dirigenti e per gli intel lettuali sono state assai  rare e occasionali.
I rilievi critici che dalle colonne de L’Ordine Nuovo Gramsci mosse al Psi furono diversi.
Il primo fu  il seguente: di essere prigioniero di un marxismo inerte o, come si diceva allora, malato di economicismo e di positivismo. Tra gli studiosi invalse la terminologia “marxismo da Seconda Inter nazionale”.

I riformisti hanno neutralizzato la soggettività rivoluzionaria?
Secondo Gramsci il risultato e la responsabilità dei riformisti fu di avere neutralizzato, anzi cloroformizzato, la comprensione dei cambiamenti avvenuti nel cuore del capitalismo (diventato per lo più finanziario) e nella società, e soprattutto di avere impedito alla coscienza di classe di esprimere tutta la sua dirompente soggettività rivoluzionaria.
Il rilievo è privo di fondamento. Gramsci ha sottovalutato che nel congresso di Bologna del Psi del 1919 le ovazioni ripetute all’indirizzo di Lenin e dell’Urss e le modi fiche statutarie inneggianti alla conquista del Palazzo d’Inverno non furono un rito diplomatico.
In secondo luogo non meriterà la sua attenzione (e neanche quella dei suoi interpreti più recenti),una circostanza assai significativa: nel 1921 il fior fiore dei dirigenti riformisti delle cooperative avrebbe ribadito il suo consenso al Comintern.
Anti-capistalisti fin dalle origini, i socialisti italiani nel loro ripudio dello Stato e del parlamento borghese non ebbero eguali. Nel primo dopoguerra non presentarono in Parlamento un solo disegno di legge e quando furono invitati a difendere l’assemblea legislativa dagli attacchi dei fascisti, Claudio Treves (il più legato a Turati e l’esponente più insultato e ridicolizzato da Gramsci), replicò dicendo che questa era una questione che non poteva riguardare il suo partito: ”Quando si minaccia il parlamentarismo  e si inneggia alla dittatura, noi vi diciamo, o signori, de re vestra agitur. Il regime liberale parlamentare è vostro, non nostro”.
Il dissenso riguardò l’interpretazione del marxismo e la proiezione di essa nella pratica politica. A formularne i termini fu il primo (secondo il giudizio di Togliatti) filosofo marxista italiano, legato (in maniera ogni volta da interpretare) a Turati e in particolare ai marxisti di mezza Europa (Engels, Kautsky, Mehring ecc.), cioè Antonio Labriola: bisogna assecondare o accelerare i processi rivoluzionari misurandoli sul grado di sviluppo del capitalismo?
Quanto questo compromette l’autonomia delle sovrastrutture (lo stato, le istituzioni, la cultura ecc.)?
Labriola visse, da socialista marxista tormentato qual’era, questo dilemma. Fino alla fondazione, al Congresso di Genova nel 1892, del Partito dei Lavoratori Italiani, aveva cercato di convincere Turati dell’importanza di una politica fondata sul gradualismo (quella che i comunisti osteggiarono vita natural durante): ”Io credo fermamente che il moto del proletariato si possa stimolarlo, ma che è difficile affrettarlo di troppo”. E’ “l’azione spontanea dei lavoratori messi in opposizione col capitalismo dalle stesse condizioni di fatto”, é la “propaganda condotta con oculatezza” a costituire il Partito operaio”.
E sul proprio ruolo Labriola precisava lo stesso punto: “Noi socialisti, dirò così, teorici, possiamo offrire le armi più generali e comuni, ma non possiamo né dobbiamo tentare il movimento proletario con proposte anticipate, premature, astratte” .1
In altri paesi lo imitarono studiosi come Kautsky e Hilferding. E in Inghilterra per la teoria dell’imperialismo Lenin estesamente (e non senza una certa discrezionalità) si avvalse di Hobson (che fu un social-democratico poco in sintonia con Lenin). La sua eco fu riecheggiata negli Stati Uniti da Charles Austin Beard (sul quale si sofferma l’analisi di uno studioso indipendente come Richard Drake nel saggio pubblicato di recente presso la Cornell University Press).
Gramsci nella fase giovanile della sua vita amò leggere più Croce e Gentile che Marx. Ma dopo il 1917 non ci pensò un minuto a schierarsi dalla parte di chi privilegiava la polarizzazione di classe, puntando più sulla disponibilità alla lotta anti-capitalistica che non alla maturità dello sviluppo economico. Su di lui contò una sola autorità politica e ideologica: quella del bolscevismo conquerant. Almeno fin quando l’Armata rossa non venne fermata alle porte di Varsavia.
Ma intanto la lettura del marxismo fondata sul primato della soggettività rivoluzionaria era diventata un’ideologia internazionale guidata dai bolscevichi e dai gran di intellettuali tedeschi come Rosa Luxembourg.
In ogni modo, l’avvento del socialismo è dichiarato come “ineluttabile” anche da Labriola. Tale determinazione nel proclamarlo gli derivava da un esito teorico rima sto, malgrado attenuazioni e arricchimenti analitici, ben fermo: cioè che “non c’è fatto della storia che non ripeta le sue origini dalla sottostante struttura economica”, anche se “preceduto, accompagnato e seguito da determinate forme di coscienza”. 2
E’ il caso di ricordare che a esprimersi in questi termini è colui che da Norberto Bobbio è stato considerato l’”interprete più intelligente, e filosoficamente più agguerrito” di Marx, “il cui pensiero in Italia e non nella sua patria d’origine aveva trovato”, proprio grazie ad Antonio Labriola, una sorta di riabilitazione e rinascita.3
Dal 1926 in poi verranno per Gramsci i giorni delle scelte e delle tempeste. Si ruppe l’unità del gruppo dirigente bolscevico. La maggioranza dei suoi esponenti non morirà nel proprio letto. Lo “Stato operaio” gli apparirà sempre più come una potente statolatria, in preda- come il Pcus- a forme di bonapartismo, allo sterminio dei contadini ecc.
Né Gramsci (che, però, scriveva dal fondo di un carcere) né Togliatti e gli stessi storici comunisti (con l’eccezione di Leonardo Rapone e anche grazie ai minuziosi contributi di Franco Sbarberi sulla concezione ristretta dello stato di Gramsci e Togliatti) hanno mostrato nessun interesse per il rinnovamento della cultura e della politica socialista (troppo intinta di classismo e restia alle alleanze, come rilevarono Rosselli e Venturi) dopo la sconfitta subita dal fascismo.
Sia attraverso i contatti con la social-democrazia (soprattutto tedesca) sia raccordandosi a studiosi come Elie Halèvy e al socialismo liberale di Carlo Rosselli, il Psi cercò di avviare un vero e proprio ripensa mento teorico. Se si esclude quel che in realtà avvenne (l’essere fagocitati dai comunisti nei Fronti popolari in nome dell’antifascismo), questo fu il solo modo di superare la micidiale tempesta costituita alla vittoria in Italia e in Germania del fascismo e dal perverti mento autoritario e dispotico del comunismo in Urss.
La correzione liberal-democratica del comunismo si rivelò impossibile. Gramsci non la tentò neppure. In rotta, in una battaglia senza quartiere condotta dal ramo russo della sua famiglia, con P. Togliatti e G. Grieco (cioè col partito che aveva contribuito a fondare) si spegnerà in una clinica romana nella primavera del 1937.
In Unione Sovietica era cominciato il Grande Terrore. I vecchi bolscevichi si accusavano di delitti e trame che i servizi del l’Nkvd, del Kgb ecc. avevano meticolosamente fabbricato.
Erano montaggi di accuse di cospirazioni, colpi di mano da dare in pasto alla rete connivente dell’internazionalismo comuni sta. Oltre a questi collegamenti (che in particolare il Pci si preoccuperà di curare anche se in Africa e in America latina si tratterà di poca roba),soprattutto all’inter no dell’Urss.
Qui la legalità, l’amministrazione della giustizia, il rispetto della libertà di critica aveva, con molta discrezione, coincisoso lo con la vita di Lenin.
Con la sua morte nel gennaio 1924, lo Stato sovietico era diventato l’epicentro post-zarista di un micidiale dispotismo politico che entrava in competizione – non solo militarmente,ma anche nel reprimere le libertà elementari delle forze politiche e degli stessi cittadini – con quelli di estrema destra. Coerentemente Mosca cercò di avere rapporti di scambio con Mussolini e soprattutto con Hitler, ma mai con i labu risti del Regno Unito e con le socialdemo crazie del Nord Europa.
(1.segue)

 

Note

 

1)  Flippo Turati attraverso le lettere di corrispondenza (1880-1925), a cura di Alessandro Schiavi, Laterza, Bari 1947, e E.Garin, Tra due secoli . Socialismo e filosofia in Italia dopo l’Unità,De Donato, Bari 1983 p. 126?

 

2)  A, Labriola, Del materialismo storico, in Id., Saggi sul materialismo storico ecc. cit. pp. 84-85. In generale si vedano gli studi di Franco Sbarberi editi da Einaudi e in particolare il saggio intitolato L’ultimo Labriola nella crisi di fine secolo, nel volume da lui curato, Antonio Labrio la nella cultura europea dellOttocento, Manduria-Bari-Roma 1988.

 

3)  N.Bobbio, Gramsci e la teoria politica, in Franco Sbarberi (a cura e con introduzione di), Teoria politica e società industriale.Ripensare Gramsci, Bollati Boringhieri,Torino 1988, p.28, in cui sono state pubblicate le relazioni presentate al convegno “Antonio Gramsci:un teorico della politica in un “paese industriale della periferia”, tenutosi a Torino, nei giorni 10-12 dicembre 1987, per iniziativa del locale Istituto Piemontese “Antonio Gramsci”.

 

 

Salvatore Sechi

 

Consigli di lettura

Richard Drake,C.A.Beard,The Return of the Master Historian of American Imperia lism, Cornell University Press.

Fabio Frosini,La religione dell’uomo mo derno, Carocci, Roma

Francesco Giasi e Fabio Frosini, a cura di, Egemonia e modernità, Viella, Roma

Andrea Graziosi,Nazione, socialismo e cosmopolitismo. L’Unione sovietica nell’evoluzione di Franco Venturi,in “Annali della Fondazione Feltrinelli”, a cura di Antonello Venturi, 2006.

Leonardo Paggi,Antonio Gramsci e il mo derno Principe, Editori Riuniti, Roma.

Roberto Pertici, Il vario anticomunismo italiano (1936-1900), in Due nazioni, a cura di E. Galli della Loggia e Loreto Di Nucci, il Mulino, Bologna.

Silvio Pons,I comunisti italiani e gli altri, Einaudi, Torino

Leonardo Rapone, Cinque anni che paiono un secolo, Carocci,Roma.

Massimo L. Salvadori,Gramsci e il proble ma storico della democrazia, Viella, Ro ma.

Franco Sbarberi. I comunisti e lo Stato, Feltrinelli,Milano.

Salvatore Sechi, Compagno cittadino. Il Pci tra via parlamentare e lotta armata, Rubbettino, Soveria Mannelli.

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