venerdì, 16 Aprile, 2021

Gramsci: la rivolta contro Il Capitale e il socialismo liberale

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Dovendo esprimere un commento su gran parte delle recenti pubblicazioni sul centenario della fondazione del Pci, il termine migliore mi sembra vada preso dal vocabolario dello stesso Gramsci: opere, riflessioni, commemorazioni di stenterelli. Ad altro di meglio non induce l’attuale segreteria del suo ultimo erede, il Pd, che si è immolata in ridicoli giuramenti di fedeltà ed onore ad un premier come Giuseppe Conte e all’alleanza con un ircocervo come i Cinque Stelle.
Dalla lettura degli scritti di Antonio Gramsci è chiarissima l’originalità (ma anche il limite sul lungo periodo) del suo approccio alla grande crisi seguita alla fine della prima guerra mondiale. A contare sarebbe stata non una spinta ulteriore verso la creazione di nuovi stati democratici e neppure al progressivo irrobustimento di quelli esistenti, mediante inneschi di riforme e trasformazioni sul piano politico, economico e istituzionale.
Gramsci pose sotto la sua lente la rivoluzione russa, che per tutta la vita, malgrado critiche e delusioni, non cesserà di mitizzare. La rilettura critica, avviata con la collaborazione della Fondazione Gramsci e dell’Enciclopedia Italiana, mettendo a disposizione di lettori e studiosi tutti i suoi interventi e analisi (compresi riformulazioni o revisioni di concetti appena abbozzati) mostra come egli non si sia mai confuso con la folla straripante degli apologeti professionali o animati da improvviso candore. Né sia venuto a compromessi con le spie e i dipendenti dei servizi di sicurezza sovietici molto attivi anche subito dopo la guerra.
La creazione della dittatura del proletariato è assunta come esempio dei fenomeni nuovi,  originali offerti dal dopoguerra in mezza Europa. Da un lato l’esplosione di una soggettività con eminenti caratteri di classe (il proletariato rivoluzionario) che, ad avviso del dirigente comunista sardo, avrebbe rotto steccati e vincoli teorici (quelli  economicistici, ad alta densità meccanicistica, del marxismo della Seconda Internazionale), e dall’altra, l’imporsi  nei luoghi di lavoro di forme di gestione delle imprese  e del conflitto sociale  non misurabili sul grado di maggiore o minore sviluppo del capitalismo.
Di grande resa e fascino, anche da un punto di vista euristico, è stata la definizione più nota con cui egli sulle pagine del quotidiano socialista Avanti! salutò nel 1919 la conquista del Palazzo d’inverno, “La rivolta contro il Capitale” di Marx.
Questo testo in Russia era diventato una sorta di riverito classico in cui la borghesia e i socialisti malati di gradualismo  avevano posteggiato il loro spirito e la loro cultura politica definita come attendismo. Era, cioè, una sorta di predisposizione ad un Avvento laico, l’attesa cioè che il modo di produzione capitalistico assumesse caratteri  sempre più internamente antagonistici,  determinando, con un crollo catastrofico, il passaggio automatico verso il socialismo. Quindi con un risparmio netto sul suscitare una mobilitazione sociale e un partito ora di quadri ora di massa.
Gramsci ritiene che in Russia sarebbe nato un nuovo Stato, creando una nuova statualità, grazie ad un altro fenomeno postbellico inedito, cioè la nascita di un movimento che si sarebbe radicato dove aveva luogo la produzione capitalistica: i Soviet o i torinesi Consigli di fabbrica.
Dunque, a questo binomio (grande soggettività rivoluzionaria e movimento consiliare) sarebbero ascrivibili i mutamenti più radicali avvenuti in Russia, ma anche nel Regno Unito, in Germania e in Italia. Il processo rivoluzionario, anzi la possibilità stessa della rivoluzione, risiede di questo rapporto contestuale, organico al quale Gramsci si terrà sempre fedele.
Quel che manca o è assai sottovalutato è il ruolo della libertà, delle regole e dei principi della democrazia liberale. Era un insieme di valori e di procedure che nei regimi politici pre-bellici esistevano, anche se a goderli erano stati i settori maggiori della borghesia. Ancora oggi, malgrado il collasso dei regimi comunisti avviato nel 1989, sono un problema aperto, un’acquisizione parziale, in tutti i paesi che entrarono dopo il 1946 a far parte del Commenwealth (e non si vuol dire protettorato) sovietico.
Il comunismo è nato dalla scelta di non dare un’importanza centrale, fondativa, ai valori e alle tecniche della libertà nella costruzione del bolscevismo. Ebbene, proprio l’ancoraggio ai principi universali del liberalismo ha caratterizzato la riflessione dei partiti socialisti dopo la sconfitta subita dai fascismi.
Rilevare questo altro, diverso binomio (socialismo e libertà), che caratterizza la riflessione politica dei socialisti in Europa dopo l’ascesa e il consolidamento al potere dei fascismi, sembra una banalità.
In realtà, non lo è, perché i partiti socialisti nella loro formazione hanno avuto gli stessi problemi, o gran parte di essi, dei comunisti.
In maniera sintetica, lo precisò il parlamentare milanese amicissimo di Filippo Turati, Claudio Treves nel 1922 quando dai banchi del parlamento a chi gli chiedeva di schierarsi a sua difesa contro le minacce fasciste di abbatterlo, replicò: “Quando si minaccia il parlamentarismo e si inneggia alla dittatura, noi vi diciamo, o signori, de re vestra agitur. Il regime liberale parlamentare è vostro, non nostro”. (1)
I comunisti hanno fatto finta di demonizzare (e ridicolizzare) le principali correnti dei partiti socialisti (i riformisti e i massimalisti, come venivano classificati in Italia) come posizioni in diversa misura di subordinazione agli interessi della borghesia. In realtà, il dissenso verteva, e verterà sempre, sulla ripulsa dei comunisti a conciliare l’ascesa del proletariato al potere (chiamato impunemente, anche dai socialisti, dittatura) col rispetto e l’ampliamento dei diritti di libertà, di non costrizione e violenza. A metà degli anni Cinquanta un filosofo socialista (sempre indipendente dalle logiche di partito) come Norberto Bobbio cercherà di convincere Togliatti che i diritti e le procedure sancite dal liberalismo erano acquisizioni non di classe (anche se provenivano da pensatori nati nelle fila della borghesia), ma di carattere universale.
Tra le due guerre, i socialisti italiani fecero uno sforzo interessante di superare le resistenza che fino all’avvento del fascismo ebbero nei confronti del parlamento, della divisione dei poteri, e delle stesse alleanze con i partiti borghesi (e con leader come Giovanni Giolitti). Di qui il confronto e la contaminazione con le socialdemocrazia austriaca col socialismo liberale, con forze nuove che ad essi facevano riferimento come Giustizia e Libertà e successivamente il Partito d’Azione.
Con questa evoluzione teorica e politica molto significativa dei socialisti, a cominciare da Gramsci, i comunisti non hanno mai cercato di fare i conti. Salvo, va detto, cercare di esorcizzarle e criminalizzarle. Ricordo i molti articoli contro gli azionisti di Franco Rodano su “Rinascita”.
Insieme alla libertà (come ha sempre ricordato Vittorio Foa), il secondo elemento su cui i comunisti sono stati reticenti , o a lungo resistenti ad accogliere, furono le riforme, i programmi di riforme del capitalismo e dello Stato. Furono atteggiamenti che avevano dietro, anche in questo caso, le elaborazioni che da Marx arrivavano a Lenin. Dure a morire, erano diventate carne e sangue di ogni militante comunista almeno fino a quando a Berlino e a Mosca i regimi del dispotismo politico e anche personale non hanno cominciato a sfrangiarsi.
Restituire a Gramsci quel che è di Gramsci mi pare un programma di lavoro utile, per onorarne il coraggio che, dall’interno dei carceri e degli ospedali fascisti, ha saputo (parzialmente e con una certa disciplina) opporre a Stalin e alla mistificazione del regime de lui creato.
Ma se si vogliono capire le ragioni profonde per cui la sinistra in Italia e non solo in Italia, è un fronte molto diviso sarebbe opportuno che la riflessione critica sia rivolta agli stessi profondi silenzi, omissioni, diffidenze, di Gramsci sul socialismo liberale. Su di esso un’opera di ricostruzione e ripensamento è stata iniziata da Perry Anderson, Giancarlo Bosetti, Giovanni De Luna, Franco Sbarberi, L. Paggi e M. D’Angelillo
Nei saggi che hanno visto la luce in questo periodo si può tranquillamente dire che anche in seno alla Fondazione Gramsci (ora diretta da Silvio Pons e Francesco Giasi) esistono lo spirito di indipendenza e la forza di analisi per fare un bilancio di questa rovinosa divisione\contrapposisione.

 

Salvatore Sechi

 

1) Gianni Francioni e Francesco Giasi (a cura di), Un nuovo Gramsci.Biografia, temi,interpretazioni, Viella, Roma,
Fabio Frosini e Francesco Giasi (a cura di), Egemonia e modernità, Viella, Roma
Paolo Capuzzo e Silvio Pons (a cura di),Gramsci nel movimento comunista internazionale, Carocci , Roma
Valentine Lomellini, La “grande paura” rossa.L’Italia delle spie bolsceviche (1917-1922), Angeli, editore Milano
Giovanni Sabbatucci (a cura di), Storia del socialismo italiano, Il Poligono, Roma (in più volumi).
Giancarlo Bosetti (a cura di), Socialismo liberale.Il dialogo con Norberto Bobbio oggi, l’Unità,Roma 1989

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