domenica, 9 Maggio, 2021

Gramsci paragona il Psi ai funzionari del Regno dei Borboni

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L’attacco aggressivo ai socialisti in Italia era stato portato, nei primi anni venti, fino alle estreme (e inammissibili) conseguenze.
L’infatuazione per Lenin di Gramsci (e degli ordinovisti) fece scrivere loro sentenze di morte sulla borghesia, e in particolare su Giolitti.
Nel leader sardo è costante, sulla base del materialismo storico, la preoccupazione di accompagnare, se non sostituire, i nomi dei leaders politici con la rappresentazione delle classi sociali di riferimento.
Gramsci aveva, per così dire, un conto aperto con Giolitti. Quando aveva organizzato l’occupazione delle fabbriche e pensato di potere costruire-a imitazione di quanto era avvenuto in Russia-un baluardo di consenso proletario e popolare intorno allo “Stato operaio “divisato per l’Italia, Giolitti se ne era stato tranquillamente a fare le vacanze nella sua villa sulle vicine Alpi.
Con grande stupore, quando il senatore Giovanni Agnelli, gli espose le sue preoccupazioni sulla fine della Fiat, si sentì fare la seguente proposta: porre fine all’occupazione degli operai metallurgici torinesi con l’irruzione dalle porte dia Mirafiori di reparti dell’esercito.
Per Gramsci l’avventura consiliare fu una sconfitta su tutta la linea. Un vecchio sindacalista riformista calcolò che invece di dare in gestione la Fiat a un proletariato incompetente per quanto riguarda il management aziendale, il mercato interno, i rifornimenti, l’indotto, ecc., sarebbe stato meglio servirsi delle tecniche tradizionali per negoziare il salario. Con un più elevato guadagno.

Il giudizio anche retrospettivo di Gramsci non si è mai spinto fino ad investire criticamente questa importante vicenda. E’ rimasta quasi intonsa nel giardino incantato delle mitografie dei comunisti.

 

La scissione del 1921: ” il più grande trionfo della reazione”.

Nel 1924, quindi un paio di anni  dopo, avrebbe riconosciuto che  per il modo in cui era avvenuta la scissione del Psi poteva chiamarsi “il più grande trionfo della reazione”. [1]

Un giudizio critico pesantissimo, ch’era anche una confessione autobiografica. Si trattava dell’ammissione della propria responsabilità, come dirigente dell’appena nato partito comunista, nell’infausto evento che aveva colpito la democrazia liberale giolittiana e gli equilibri sociali.

Infatti, i comunisti non riuscirono a indebolire significativamente la rappresentanza elettorale del Psi (nel 1919 aveva conquistato,insieme ai popolari di Sturzo, la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari) e neanche a fronteggiare la più grande crisi della borghesia italiana segnata dalla vittoria del fascismo.

Nei numerosi scritti giornalistici e successivamente nei Quaderni del carcere di Gramsci, a venire delineata è la natura del la posta in gioco seguita alla fine della prima guerra mondiale.

Era un’opinione personale di Gramsci e dei suoi compagni, e troverà un strada per una diffusione ad ampio raggio nell’Internazionale comunista. Ma si basava su un grande errore, cioè che la crisi del sistema politico liberale (incarnato da Giovanni Giolitti) costituisse la fine della borghesia come classe.

Gramsci concepisce le origini del fascismo come innervate nel venir meno progressivo dell’egemonia della borghesia come classe e come potere politico.
I segni da cui la deduce sono i mutamenti da lui rilevati, subito dopo la prima guerra mondiale e nei primi anni Venti, nella natura dei partiti, nel ruolo del parlamento e in particolare della burocrazia.
Gramsci ritiene che lo Stato liberale sia finito, nel momento “in cui la borghesia è costretta a ripudiare ciò che essa stessa ha creato”.1
Questo ripudio è identificato nel mancato intervento del governo di Giolitti per reprimere le violenze dello squadrismo fascista. Sarebbe, pertanto, diventato imminente non solo un uso analogo della coercizione e della violenza da parte della borghesia e del proletariato, ma anche una dittatura della borghesia alla quale può opporsi solo una dittatura del proletariato, come il Comintern conferma nelle sue tesi:

“ La distruzione dello Stato, la fine della legge,la dissoluzione della società in cui si riassume la situazione politica odierna che cosa sono se non la fine della borghesia come classe di governo, come classe capace di garantire un ordine, di creare e mantenere uno Stato?”.2

Il problema che Gramsci intende indagare è se sia possibile che una sovrastruttura politica possa differire o procrastinare una crisi che, essendo di natura sociale e istituzionale, rischia di far deflagrare l’intero sistema.

Questa possibilità è legata alle complesse articolazioni sociali che secondo l’ideologia del determinismo (come egli chiama il riformismo politico socialista) caratterizzerebbero i rapporti tra lo Stato e la società civile.

 

Per Gramsci la violenza fascista poteva essere usata, per difendersi, anche dai bolscevichi.

Per Gramsci era evidente che lo Stato aveva assunto una posizione nuova che consisteva nella crisi degli istituti parlamentari e nel ricorso ai metodi della violenza e della coercizione. Si era creato un conflitto (che dagli uomini di governo venne vissuto con cinismo) tra il “costume popolare” e la ragion di Stato.
I ceti che la rappresentavano seppero, infatti, resistere al fascismo e riprendere posizioni di dominio anche dopo la sua caduta ad opera del movimento partigiano e soprattutto dell’azione militare armata delle potenze alleate.Riuscirono a farlo estendendo le reti della partecipazione democratica alle forze sociali che ne erano state storicamente escluse.

Quel che era avvenuto nel primo dopo guerra era racchiuso emblematicamente nel titolo della nuova rubrica inaugurata nella primavera del 1921 su “L’Ordine Nuovo”, La morte dello Stato liberale.

Rispetto alla crisi fiumana del 1919, in cui a venire in primo piano era stato l’elidersi della “forza dello Stato”3, grazie alla contrapposizione dei poteri statali rappresenta ti da Giolitti, D’Annunzio e Mussolini, nel 1921 il protagonista è un attore nuovo e definitivo. Si chiama la “morte dello Stato”.

A segnare la fine dei regimi rappresentativi, cioè la scomparsa di un regime costituzionale, è la scomparsa della libertà e della giustizia (Ivi, p. 192). Tocqueville aveva parlato di sentimento dell’onore, che era la fonte del rispetto e della devozione ai re, cadendo il quale cadevano i regni.

Gramsci applica anche al Psi questo criterio di giudizio, perché ritiene che “nel sentimento dell’onore” proprio di un partito della classe operaia risiede il “contenuto morale “ di questa associazione. E quando questo sentimento comincia ad essere sistematicamente violato ha inizio il suo disfacimento interno: “Né uno Stato né un partito può mantenersi e governare senza principi, senza l’ossequio ai sentimenti dominanti della sua compagine sociale” (ibidem, p. 148).

Quindi le forme di combinazione della forza col consenso dipendono dal grado di adesione di una forma organizzata al tessuto sociale di cui è espressione.

Nei Quaderni le indagini sul concetto di egemonia possono costituire uno stimolo per uno studioso come Fabio Frosini. Sono, infatti, interscambiabili con quello di egemonia\ dittatura quando ad essere osservate sono due esperienze politiche diverse, cioè la situazione dell’Italia e dell’Urss nel 1921-1923.

Nel primo caso il comportamento della borghesia italiana nella fase di esaurimento della sua funzione storica; nel secondo caso nel comportamento della classe operaia nel momento in cui, conquistato il potere statale deve difenderlo dagli attacchi portati ad esso dall’avversario di classe. Sono due opposte esperienze, ma per molti aspetti convergenti.

Esse inducono Gramsci a riflettere sulla funzione dello Stato, anche per la sua attività repressiva,  che gli appariva inscindibile dalle sue articolazioni sociali (di classe), cioè dagli apparati burocratici che consentivano ad un organismo politico di sopravvivere oltre la decomposizione del suo “principio morale”.

Perciò Gramsci estende la sua analisi a questi congegni costitutivi della macchina statale. Lo fa introducendo la distinzione tra classe economica e classe storica avanzata nel 1918 nello studio del nazionalismo.

A suo avviso, oltre a organizzare la repressione delle classi lavoratrici,lo Stato borghese era finito in una crisi del governo parlamentare (cioè nell’impossibilità di ottenere pacificamente il consenso dei governati).

Si serviva di una seconda linea di resistenza, cioè della macchina amministrativa dei funzionari. Omogeneamente diffusa in tutto il paese, questa rete (o casta) può permettere allo Stato di sopravvivere alla sua crisi politica.

 

Le correnti del Psi come cartilagini degli Imperi centrali? Forse solo cascami leninisti di Gramsci.

Il fondatore del Pci fa tre esempi. Quello del Regno dei Borboni (1948-1860: furono i migliori funzionari d’Italia), della Russia zarista (19 05-1917: si trattò di una burocrazia formidabile) e lo Stato d’Austria-Ungheria (diviso in razze nemiche tra loro).

Questi organismi statuali continuarono a sussistere grazie all’esistenza di una casta di funzionari senza consenso in nessuna classe della popolazione, senza contenuto etico, senza missione di progresso civile.

Ebbene, qui l’ex giornalista socialista tocca,se cosi’ si può dire, il fondo di un’analisi che poteva essere ricca di stimoli critici. Purtroppo si limita a paragonare il PSI a questi stati assolutistici europei.

Ne vede la sopravvivenza nelle correnti socialiste Avendo cessato di essere la coscienza politica del proletariato, il Psi poteva “continuare a sussistere come apparecchio organizzativo delle grandi masse”.

E ciò, a suo avviso, “indica l’importanza estrema che nelle civiltà moderne hanno i funzionari” (Ibidem, p. 365).

Fino all’analisi che nel 1919 (data della traduzione da parte di Laterza) aveva prospettato Max Weber nel suo prezioso saggio su Parlamento e governo in Germania.

La sua tesi è che in uno stato moderno “il potere reale” risiede inevitabilmente” nel maneggio dell’amministrazione nella vita quotidiana”, ossia “nelle mani della burocrazia”.

Weber dice di più, cioè che lo sviluppo della burocrazia era intimamente connesso con la formazione di un’economia di tipo capitalistico. Ma Gramsci non riprende questa intuizione che apriva la strada ad una riflessione su Marx e la sua religione politica.

A causa della sua debolezza e gelatinosità il nostro sistema politico induce la burocrazia ad estraniarsi dal paese e “attraverso le posizioni amministrative, diventava un vero partito politico, il peggiore e di tutti, perché la gerarchia burocratica sostituiva quella intellettuale e politica:la burocrazia diventava appunto il partito statal-bonapartitisco”.

Davvero l’immagine del partito dei socialisti italiani, la sua storia (complicata, contraddittoria, anche piena di gravi errori), poteva essere sbrindellata in questi cascami da bolscevismo di periferia?

 

Salvatore Sechi

(2-fine)

 

Consigli di lettura.
Biagio De Giovanni, Sentieri interrotti. Lettere sul Novecento, Dante e Descartes, Napoli.
Richard Drake, C.A.Beard,The Return of the Master Historian of American Imperia lism, Cornell University Press.
Fabio Frosini, La religione dell’uomo moderno, Carocci, Roma
Francesco Giasi e Fabio Frosini, a cura di, Egemonia e modernità, Viella, Roma
Andrea Graziosi, Nazione, socialismo e cosmopolitismo.L’Unione sovietica nell’evoluzione di Franco Venturi, in “Annali della Fondazione Feltrinelli”, a cura di Antonello Venturi, 2006.
Leonardo Paggi, Antonio Gramsci e il moderno Principe, Editori Riuniti, Roma.
Roberto Pertici, Il vario anticomunismo italiano (1936-1900), in Due nazioni, a cura di E. Galli della Loggia e Loreto Di Nucci, il Mulino, Bologna.
Silvio Pons, I comunisti italiani e gli altri, Einaudi, Torino
Leonardo Rapone, Cinque anni che paiono un secolo, Carocci, Roma.
Massimo L. Salvadori, Gramsci e il problema storico della democrazia, Viella, Ro ma.
Franco Sbarberi. I comunisti e lo Stato, Feltrinelli,Milano.
Salvatore Sechi, Compagno cittadino. Il Pci tra via parlamentare e lotta armata, Rubbettino, Soveria Mannelli.

 

Note

 

1 A. Gramsci, Socialismo e fascismo , Einaudi, Torino 1966, p, 306.
2 Ibidem, p.158.
3 Con questo titolo Gramsci firma un articolo nel dicembre 1919 su “L’Ordine Nuovo”.

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