giovedì, 24 Giugno, 2021

I Velvet Underground & Nico, 54 anni fa il loro primo album

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Il 12 aprile 1967, cinquantaquattro anni fa, esce l’album di esordio dei Velvet Underground, intitolato “The Velvet Underground & Nico”. Un album storico, che ha segnato la storia del rock e della cultura giovanile. La band è composta da Lou Reed, leader del gruppo, cantante e chitarra, John Cale, co-fondatore dei Velvet, viola elettrica, piano e basso, Sterling Morrison, basso e chitarra ritmica, Maureen Tucker, percussioni. In più c’è Nico, la “chanteuse”, ex-modella e cantante tedesca dal fascino magnetico, che interpreta tre canzoni. Il produttore è Andy Warhol, che disegna la copertina con la famosa banana, destinata a diventare uno dei simboli della pop art.
I Velvet Underground, quando esce il loro primo disco, sono già attivi sulla scena newyorkese da circa tre anni, ma la loro ascesa comincia nel 1966, quando incontrano Warhol, che sta dando vita a spettacoli sperimentali dove si fondono musica, danza, proiezioni di cortometraggi. I Velvet nella mente di Warhol diventano, con la loro ritmica martellante, un ingranaggio fondamentale nel costruire le atmosfere tipiche del mondo sotterraneo e alternativo di New York. I temi rappresentati sono quelli dell’alienazione urbana, del sesso, dell’omosessualità, delle droghe pesanti come l’eroina. Un mondo molto diverso da quello californiano, che proprio nel 1967 celebra “l’estate dell’amore”, anch’esso popolato da droghe, ma di altro tipo, come l’LSD, che nelle intenzioni dei suoi adepti dovrebbe aprire le porte della percezione e la strada verso un mondo libero dalle imposizioni della società. All’utopia degli hippies californiani il popolo dei sotterranei newyorkesi contrappone la catena dei condizionamenti sociali, l’appiattimento della metropoli che macina le persone con i suoi ritmi ripetitivi, i suoi circuiti obbligati, le sue cadenze ossessive.
E’ questa l’ambientazione del primo album dei Velvet, una discesa agli inferi senza biglietto di ritorno, che mostra la cruda realtà che si cela negli abissi della Grande Mela. Tanto elevati sono i suoi grattacieli, altrettanto profondi sono i suoi sotterranei. Il drammatico realismo di Lou Reed, vero deus ex-machina del gruppo, non si contrappone soltanto al sogno degli hippies californiani, ma anche a quello di altre subculture giovanili, come quelle dei rockers e dei mods, che caratterizzavano la scena suburbana inglese dei primi anni ‘60, così ben rappresentata dagli Who. Al confronto le storie raccontate dagli Who, grandi interpreti delle frustrazioni e delle aspirazioni della loro generazione, appaiono quasi ingenue, mentre Lou Reed sembra dirci che a New York non c’è quasi nessuna possibilità di sfuggire all’alienazione che fa di te una semplice rotella dell’ingranaggio. Ed è proprio qui che si annidano le tentazioni della droga.
L’atmosfera angosciante, che permea il disco facendolo diventare involontariamente uno dei primi concept album della storia del rock and roll, si avverte fin dalla prima canzone, “Sunday Morning”. Cantata da Lou Reed e accompagnata dal carillon, la canzone ha un ritmo delicato e teneramente malinconico, quasi dovesse parlare di amore, ma in realtà è immersa dentro una cappa di inquietudine (“restless feeling”), indeterminatezza e abbandono, come traspare dal testo. La domenica mattina infatti è quella del risveglio dopo una notte di droghe con l’ansia e la paranoia che penetrano nell’anima come l’alba entra nella stanza.
Il secondo brano, “I’m Waiting For The Man”, dal ritmo martellante, parla dell’attesa dello spacciatore: “mi sento malato e sporco più morto che vivo/aspetto il mio uomo”, che è sempre in ritardo, fornisce la droga e ti vende l’illusione di un paradiso artificiale.
La terza canzone, “Femme Fatale”, è interpretata da Nico, con la sua bella voce appena venata da accento tedesco. Nessuno meglio di lei può incarnare quella figura femminile, ammaliante e provocatrice (“guarda il modo in cui cammina/ascolta il modo in cui parla”), che “si prenderà gioco di te”, perché, ragazzino, “hai già perso prima ancora di iniziare”.
Arriva poi “Venus In Furs”, che descrive un rapporto sadomaso tra lucidi stivali di cuoio e schiocchi di frusta nel buio, in un’atmosfera resa perfettamente ossessiva e plumbea dalla viola di John Cale.
Segue “Run Run Run”, che racconta l’incontro tra quattro spacciatori, probabilmente transessuali. Ancora una volta si avverte il senso affannoso di una rincorsa continua o forse, secondo alcune interpretazioni, della droga che entra in circolo.
In “All Tomorrow Parties”, sullo sfondo del piano di John Cale che suona sempre la stessa nota, torna la voce solenne di Nico, accompagnata dal ritmo graffiante della chitarra di Lou Reed. La canzone sottolinea la vacuità di tante feste in cui ci si presenta con l’abito più indicato, che verrà invariabilmente gettato via il giorno dopo. Anche qui colpisce il grande senso di solitudine e di vuoto che si cela dietro le apparenze mondane.
Arriviamo così a “Heroin”, la canzone-simbolo dell’album, che descrive con grande freddezza e ricchezza di dettagli l’esperienza di un tossicodipendente. Una canzone che è stata scambiata per un inno alla droga, ma che in realtà racconta l’angoscia della tossicodipendenza. “Ho scritto pezzi come Heroin per esorcizzare l’oscurità, l’elemento autodistruttivo dentro di me, e speravo che la gente li interpretasse allo stesso modo. Ma quando ho visto come reagivano, è stato irritante. Perché la gente veniva da me dicendo che si faceva iniezioni ascoltando Heroin, cose del genere. E per un po’ ho pensato che alcune delle mie canzoni abbiano oggettivamente contribuito a rendere popolari queste dipendenze e a portare i ragazzi a ciò che sono oggi. Ora non lo penso più. E’ una cosa troppo brutta da pensare.” Così dirà Lou Reed qualche anno dopo (Paolo Madeddu, “Lou Reed: ciò che disse in vita, e ciò che dissero di lui”, in Rolling Stone, 28/10/2013, citazione riportata da Wikipedia).
Ma è poco prima della fine che arriva la canzone probabilmente più bella dell’album: “I’ll Be Your Mirror”, scritta da Lou Reed per un suo amore (o forse per la stessa Nico quando qualche anno prima ebbero una storia fugace) e interpretata superbamente dalla chanteuse. E’ una poesia stupenda che merita di essere riportata integralmente (traduzione tratta da www.loureed.it).

 

“Sarò il tuo specchio
rifletterò quello che sei
nel caso non lo sapessi
sarò il vento, la pioggia e il tramonto
la luce alla tua porta
per mostrarti che sei a casa.
Quando credi che la notte abbia invaso la tua mente
che dentro sei confusa e inaridita
lascia che ti mostri che sei cieca
abbassa le tue mani perché ti veda.
Trovo difficile
credere che tu non sia consapevole della tua bellezza
ma se non lo sei lascia che io sia i tuoi occhi
una mano nel tuo buio, così che tu non abbia paura.”

 

Con questa canzone, collocata dentro questo concept album, Lou Reed vuol dirci che al fondo di tutto emerge sempre un pezzo di umanità. Anche in mezzo alla droga, all’indifferenza e alla solitudine dei sotterranei di New York. Ed è proprio questo pezzo di umanità che noi dobbiamo raccogliere dal grigiore delle tenebre ed elevare al cielo, che improvvisamente ci apparirà di un azzurro puro. “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior.” E questo non l’ha scritto Lou Reed.

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