giovedì, 6 Maggio, 2021

I vini abruzzesi, ottimi per il palato e richiesti dai mercati

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La particolarità dei vitigni autoctoni abruzzesi, portati avanti da una nuova generazione di enologi e d’imprenditori vitivinicoli, riscuote sempre più interesse nei mercati internazionali. Le principali tendenze attuali riguardano il Cerasuolo d’Abruzzo, il Pecorino e gli spumanti da uve autoctone. La doc Cerasuolo d’Abruzzo arriva nel 2010, ottenendo finalmente una sua specificità rispetto alla Doc Montepulciano d’Abruzzo che precedentemente la comprendeva. Il Cerasuolo è da sempre il vino della tradizione contadina abruzzese e si presentava sempre più scuro rispetto a tutti i rosati della Penisola. Ha la grinta di un rosso e la fresca beva di un rosato. Un vino non incasellabile, la cui matrice di frutto è data dal tipicamente abruzzese Montepulciano. “Per noi – spiega Luigi Cataldi Madonna, vignaiolo-filosofo dell’omonima azienda agricola con sede a Ofena da 100 anni, una delle poche realtà produttive dell’Aquilano – era il rosso ‘mascherato’ di casa. Il vino rosa non deve essere prodotto con la tecnica doppiogiochista del salasso che non fa parte della tradizione abruzzese (noi usiamo una tecnica antica, detta la “svacata).

La produzione complessiva dell’azienda è 230mila bottiglie e il 25% è dedicato ai tre vini rosa. “Negli ultimi due anni abbiamo visto una crescita del 20% sui rosa, e anche se è un vino che viene normalmente venduto di più in Italia anche all’estero, cominciano ad apprezzarlo particolarmente negli Usa, dove abbiamo registrato nel ‘19 un 5% in più di vendite”. Stefano Papetti Ceroni, titolare insieme alla moglie della De Fermo di un’azienda vitivinicola con sede a Loreto Aprutino, inizia la sua attività una decade fa. “Negli ultimi anni – dichiara – stiamo assistendo a una rinascita del Cerasuolo di personalità, espressione della sua vocazione che a mio avviso è quella gastronomica. È un vino eclettico che si abbina a tutto pasto, anche alla pizza. Noi dedichiamo a questo vino il 15% del nostro totale di 80mila bottiglie. Il futuro è roseo, anche all’estero”. “È il vino della tradizione – rincara Francesco Cirelli, titolare dell’omonima azienda fondata ad Atri nel 2008 – ed è autenticamente abruzzese. Nella nostra regione fra mare, collina e montagna, utilizziamo tre tipi di cucina differente e il Cerasuolo è l’unico vino che si combina bene con tutte. Dal 2011 lo produco in anfora, in 12mila bottiglie delle quali un 30% va all’estero, che non è un mercato facile perché è un vino che va spiegato. Tra Italia, dove in Abruzzo il consumo è preponderante, ed estero è in costante crescita, alla media del 5% l’anno”.

Per quanto riguarda il Pecorino, il primo a piantarlo in Abruzzo fu Luigi Cataldi Madonna, nel lontano 1996. “Cercavo un’alternativa al Trebbiano – così Cataldi – per l’acidità di questo vitigno, caratteristica che cerco nei vini. Dopo vari tentativi d’interpretazione, abbiamo capito che la vinificazione adatta è in riduzione. Attualmente produco due Pecorino, in purezza e biologici, come tutti i nostri vini, Giulia e Super Giulia, ricavati da circa 6 ettari, per una produzione di circa 30-35mila bottiglie. Ritengo che il Pecorino sia uno dei migliori bianchi italiani”. Fausto Albanesi fonda con la moglie Adriana Galasso nel 1999 Torre dei Beati a Loreto Aprutino. Crede talmente nel Pecorino che acquista appositamente 5 ettari nel 2004 per piantarlo (all’epoca erano 70 gli ettari totali in regione). “All’inizio – racconta Albanesi – lo conoscevo per l’acidità e la concentrazione zuccherina, poi ho scoperto che pur producendo poco è molto costante ed è resistente, aspetto fondamentale per me che lavoro in bio. Ne propongo una versione in acciaio, ‘Giocheremo con i fiori’ e una in barrique non nuove, ‘Bianchi grilli’: sono il 25-30% sul mio totale di 120-130mila bottiglie. Dà vita a vini longevi, però va atteso, non si può uscire a novembre!” Una visione, quest’ultima, condivisa anche da Rocco Pasetti, fondatore di Contesa a Collecorvino nel 2000. “Il Pecorino – conferma – ha bisogno di affinamento, il minimo è uscire a marzo. Per apprezzarlo nella sua pienezza occorrono però 3-4 anni. Credo molto nel Pecorino, è il più completo tra i bianchi autoctoni abruzzesi. Su 430mila bottiglie, il 35% è destinato ai miei due Pecorino, uno in acciaio e l’altro in barrique, per soli due mesi però, perché oltre il legno rischia di snaturarlo”.

Tra le novità più recenti ecco lo spumante da uve autoctone, a cui l’Abruzzo si sta dedicando con il conforto di un trend di consumo in forte crescita. Per il momento rappresenta il 2% della produzione regionale. Il primo a realizzare un metodo classico in Abruzzo, nel lontanissimo 1983, fu Giovanni Faraone, pioniere nel mondo del vino della sua regione e scomparso l’anno scorso, utilizzando la Passerina. L’azienda Faraone, cogestita dal 2014 con il figlio Federico, attuale proprietario, è a Colleranesco. Sempre nell’ambito del metodo classico, è interessante la storia di un piccolo artigiano, Fausto Zazzara, con una immensa passione per il metodo classico monovarietale, che dopo 13 anni di attività a Tocco, fa società al 50% con la cooperativa Progresso Agricolo di Crecchio per portare avanti il suo progetto (10mila bottiglie). Un’altra cooperativa, la Eredi Legonziano, fu la prima a produrre all’interno della doc Abruzzo, svolgendo tutte le fasi della produzione in regione, un metodo classico a base di Pecorino, Passerina, Cococciola, Montonico (10mila bottiglie). Dal 2012 hanno iniziato a produrre anche metodo italiano, con proprie autoclavi, per 60-70mila bottiglie.

Andrea Malavolti

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