domenica, 26 Settembre, 2021

IDENTITÀ SOCIALISTA

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Pia Locatelli, presidente onoraria dell’Internazionale Socialista Donne, vice presidente dell’IS, già deputata italiana ed europarlamentare, ed oggi anche responsabile Esteri della segreteria nazionale del PSI, è fiduciosa nel futuro, anche se registra le difficoltà del movimento socialista e di diversi partiti, non solo nel Vecchio Continente, di fronte alla sfida sovranista e populista.
Bene il governo Draghi, ma il leader leghista appare «disinvolto» e «non affidabile» con il suo europeismo intermittente; l’Internazionale Socialista da rivitalizzare dopo la pandemia; una necessità, invece, rivendicare la «linea politica chiara» del Partito del Socialismo Europeo per sollecitare le istituzioni europee ad adottare politiche «molto più sociali e incisive».
In una intervista all’Avanti! on line, Pia Locatelli approfondisce questa serie di temi, richiamando poi i socialisti ad un profilo e un’identità socialdemocratica «forte» e riconoscibile.

 

Presidente Pia Locatelli, alcune forze sovraniste, come la Lega con il suo leader, pur parte dell’esecutivo di Mario Draghi – figura europeista per definizione -, esprimono contemporaneamente, come partito, molte critiche all’Unione europea, mentre nel governo vi si mostrano più favorevoli.
La recente firma della Carta dei Valori tra una quindicina di partiti della destra conservatrice europea appartenenti a tre Gruppi del Parlamento Ue – da Matteo Salvini alla Fidesz di Orbán, dal PiS di Morawiecki e Kacynski (oltre ai loro incontri al vertice di aprile) a FdI di Giorgia Meloni – non rappresenta una contraddizione stridente?

Salvini è l’emblema della confusione in cui si dibattono alcuni politici italiani, che pensano di poter assumere determinate posizioni a seconda del luogo geografico in cui si trovano. E’ davvero stupefacente questa disinvoltura, o meglio, questa confusione che alimenta. Potrei dire che, forse, pensa che gli altri non sappiano o che siano deboli di comprendonio.

Per esempio, quando afferma che, per distinguersi dal Partito del Socialismo Europeo, lui è contro l’Unione Europea. Ciò equivale a dire che, in Europa, il leader della Lega è in piena sintonia con Marine Le Pen, fiera avversaria del presidente pro-Ue, Emmanuel Macron, e con Kaczynski in Polonia. E questo, mentre in Italia fa il grande amico di Draghi, che è il leader più europeista che possiamo avere.

 

Una conversione europeista solo di necessità e di facciata?

 

Insomma, a leggere questa realtà dei fatti, io dico sempre, rifacendomi a Pietro Nenni: “il fiume risponde alla sorgente”. Salvini non è europeista. Invece, è sempre stato sovranista e nazionalista. La sua posizione di sostegno al governo Draghi è una posizione di convenienza. Altrove ed in altre occasioni dice cose differenti.
Dal momento in cui gli dovesse convenire di essere antieuropeista anche in Italia, non avrebbe nessun problema a schierarsi con un governo con un orientamento simile, del tutto opposto all’attuale. Non credo alla sua conversione europea, né alla sua affidabilità.

 

Una robusta risposta socialista alla agitazione demagogica dei sovranisti, di fronte alla gravità della situazione economica e sociale, poi approfondita enormemente dalla pandemia, non è così evidente, come qualche anno fa. Oggi, l’azione della storica Internazionale Socialista, con buona parte dei partiti socialdemocratici e laburisti e progressisti, appare appannata e poco incisiva. Nel Vecchio Continente, il Partito del Socialismo Europeo è in difficoltà nel combattere per affermare una linea realistica e davvero sociale. Come si confutano le gravi semplificazioni causate dal sovranismo nazionalistico, che seduce molti cittadini-elettori?

 

Il movimento socialista, e la sua più grande organizzazione politica mondiale, l’Internazionale Socialista, in questo momento sta effettivamente vivendo una qualche difficoltà. In primo luogo, perché la complicazione del muoversi e del viaggiare, da tempo ci costringe a fare soprattutto una attività on-line e, in certe situazioni, i contatti da remoto non hanno la stessa efficacia. E questo anche per stabilire o approfondire nuove relazioni tra i leader, tra le diverse organizzazioni e per potere intervenire efficacemente su certi temi e situazioni. Ma l’Internazionale è e resta, in ogni caso, sempre molto vivace in alcuni paesi africani e in America Latina.

 

E nella nostra Europa?

Per quanto riguarda il Partito del Socialismo Europeo, davvero non ci sono incertezze nella linea politica e di azione. Abbiamo anche recentemente avuto una riunione della presidenza del PSE, di cui faccio parte come rappresentante del Partito Socialista italiano, e la linea è assolutamente chiara: essere a favore dell’Europa e oltre questo però sollecitiamo con determinazione un’Unione europea molto più sociale.

Ovviamente, noi diciamo e vogliamo un’Europa più socialdemocratica, che coniuga il potere politico con l’impegno sociale. Ed è altrettanto evidente che la nostra voglia di un’Europa più avanzata, in termini di potere decisionale dei cittadini, incontra difficoltà.

Questo perché vi sono dei Trattati che ci vincolano e perché, rispetto al cambiamento dell’assetto istituzionale e della governance, le decisioni devono essere prese all’unanimità.

Sappiamo bene che questa unanimità attualmente non c’è, ma la linea, e non solo l’aspirazione, indicata dal Partito del Socialismo europeo è, nettamente, per un rafforzamento dell’Europa, proprio in direzione di un’Europa federale.

 

Come vedi come la configurazione politico-partitica del Parlamento europeo e nell’Unione? La Commissione Von der Leyen, che talora apre alle esigente più progressiste, è il risultato non più del solo confronto PSE-PPE, ma coinvolge liberali, le destre divise, con l’appoggio anche di M5S, ma non dei Verdi.
Si voterà, poi, in Germania per il dopo Merkel, con la SPD alquanto debole e, per i sondaggi, forse superata dal successo degli ecologisti.

 

In effetti, è alquanto diversa la situazione del Parlamento Europeo rispetto ad alcuni anni fa, con le due forze dominanti che si contrapponevano ed erano alternative l’una all’altra: i partiti della famiglia socialista con socialdemocratici, laburisti e poi Dem, dinanzi ai Popolari, comprendenti la Cdu/Csu tedesca e le formazioni democristiane e moderate di centro.

Adesso questa grande divisione tra le due famiglie politiche ed il panorama politico europeo si è un poco modificato e poi moltiplicato, anche a livello partitico. I liberali hanno preso il potere in Francia, con Macron che copre quest’area e i Verdi che stanno davvero avanzando in diversi paesi d’Europa, a partire dalla Germania. E tant’è che si pensa che qui la candidata verde alla cancelleria possa avere una qualche chance, a parte il previsto aumento dei voti.

 

E quale prospettiva per i socialisti?

 

Sicuramente questa segmentazione con questo dividersi ed affacciarsi sulla scena politica europea, ed in modo più consistente, di nuovi partiti, rende più difficile il nostro compito di socialisti. Davvero dobbiamo cominciare a pensare ai nostri principi socialdemocratici da coniugare in forme diverse e differenti.

La situazione è cambiata: non abbiamo più la configurazione tradizionale della società e non ci sono più le masse dei lavoratori e delle lavoratrici dipendenti, quindi siamo in difficoltà ad aggiornare la nostra agenda socialdemocratica.
Ripeto: è qualcosa di molto complicato per tutti, ma ancor più, e maggiormente, per noi socialisti. Noi, essendo riformisti, che tendono quindi a tenere insieme alcuni principii validi da sempre, assieme alle trasformazioni della società, ci troviamo davanti a un compito che ci ha messo in notevole difficoltà.

 

Presidente Locatelli, quanto è necessario ricalibrare idee e programmi e una identità socialista più definita, di una sinistra moderna e di governo? La debolezza di molti partiti socialisti, purtroppo, mostra che non appare più sufficiente solo il convergere verso il centro, come avveniva negli anni ‘90 con successo, ma in condizioni assai diverse, con la Terza Via clintoniana, la ‘Neue Mitte’ di Schröder o il blairismo.

 

Io mi sono sempre interrogata su quanto veniva sostenuto allora, vale a dire che fosse necessario convergere verso il centro perché gli elettori si contendevano in quell’area. Ma sono perplessa, ora come allora, perché certamente vedevo delle misure assunte certamente sì, in direzione dell’applicazione dei nostri principi adattati a una società in evoluzione, ma non proprio in modo convincente.

Io credo che un’identità socialdemocratica forte sia davvero più pagante, anche in termini di voti, che di una incertezza e di una labilità di politiche che sono orientate e stanno un po’ qui e un poco là ed altrove.
Oggi, poi, è una scommessa da fare, adattandola ai diversi paesi e realtà.

Pedro Sanchez in Spagna, ad esempio, ha un’identità più di sinistra, tant’è che lui ha vinto nuovamente il congresso con lo slogan “Somos la izquierda”. Anzi, io ero presente, partecipando a quelle assise del 2017.
Non solo in Europa, ma un po’ dappertutto, direi che come socialisti stiamo tentando di trovare la via più giusta. Certamente le difficoltà non mancano, ma andiamo avanti con fiducia.

 

Roberto Pagano
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