lunedì, 18 Ottobre, 2021

Il 21 settembre in viaggio con Battiato all’arena di Verona

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Il 21 settembre si terrà all’Arena di Verona un concerto dedicato a Franco Battiato, scomparso il 18 maggio scorso. Non sarà una mera commemorazione/celebrazione – così distante dallo stile del cantautore siciliano – ma un “invito al viaggio”, come preannuncia il titolo dell’evento, riprendendo una bella canzone di Battiato scritta con Manlio Sgalambro e ispirata a Baudelaire. E’ prevista un’ampissima partecipazione di cantanti e attori, tra cui: Alice, Carmen Consoli, Juri Camisasca, Angelo Branduardi, Eugenio Finardi, Gianna Nannini, Fiorella Mannoia, Morgan, Max Gazzé, Subsonica, Bluvertigo, Arisa, Colapesce Dimartino, Diodato, Vasco Brondi, Paola Turci, Simone Cristicchi, Mahmood, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni. Il repertorio seguirà gli arrangiamenti originali del maestro rendendo omaggio al suo percorso musicale.
La scelta della data non è casuale: il 21 settembre ricorre infatti il quarantesimo anniversario dell’uscita dell’album di Battiato più venduto e più amato, “La voce del padrone”, uno dei dischi in assoluto più importanti della canzone italiana. “La voce del padrone” del 1981 viene dopo “L’era del cinghiale bianco” (1979) e “Patriots” (1980), insieme ai quali rappresenta una trilogia formidabile, corrispondente al periodo più fecondo dell’artista. L’album è composto da sette brani per una durata complessiva di mezz’ora. Un album breve, quindi, ma intenso, ricchissimo sia dal punto di vista musicale che per quanto riguarda i testi.
E’ un disco che mette d’accordo tutti: amanti della musica impegnata e amanti della musica leggera, chi nelle canzoni cerca un significato e chi si lascia trascinare dall’onda della melodia. C’è il Battiato uomo di cultura e il Battiato ironico, il Battiato che medita sulla trascendenza e il Battiato giocoliere, il Battiato minimalista e il Battiato sofisticato, il Battiato elitario e il Battiato popolare, il Battiato che prende sul serio la vita e il Battiato che prende in giro tutto e tutti. Ma alla fine Battiato uno è. E’ quello che ci dice di studiare, ricercare, imparare, cimentarsi con la religione, ma anche di divertirsi. E soprattutto di non fare di nessun uomo e di nessuna idea, per quanto rispettabili e profonde, un mito. Ognuno di noi deve fare la sua sintesi, deve compiere il suo percorso, deve trovare un suo “centro di gravità permanente”, elaborando in maniera personale le proprie esperienze.
E’ un monito che vale in generale per tutti i maestri e per tutte le idee. Ma vale anche, più specificatamente, nei confronti dei miti musicali. Sia le stelle del rock, dai Beatles ai Rolling Stones passando per Bob Dylan e Jim Morrison, sia i cantanti italiani, da Mina ad Alan Sorrenti, da Nicola di Bari a Milva. Sia – udite, udite – i grandi compositori, da Vivaldi a Beethoven. (“A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata/ a Vivaldi l’uva passa che mi dà più calorie”). L’apparente irriverenza verso i miti antichi e contemporanei da una parte corrisponde all’immagine del Battiato giocoliere e ironico, dall’altra è semplicemente un invito a guardare dentro noi stessi, a non formare le nostre convinzioni facendo affidamento soltanto su quanto è già solido e ben catalogato. Ricerca, innovazione, contaminazione fra culture diverse, mediterranee e orientali, non solo il rock & roll: queste sono le chiavi di volta per mettersi in sintonia con il maestro. Poi ognuno può trovare i significati e i percorsi che vuole.
L’album è disseminato di raffinate astuzie intellettuali, che vanno dalla “vecchia bretone con un cappello di riso e canna di bambù” ai “gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare alla corte degli imperatori dei Ming”, dall’ “ira funesta dei profughi afghani che dal confine si spostavano nell’Iran” alle “gesta erotiche di squaw Pelle di Luna”, dai “desideri mitici di prostitute libiche” alla “lotta pornografica dei Greci e dei Latini”. C’è anche una forte critica al conformismo e al mondo politico, quando parla di “programmi demenziali con tribune elettorali” e di “squallide figure che attraversano il paese/ com’è misera la vita negli abusi di potere.” Non manca un’ironica autocritica: “C’è chi si mette gli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero”. Ma sempre la mente è attenta a cogliere i “segnali di vita” e i cambiamenti interiori: “Si sente il bisogno di una propria evoluzione sganciata dalle regole comuni, da questa falsa personalità”. Segnali di vita che si avvertono “nei cortili e nelle case all’imbrunire”, nelle luci che “fanno ricordare le meccaniche celesti”, mentre il volo imprevedibile e misterioso degli uccelli rimanda a “traiettorie impercettibili, codici di geometria esistenziale.”
Al di là di tutto questo, di questi mondi esterni ed interiori che si muovono e si contaminano per formare un fecondo magma come avviene dopo un’eruzione dell’Etna, da lui tanto amato, c’è l’esplosione della musica, la pura felicità delle canzoni. Su questo occorre dare merito anche ai collaboratori di Battiato, tra cui il direttore d’orchestra Giusto Pio, co-autore degli arrangiamenti, il chitarrista Alberto Radius, il coro “Madrigalisti di Milano” e tutti gli altri. L’attacco all’unisono della batteria e della voce in “Cuccurucucu”, riarrangiamento della celebre “Cucurrucucù Paloma” degli anni ’50, è in questo senso emblematico. Un brano amatissimo, un inno alla gioia scritto da uno scapestrato profeta contemporaneo, la via mediterranea alla musica pop. Che fa venire alla mente tanti ricordi felici, come quando la nazionale di calcio vinceva i Mondiali dell’82 e tutta l’Italia, compresi gli azzurri sul pullman, intonava la canzone del maestro.

 

Attilio Pasetto

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