giovedì, 29 Luglio, 2021

Il bambino di Fo e la guerra del Vietnam

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Jacopo Fo, figlio di cotanti genitori, ha scritto un libro dal titolo impegnativo: “Come essere figlio di Franca Rame e di Dario Fo” (edizioni Guanda). Non dovette essere per nulla facile per lui. Non solo per la pesante eredità, che finisce quasi per annullare l’identità dei figli, di personaggi così famosi e, per quanto riguarda il geniale Dario, addirittura di un premio Nobel. Mi hanno impressionato le frasi di Jacopo, pubblicate sulla pagina culturale del Corriere di martedì 13 aprile: “Ho avuto un’educazione molto diversa dagli altri bambini, per molti anni mi sono sentito su un altro pianeta. Una notte io e mia madre eravamo distesi sul mio letto, aspettavo che mi raccontasse una storia per farmi addormentare…. invece quella sera mi parlò dei pensionati che non arrivavano alla fine del mese, dopo aver lavorato una vita. Io non ne sapevo niente e di fronte al mio stupore Franca si rese conto che mio padre e lei si erano dimenticati di darmi un’educazione politica (sic…). Così mi disse tutto in una notte. Mi parlò dei disoccupati, delle guerre, delle lotte operaie e della polizia che picchiava. Un trauma. Più andava avanti e più mi svegliavo e l’ansia cresceva”. Poi fu la volta di un libro sul Vietnam con foto agghiaccianti di bambini bruciati dal napalm. E l’insonnia del bambino Jacopo dovette peggiorare alquanto. Certo le favole di Cenerentola e Biancaneve erano meno traumatiche anche se si trattava pur sempre di matrigne e di morti apparenti, per non parlare di quella di Cappuccetto rosso, con nonna  e nipote divorati da un lupo fino a quando un passante si decide a squartarlo per estrarre vive le due malcapitate. O quelle che parlano di streghe, di mostri, di balene fameliche. Però questo è il regno della fantasia dei bambini, molto più della situazione dei disoccupati o delle guerre che asfissiano gli umani. I bimbi hanno la percezione della diversità tra fantasia e realtà. Infatti dopo la conclusione della favola di Cappuccetto rosso dormono profondamente mentre dopo i racconti della polizia che picchiava gli operai fanno più fatica. Che l’educazione politica sia utile impartirla ai bambini lo sostenevano i fascisti a proposito dei balilla e poi anche, nel primo dopoguerra, i partiti di sinistra, che avevano ereditato da quegli altri l’idea di organizzarli politicamente, con gruppi chiamati pionieri o falchi rossi e non so cos’altro. Ma almeno non gli parlavano di Stalin prima di dormire, se no sai te che incubi…
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Riguardo l'Autore

1 commento

  1. Paolo Bolognesi on

    Ho sempre espresso riserve, fino alla contrarietà, riguardo al coinvolgimento delle scolaresche in quelle celebrazioni che possono comportare valutazioni di tipo politico – il che ho visto accadere più di una volta, a mio avviso almeno – e mi sembra di scorgere analoghe perplessità sul finire di queste righe (se non le ho fraintese).

    Paolo B. 14.04.2021

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