lunedì, 27 Settembre, 2021

Il caso Regeni e la debolezza del nostro Ministro degli Esteri

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4 dicembre si chiuderanno le indagini della procura romana sull’uccisione, avvenuta in Egitto, dopo tortura, di Giulio Regeni, lo studente ricercatore friulano di Fiumicello il cui cadavere è stato ritrovato in condizioni orribili il tre febbraio 2016 lungo la strada che collega Il Cairo a Alessandria. Venerdì 20 novembre il Premier italiano Giuseppe Conte ha telefonato al Presidente egiziano al Sisi nell’ultimo tentativo di ricevere quella collaborazione su questa vicenda che né la magistratura italiana, né la Commissione parlamentare di inchiesta, né il Ministro degli Esteri Di Maio sono mai riusciti ad ottenere in questi anni per avere giustizia e per dare risposta ai genitori e e ai parenti, agli amici e a tutti gli italiani sconvolti da quanto accaduto e desiderosi di arrivare alla verità e ai responsabili. Del contenuto della telefonata non si sa molto ma, mentre i comunicati ufficiali parlano di riconferma della collaborazione tra i due Stati adducendo i numerosi rapporti economici in atto, è scontato che il caso di Giulio Recenti sia stato al centro del colloquio in seguito al vero e proprio muro di gomma che le autorità egiziane hanno costruito su tale vicenda. E non è escluso che Conte abbia perorato anche la causa dei pescatori siciliani sequestrati e incarcerati in Libia da uomini legati a Haftar da tempo in ottimi rapporti di alleanza con l’Egitto e sui quali dopo quasi due mesi si è solo rivelata tutta la debolezza del nostro Ministro degli Esteri e del ruolo del nostro Paese. Sui risultati di questa telefonata non si può dire ancora molto ma il timore è che possa tradursi in un ulteriore presa in giro. Se infatti la fattiva collaborazione di al Sisì si tradurrà nei prossimi giorni nella semplice comunicazione alla magistratura italiana del domicilio tutt’ora ignoto dei cinque agenti della Servizio segreto egiziano indagati al di là del fatto formale nulla sarà stato fatto di concreto per arrivare alla verità dai fatti in quanto risulterebbe molto problematico arrivare all’individuazione fisica delle persone, ad interrogarli, a proseguire concretamente l’indagine. Un ulteriore salto nel buio, un contentino inutile per i genitori e tutti quei cittadini che in questi anni hanno voluto tenere alta la speranza di assicurare alla giustizia i responsabili di questo orrendo delitto

 

E la riconferma che l’ Italia conti praticamente ben poco in campo internazionale. Qui non si tratta ovviamente di dichiarare guerra all’ Egitto. Si tratta di farsi rispettare come Paese e di avere il coraggio di attuare le ritorsioni anche diplomatiche necessarie per farsi rispettare. Del resto una risposta indiretta la telefonata di Conte l’ ha già avuta. Poche ore dopo un tribunale del Cairo ha stabilito che Patrick Zaky, lo studente egiziano dell’ Università di Bologna, in carcere da nove mesi per propaganda sovversiva sui social, dovrà rimanere in detenzione preventiva per altri 45 giorni. Amnesty International lo ha definito un inaccettabile accanimento giudiziario e ha stigmatizzato l’ assenza di un azione forte del Governo italiano al riguardo. La proroga della detenzione di Zaky arriva dopo l’ arresto di tre dirigenti dell’associazione egiziana per i diritti umani con la quale lo studente bolognese collaborava.

 

Alessandro Perelli

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