giovedì, 29 Luglio, 2021

Il caso Sansonetti e la libertà di informazione

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Sabato scorso Piero Sansonetti ha lasciato la direzione de “Il Dubbio”, quotidiano del Consiglio Nazionale Forense. La scelta di sostituirlo, a quanto si dice, sarebbe legata a considerazioni politiche: le sue posizioni, così libertarie e antirazziste, sembravano troppo poco organiche al governo gialloverde.
L’addio di Sansonetti – e quello di Alessandro Barbano prima di lui – avviene in un momento particolarmente difficile per l’informazione italiana. A un’emittente importante come Radio Radicale, che svolge una funzione imprescindibile per la democrazia e i diritti civili, vengono tagliati drasticamente i finanziamenti pubblici, con l’intento deliberato di farla chiudere; una sorte analoga subiscono testate di prim’ordine come “Il Manifesto” o “Avvenire”. Il tutto mentre è in corso un’occupazione della tv pubblica all’insegna del più sconcertante cinismo, ancor più spregiudicata di quella berlusconiana.
Al di là di alcune personalità, anche influenti, che in questi giorni hanno fatto sentire la loro voce – per Radio Radicale è attiva una petizione molto seguita su Change.org – stupisce l’assenza di una mobilitazione vera dell’intellettualità italiana a tutela del pluralismo e della libera informazione. Dove sono finiti gli esponenti delle arti e delle lettere, i pungolatori del pensiero, coloro che dovrebbero forgiare e indirizzare il dibattito culturale del nostro Paese? Possibile che sia tanto difficile organizzare una battaglia unitaria, un fronte compatto – al netto della natura intrinsecamente polifonica della comunità intellettuale – contro chi cerca di tacitare le poche voci libere rimaste?
Proprio quando ci sarebbe bisogno della forza dirompente delle loro idee, gli intellettuali sono dispersi, faticano a trovare forme e occasioni per unirsi. La fase storica in cui ci troviamo certo non li aiuta, anzi. Dagli anni Ottanta in poi, tutte le stagioni sociali e culturali che si sono succedute hanno cercato in ogni modo di misconoscere il loro ruolo, di mettere fine alla loro militanza: la temperie postmoderna con il suo livellamento del gusto, il politicamente corretto con il suo rifiuto del pensiero dialettico, l’era dei social con la sua logica dell’ “uno vale uno”. Ma anche l’impulso razionalizzante del capitalismo, che sacrifica il dibattito culturale sull’altare dell’utilità e del profitto. Oggi sarebbe dunque più difficile una mobilitazione come quella del 1968 contro la cacciata di Henri Langlois, allora direttore della Cinémathèque Française, che coinvolse tutti i più grandi cineasti di allora, da Truffaut a Godard a Renoir, e che portò alla fine alla sua reintegrazione. Sarebbe più difficile, ma altrettanto necessaria. Perché garantire il diritto di parola ai Sansonetti, ai Barbano, a Radio Radicale o al Manifesto significa continuare la battaglia più vera e importante che il mondo della cultura dovrebbe combattere: quella per la libertà da ogni autoritarismo.

Giulio Laroni

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