martedì, 18 Maggio, 2021

Il caso Trump: censura e libertà sui social media

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Una volta tanto la questione è semplicissima – sono le sue ramificazioni, semmai, a esser complesse. Trump è stato censurato dai social media? In senso stretto, no. Così la Treccani online, alla voce censura: “esame, da parte dell’autorità pubblica o dell’autorità ecclesiastica, degli iscritti o giornali da stamparsi, dei manifesti o avvisi da affiggere in pubblico, delle opere teatrali o pellicole da rappresentare e simili, che ha lo scopo di permetterne o vietarne la pubblicazione, l’affissione, la rappresentazione, ecc., secondo che rispondano o no alle leggi o ad altre prescrizioni.”
Facebook e Twitter sono aziende private, e hanno il diritto/dovere di stabilire le loro regole del gioco; la prerogativa di imbavagliare qualcuno è tipica di un governo politico o di una chiesa, dunque… il fattaccio non sussiste! Lo so bene: “Censura”, nella quotidianità, ha anche un senso lato: “non mi fai parlare? Allora mi censuri!” Com’è noto, è l’uso che crea la norma linguistica, non intendo quindi “censurare” chi si appropria di un termine affibbiandogli nuovi significati. Ma nel caso Trump deve prevalere l’accezione originaria – e più pregnante – di “censura” (che è sempre preventiva), quella che ha precise connotazioni politiche e giuridiche, altrimenti facciamo una bella insalata russa, e chiunque potrà urlare ai quattro venti che la sanzione (momentanea) nei confronti di chi viola le linee guida dei social media equivale alla repressione del libero pensiero in un regime dittatoriale. I fautori della cosiddetta post-verità proprio a questo mirano: a fomentare il caos più totale, affinché ognuno possa dire tutto e il contrario di tutto.

Potrei chiudere qui la faccenda, se non fosse che alcuni autorevoli commentatori e leader politici (non tutti di destra) si sono scagliati con veemenza contro la decisione di “bannare” Trump e le teste calde che lo idolatrano ispirandosi a teorie paranoiche e complottiste. Queste le argomentazioni: a) Facebook e Twitter sono aziende private, d’accordo, ma hanno un potere enorme: non spetta ai loro padroni dirimere questioni vitali che attengono alle delicate dinamiche di una democrazia, sono le assemblee legislative che devono fissare per legge i limiti alla libertà di espressione; b) una volta affermato il principio che i social media possono zittire un leader di partito, è la fine di ogni libero dibattito – che sia appunto la politica democratica a decidere in merito; c) perché Trump sì e tutti gli altri leader cattivi e intemperanti e tirannici no?
L’unica argomentazione che reggerebbe (in astratto) è la prima. Nel caso specifico però ci fa uscire dal seminato: qui non è in gioco il principio sacrosanto della libertà di espressione bensì la necessità di garantire la sicurezza in un frangente eccezionale. È da folli impantanarsi in dibattiti filosofici quando c’è un pericolo concreto e immediato. La seconda è illogica: se volete regolare per legge i social media vuol dire che di parole in libertà ce ne sono fin troppe – un parlamento intelligente legifererebbe di certo contro i politici che incitano alla violenza o predicano odio; la terza è infantile: si ispira alla filosofia spicciola del “benaltrismo”: ogniqualvolta pizzichi un tuo avversario in castagna, ecco che torme di avvocati accorrono in sua difesa: ma per Bacco c’è ben altro da condannare: e i dittatori? E i terroristi veri? Ecc. ecc.
Che la momentanea estromissione di Trump da una piattaforma social si configuri come un attentato alla democrazia è un’iperbole bella e buona: l’ormai ex Presidente è una delle persone più potenti del pianeta, ed è sostenuto da una pletora di giornali e televisioni amiche. Trump peraltro ne ha dette di tutti i colori in un clima di libertà totale, imperversando impunemente sui social media per anni. Proprie le sue scorrerie su Facebook, a detta degli esperti, contribuirono in maniera decisiva alla sua vittoria contro la Clinton. È la propaganda populista che lo dipinge come l’improbabile vittima di un establishment radical-chic, di cui Facebook farebbe parte. È bene sottolinearlo: a Trump e ai suoi seguaci più radicali – razzisti, suprematisti bianchi, neonazisti – è stata tolta la parola dopo una manifestazione violenta a seguito del quale sono morte cinque persone, e poteva andare molto peggio. Se impostiamo la questione correttamente, lo strapotere dei social media, in questa circostanza, ha evitato che vi fossero ulteriori disordini violenti e, forse, altre vittime innocenti.
Il punto che taglia la testa al toro è questo: Trump non ha detto cose discutibili, “politicamente scorrette” secondo i canoni della sinistra buonista, ma pur sempre legittime. Ha rifiutato il responso delle urne, in un momento delicatissimo per una democrazia: durante il conteggio dei voti; e ha proseguito imperterrito su questa pericolosa linea anche dopo. Il suo insistere martellante, ossessivo, sull’accusa infondata, assurda, per cui le elezioni sarebbero state truccate, ha dato il fuoco alle polveri. Neppure i suoi difensori in buona fede, e ce ne sono, possono negare che una certa retorica incendiaria è interpretabile come un incitamento implicito alla rivolta.

Nello pseudo-dibattito in corso abbondano ipocrisia e superficialità:
(a) che i social media abbiano stabilito ciò che è inammissibile postare non è una novità. Il tacito consenso degli utenti dovrebbe essere assodato. A più persone, questo è vero, è stata “comminata” una sospensione da Facebook. Talora assurdamente. A me non è mai capitato. Di certo mi è stato d’aiuto il fatto di non avere l’insulto facile; ho un altro vantaggio competitivo rispetto a certi fan di Trump: mi smarco nettamente da chi sostiene farneticanti teorie neonaziste/razziste.
(B) molti difensori (di nuovo: in buona fede) della libertà di Trump, chiedono un intervento legislativo, che, se ci fosse stato… avrebbe avuto lo stesso, identico risultato pratico: togliergli la parola. Ogni liberaldemocratico sincero pretende limiti al potere di chi governa pur democraticamente, affinché l’esercizio del suo potere non sia debordante e lesivo dei miei diritti di cittadino. Le opposizioni e i contropoteri esistono per questo. In questo senso l’aver zittito Trump è stato un atto, questo sì, di geometrica potenza democratica. Se (com’è giusto che sia) riduciamo al silenzio gli estremisti islamici che predicano la Jihad, non vedo perché – in nome della libertà di parola – si debba consentire al presidente di una nazione democratica di cavalcare le praterie dei social media a briglie sciolte urlando slogan falsi su frodi elettorali inesistenti. In quale dittatura i social media oserebbero silenziare, sia pure per poco, il leader supremo? Viva la democrazia americana, dunque. Il vittimismo degli estremisti di destra è ridicolo: più si ascende nella gerarchia politica e istituzionale, maggiori responsabilità si hanno: ogni figura pubblica ha il dovere di moderarsi, perché le parole sono pietre appuntite.
(C) Non ci siamo accorti un po’ troppo tardi che Facebook dà parola (ipxe dixit Umberto Eco) a legioni di imbecilli? Il problema è urticante quando gli imbecilli sono anche facinorosi violenti – mi riferisco soltanto ai seguaci più radicali e squilibrati di Trump. Qui i difensori di Trump, quelli in malafede, danno il peggio di sé: i populisti, che hanno tratto i benefici più cospicui a livello elettorale dal Far West dei social media, chiamano libertà quella che è una deregulation totale, in cui nessuno è responsabile delle conseguenze delle bestialità che dice o delle immagini vergognose che posta. È accettabile che politici sedicenti libertari postino le foto di ragazzine che hanno osato contestarli ai loro comizi cosicché si scateni l’orda barbarica dei leoni da tastiera? Questa non è libertà: è squadrismo in forma digitale. MacLuhan aveva proprio ragione, il medium è il messaggio. Facebook, che non tollera il confronto critico, la discussione pacata, è il terreno più fertile per i populisti di ogni risma. I quali da anni infuocano le piattaforme social con ogni genere di menzogna, le cosiddette fake news o post-verità, insultano e denigrano a tutto spiano, in maniera indecente. Oggi che uno dei loro modelli e leader di riferimento è impotente, sia pure per poco, si scatena un delirio narcisistico di onnipotenza collettivo, e le masse adoranti reagiscono inferocite. Prendiamone atto: siamo entrati nell’epoca del narcisismo planetario: tutto ciò che puzza di razionalità, tutto ciò che limita il proprio ego ipertrofico viene rigettato come una pietanza indigesta.
(D) La pseudo-argomentazione populista che va per la maggiore è questa: Trump ha preso una valanga di voti, sicché limitandolo si offende il corpo elettorale e si minano al tempo stesso le basi della democrazia (sic!). Non è insomma il leader politico che disconosce la volontà popolare espressa in regolari elezioni a costituire una minaccia, eh no, il pericolo proviene da chi osa sbarrargli la strada obbligandolo a un sobrio esame di realtà. Come i sofisti ci insegnarono secoli addietro, è possibilissimo muovere dal presupposto che la verità è un’illusione. I populisti sono andati ben oltre: demoliscono la verità, quella che si basa sulle verifiche empiriche e sulle prove oggettive, e creano la loro verità soggettiva, spacciata per universale: la incarna, questa verità, il popolo che si affida come un bimbo in fasce al leader carismatico. Prevale così una volontà di potenza smisurata che annulla ogni limite politico ed etico. Un modo di far politica, questo, capzioso e pericolosissimo, che ci ha condotti diritti come un fuso al massacro di Capitol Hill. (A onor del vero, Trump ha appena fatto dietrofront, condannando finalmente gli atti teppistici e di violenza politica commessi in suo nome: ciò non toglie validità alle mie argomentazioni).

Il punto di forza propagandistico dei populisti è nel loro concetto totalizzante e quindi antidemocratico di consenso – misurato in primis dai sondaggi e dalla popolarità sui social media o su misteriose piattaforme che nessuno può controllare (è la democrazia diretta, bellezza!), solo in parte dal risultato effettivo nelle urne – i politici eletti, tranne i populisti ovviamente, sono tutti canaglie. Così avviene, per esempio, che in una democrazia parlamentare qual è quella italiana si gridi allo scandalo: il governo in carica, provvisto di regolare maggioranza, sarebbe antidemocratico in quanto non è stato eletto direttamente dal popolo (sic!) e risulta per giunta minoritario nei sondaggi commissionati dall’opposizione. Il suggerimento pacato di (ri)leggersi la Costituzione, di studiarsi le consuetudini politiche, è vissuto con fastidio. Uno vale uno, chi sei tu per dirmi queste cose? Naturalmente il populista di turno può cambiare casacca quando e come gli pare, visto che la verità è una finzione e lui/lei rende conto solo a sé stesso, o a quel simulacro di democrazia diretta che sono le piattaforme manipolabili dall’alto. Also sprach…il popolo, direbbe Nietzsche oggi. Non è forse vero che il partito populista, chiamata su di sé la fiammella dello spirito santo, incarna sempre e comunque la volontà popolare? Ne consegue che il populista non è vincolato da regole e men che mai dalla coerenza, virtù degli imbecilli: quando è all’opposizione grida “il governo è illegittimo, non è stato eletto direttamente dal popolo ed è per giunta corrotto”; se nella stanza dei bottoni ci entra lui nello stesso identico modo, cioè mediante alchimie parlamentari e accordi spartitori sotto banco, tutto diventa per magia legittimo ed onestissimo.
Questa nozione di consenso — anomala, viscerale, oscura – sospinge il leader carismatico che ne è baciato in una sorta di bolla sacrale, per cui pressoché tutto gli è consentito. Giacché lui, il leader prescelto dal destino e seguito da masse adoranti, è l’anima, la voce, il megafono del popolo inteso come corpo mistico della nazione. Sono i suoi avversari che manipolano e ingannano la gente, lui mai! Ogni considerazione critica che insinui l’alea del dubbio si sfracella contro gli scogli dell’irrazionalismo: siamo nell’era della post-verità, come dicevo. Se capita l’inconcepibile, ovvero che le elezioni, quelle vere, lo vedano sconfitto, non c’è altra spiegazione che questa: le lezioni sono state truccate, il vero vincitore morale – il populista unto del Signore – è vittima di un complotto, che è tanto più credibile quanto meno dimostrabile scientificamente. Tutto ciò che contraddistingue una democrazia liberale matura – la Costituzione, le verifiche parlamentari, i dibattiti critici, gli interventi degli intellettuali sui giornali, le tradizioni e consuetudini politiche di lungo corso, financo le leggi della decenza – va allegramente a farsi friggere. Siete certi che abbiamo bisogno di questa deriva verso una democrazia plebiscitaria e di plastica, fondata sui like di Facebook, sull’emotività, le antipatie, i meschini revanscismi?
Chiarito ciò, è innegabile che una sorta di iceberg gigantesco minaccia di travolgere le nostre democrazie: non possiamo ignorare alcuni fatti: i social media sono in grado di condizionare le elezioni democratiche, e i regimi autoritari censurano (ecco, qui si può dire) il libero pensiero dei loro sudditi a casina loro, e cercano altresì di manipolare noi cittadini di una liberal-democrazia postando fake news a tutto spiano. È necessario un controllo democratico sui social media? Io penso di sì, ma ci vorrà un bel dibattito, nella società civile e in Parlamento: chi decide, e sulla base di quali criteri, cosa si può pubblicare/postare, e cosa invece non sarà ammesso? L’Economist, rivista che sventola con straordinaria coerenza la bandiera del liberalismo, nutre forti perplessità sull’ipotesi che si possano imporre regole stringenti agli internauti incendiari e ai leoni da tastiera. Oltre ad estromettere dal dibattito pubblico individui pericolosi, verrebbe messa la mordacchia a chi non la pensa come noi. Non ho soluzioni magiche da proporvi. Riflettiamoci sopra: questo è uno dei temi politici e morali del nostro secolo.
Torno quindi a bomba alla questione di fondo: è giusto che la libertà di parola sia illimitata? Se si ritiene che debba essere circoscritta (io sono di questo parere), quali sono i paletti accettabili in una democrazia? Questo tema ha almeno due secoli di vita, sicché molto possiamo apprendere se ci svincoliamo dall’attimo presente. Perdonatemi una notazione personale: un mio saggio, Igiene verbale. Il politicamente corretto e la libertà linguistica (Vallecchi, 2004), è molto critico verso quelle correnti della sinistra radicale che vorrebbero purificare il nostro linguaggio e, indirettamente, controllare il nostro pensiero. Ci tengo alle mie credenziali liberali. Aggiungo di più: ammiro la figura di Carlo Ginzburg, forse il più grande storico italiano vivente, il quale era contrario alla legge, attualmente in vigore, che persegue i negazionisti della Shoah. Che tempra morale e che spessore intellettuale! A suo padre – il mitico Leone, intellettuale libertario del cenacolo che diede vita alla casa editrice Einaudi — i nazifascisti fracassarono la testa dopo averlo torturato in carcere. Un conto però è negare l’esistenza delle camere a gas ad Auschwitz – affermazione vergognosa, anzi vomitevole –, tutt’altro conto sarebbe adoperarsi per ricostituire gruppuscoli neonazisti impazienti di incendiare le sinagoghe. In quest’ultimo caso trattasi di un reato perseguibile per legge, chi incita a commettere crimini va ridotto all’impotenza prima che possa commetterli. È questo il senso della legge che vieta la ricostituzione del partito fascista in Italia.
Est modus in rebus, dicevano saggiamente i latini. Eccolo, il bandolo della matassa: dubito vi sia una legislazione che accetti il principio per cui la libertà di parola debba essere assoluta – e non mi riferisco solo al reato di calunnia e diffamazione. Gli USA, un bastione dei diritti civili, sono esemplari in tal senso. Non c’è forse altra nazione democratica che ha altrettanto a cuore la libertà di parola, ebbene in questa nazione iper libertaria è stata elaborata la dottrina delle “fighting words”. Ci sono parole o espressioni inammissibili in qualsiasi agorà democratica perché geneticamente diverse dalle altre: sono malevole e tossiche, incitando all’odio e alla sopraffazione spingono a commettere reati violenti contro cose e persone.
Ci sono poi atti e comportamenti legati all’espressione di un’idea politica che sono turbativi dell’ordine pubblico, anche questi in teoria non dovrebbero essere tollerati. E qui il discorso si complica. Ricordate il caso del predicatore pazzo, un tale Terrry Jones, che voleva bruciare il Corano in pubblico per sfregio ai musulmani? Cercarono di farlo desistere con le buone, inutilmente. Finché, nel 2013, non fu arrestato prima che riuscisse a dar fuoco a circa 3000 copie del Corano in pubblico; lo fermarono sulla base di accuse secondarie: il possesso di un’arma e l’uso illegale del cherosene! In altre occasioni, le autorità pubbliche provarono a contestargli gli eventuali danni patrimoniali conseguenti alle proteste che il suo falò di ispirazione nazistoide avrebbe provocato. Ma lui proseguì impassibile, e non finì in galera. L’idea che la sua azione avrebbe potuto causare, per reazione, danni o vittime – preoccupazione incontestabile – non era una motivazione abbastanza solida per sanzionarlo, secondo la più parte dei giuristi americani. E infatti il predicatore seminatore di odio e discordia continuò ad appellarsi al Primo Emendamento, cuore del Bill of Rights promulgato nel 1791. Come è noto, il Primo Emendamento è una tutela fortissima delle libertà: di parola, di religione, di associazione, di stampa.
Questo è un caso molto diverso da quello che ha visto un presidente sconfitto nelle urne baccagliare con acrimonia e spirito revanscista contro il vero vincitore – politico e morale – delle elezioni: Joe Biden ha prevalso anche nel voto polare con uno scarto di ben 7 milioni di voti a suo favore. Non ho dubbi che la decisione di bannare Trump sia stata giusta: il Terry Jones è uno squilibrato, farlo parlare a ruota libera non danneggia la democrazia, caso mai può causare qualche vittima innocente; Trump, personalità politica di primissimo piano, proprio perché è un leader amato da molti ha una capacità infinitamente maggiore di causare disastri. Il tema delle libertà è troppo delicato per chiuderla così. Continuiamo a dibattere, dunque, tenendo bene a mente una massima che ha un imprinting giudaico-cristiano: tutte le leggi e tutti i principi astratti sono fatti e concepiti per l’umanità, e non viceversa. Ne consegue che la sacralità della vita umana fa aggio sulla libertà di parola, benché anche questa sia sacrosanta per noi.

 

Edoardo Crisafulli

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