giovedì, 6 Maggio, 2021

Sergio Giuffrida: Cinema multisocial ma insostituibile

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Alberto Barbera, direttore della 76esima Mostra di Venezia, che si è svolta dal 28 agosto al 7 settembre 2019 – quindi in era preCoronavirus – parlando del futuro prossimo venturo del cinema scrisse che: «Nonostante alcuni indicatori che sembrano convergere verso una visione distopica del futuro, vien voglia di affermare con forza che non di minaccia di estinzione si tratta, bensì di un processo di cambiamento in fieri tra i più radicali della sua pur breve esistenza, al termine del quale lo ritroveremo diverso da quello che abbiamo conosciuto e amato sinora, ma pur sempre vivo e vitale, portatore di istanze e linguaggi e forme nuove alle quali finiremo con l’abituarci con la rapidità che contraddistingue la nostra epoca». Era una vita fa, era quando Cannes (istigata dai distributori) non voleva i giganti dello streaming, al contrario di Venezia. Un bel dibattito che per poche settimane ha tenuto banco nelle cronache culturali di mezzo mondo, vista l’importanza delle due istituzioni cinematografiche. Poi è arrivato il Covid-19 ed è cambiato tutto disegnando nuovi scenari che nessuno avrebbe potuto immaginare.
Ne abbiamo parlato con Sergio Giuffrida, segretario del gruppo lombardo del Sindacato nazionale critici cinematografici italiani, giornalista, attore cinematografico e teatrale, conduttore radiofonico e televisivo; ideatore e curatore della prima enciclopedia tematica multimediale dedicata al cinema per generi, “CD Cineclassic” edita da Medialab – Mondadori. Inoltre, dal 2018 cura per il sito Altrimondi.org le news dedicate al cinema e allo spettacolo in genere.

 

Un film è un film al di là dello schermo in cui lo si guarda?, cioè uno può godersi un film anche in uno

smartphone o in un tablet?
«Assolutamente si. Il cinema è una narrazione per immagini quindi il medium di trasmissione è solo una parte che, ovviamente, incide sulla fruizione ma non sulla qualità del contenuto».

 

Come sta cambiando il cinema, quello del grande schermo, e come potrà cambiare se non si risolverà in fretta la crisi causata dalla pandemia?
«Per un appassionato fruitore del cinema pre-Covid, ovvero in sala insieme ad un pubblico vitale, che da critico considero parte integrante della fruizione, credo che il grande schermo resti insostituibile. Comprendo tuttavia le istanze e le necessità di nuovi format di fruizione, prime fra tutte le piattaforme digitali di streaming su cui si stanno appoggiando le case di produzione – dalla Disney alla Warner e non solo – per la distribuzione quasi contemporanea dei loro prodotti di entertainment. Se si pensa che un tempo i film impiegavano anni (se non decenni) per passare dal grande al piccolo schermo, l’intervallo che fino a poche decadi fa vedeva una finestra variabile dai 6 mesi a qualche anno prima dell’approdo di un film in un formato “domestico” sembra oggi fantascienza. Quanti ricordano ancora le cassette in Vhs, i laserdisc o il successivo passo dei Dvd, fino all’attuale divenire del Blue Ray e dell’alta definizione?
Solo una piccola riflessione: negli anni Settanta, ai tempi in cui organizzavo con Andrea Ferrari le prime rassegne e proiezioni in sale parrocchiali o nelle biblioteche, il formato usato (e ambito) era quello del cinema in Super8 o del 16 mm. Appena un lustro dopo, per le mega rassegne al Salone Pierlombardo e successivamente al cinema Argentina di Milano, l’obbiettivo era trovare copie decenti di classici in 35mm e il cosiddetto 3D era assolutamente un’utopia o quasi. Oggi per la rivoluzione digitale e la messa in atto di videoproiezioni multimediali presso il Wow Museo del Fumetto, dell’Illustrazione e del Cinema d’Animazione di Milano si è passati a videoproiettori digitali integrati il cui costo in proporzione alle grandi macchine di proiezione dei cinema di una volta è pari a un decimo».

 

I dati 2020 del box office mondiale parlano di poco più di 4 miliardi di dollari di incassi, a fronte di oltre 11 miliardi del 2019. Una riduzione di due terzi che cambia molte cose?
«Sicuramente siamo entrati in una nuova era commerciale nella quale quello che prima era il predominio (specie in America) delle grandi catene cinematografiche si è più che dimezzato. Così come in Italia, quelli che erano i diktat delle case di distribuzione, che imponevano ad un esercente l’obbligo di proiettare anche pellicole minori se volevano avere i cosiddetti blockbuster di stagione, sono ormai destinati ad un forte ridimensionamento. E lo stesso vale a livello internazionale, anche se forse in misura minore per la Cina che, proprio nell’estate del 2019, per la prima volta ha superato nettamente gli incassi del Nord America, diventando il primo mercato mondiale».

 

“Tenet” di Christopher Nolan ha cannato negli Stati Uniti, malgrado le sale aperte, mentre “Wonder Woman 1984” non ha sfondato in Cina. Un incidente di percorso o un campanello d’allarme?
«L’esempio del “Tenet” di Nolan, distribuito dalla Warner, al di là di una qualità inferiore rispetto ad altre precedenti pellicole dell’autore, è interessante perché è stato il primo kolossal a cimentarsi con il box office e il suo risultato, stimato ad un quarto di quello che avrebbe alzato nel periodo pre-Covid, è stato comunque un modello di riferimento per le scelte successive».

 

Questo significa per i prossimi anni ci sogniamo blockbuster da 300 milioni di dollari e oltre?
«Non va dimenticato che tutte le case avevano (e hanno) in produzione nuovi prodotti per i quali una parte non trascurabile del risultato commerciale passa dal grande schermo. In realtà, l’alchimia è molto più ricca e complessa e sarebbe riduttivo pensare che il tradizionale box office sia ancora il perno principale: specie per i blockbuster di stagione le strategie prevedono, oltre ai tradizionali canali di co-mrkt, un fortissimo pressing attraverso siti dedicati, social media e non ultimi gaming promozionali specificamente realizzati in sinergia e franchising con importanti partner. Scelte oggi affiancate dalla necessità di distribuire e vendere lo stesso prodotto su una o più piattaforme di streaming, come nel caso dell’accordo Warner – Hbo Max o quello interno di Disney+. In questo caso risulta determinante il numero di utenti della piattaforma su cui spalmare l’offerta e le conseguenti revenues. E naturalmente, sì, questo inciderà per il prossimo futuro sul budget milionario di certe produzioni».

 

Produzioni che, se non sbaglio, hanno caratterizzato gli ultimi venti anni.
«Sicuramente. Quando nel 1997 il “Titanic” di Cameron superò il costo di 200 milioni di dollari, tutti restarono stupiti e preoccupati che Fox e Paramount potessero fare la fine della United Artist, andata in bancarotta dopo il fiasco nel 1980 de “I Cancelli del Cielo” di Michael Cimino, costato all’epoca più di 100 milioni di dollari, seppur acclamato come un capolavoro molti anni dopo. In realtà, il film di Cameron ha segnato un importante punto di svolta dimostrando che il rischio valeva la candela. Ecco perché, se analizziamo i blockbuster degli anni Duemila vediamo, ad esempio, che la saga degli Avengers, costata complessivamente poco meno di un miliardo di dollari, ne ha incassati worldwide in sala quasi quattro volte tanto, senza contare le operazioni co-marketing, il franchising, i giochi e via dicendo, che porterebbero il totale a decuplicare il valore iniziale. Situazioni tutto sommato analoghe al franchising di Harry Potter, Batman, Star Wars, Justice League, Twilight, Superman, Acquaman, Alien e Lord of the Rings, solo per citarne alcuni».

 

Questa crisi, quindi, rischia di avere effetti sul breve e medio termine? Meno incassi vorrà dire anche meno spese?
«Gli effetti sull’industria cinematografica a breve non saranno percepibili in quanto le produzioni avviate (a meno di costi faraonici) saranno portate a termine e programmate nella doppia versione cinema e piattaforme digitali, probabilmente stringendo severamente sulle spese di lancio e promozione e su quelli che un tempo erano considerati normali sforamenti del budget e dei tempi di produzione: al riguardo credo che la figura del produttore esecutivo sarà ancor di più un elemento chiave. Credo, inoltre, che essenziale sarà la sinergia con la serialità televisiva o, meglio sarebbe dire, multisocial, in quanto pc (sempre meno) ma tablet e soprattutto smartphone hanno ormai consolidato una fruizione individuale e, mediante il tam tam amicale e degli influencer, anche collettiva. D’altronde sono ormai decenni che la serialità del cosiddetto piccolo schermo prevarica creativamente la produzione cinematografica mainstream. Discorso a parte andrebbe fatto per i filmaker e le produzioni indipendenti: quelle per intenderci che passano ai Festival in giro per il mondo, Sundance in primis, ma anche Venezia, Torino, Londra, Toronto e via dicendo».

 

Proprio negli Usa è successa una cosa che dà un’idea della realtà attuale. Dopo il mezzo fallimento di “Tenet”, la Warner ha preso atto della paura della gente di andare al cinema e ha deciso la programmazione in contemporanea su Hbo Max, la sua piattaforma di streaming, di tutti i film in uscita nel 2021. Ma, a fronte di una grossa diminuzione di biglietti venduti, quanti soldi può portare lo streaming?
«Il risultato dello streaming è in funzione di fasce differenti di fruizioni, un po’ come la tv on demand: l’ultima uscita la vedi pagando specificamente per quel prodotto che, dopo qualche mese, finisce nel catalogo generale dell’emittente. Indubbiamente, i grandi colossi come Disney+, Netflix, Warnermedia, Hbo Max, ma anche Amazon, Apple, CW e tutti gli altri in ordine sparso, contano decine di milioni di utenti a livello mondiale e il vantaggio dello streaming è quello di avere una piattaforma unica su cui distribuire in tutte le lingue. Piattaforme che, è inutile dirlo, necessitano di costante combustibile creativo e produttivo per tenere o conquistare un numero sempre maggiore di abbonati ingolositi da un’offerta vasta e articolata. Al riguardo è interessante anche la crescita del segmento delle docuserie di genere».

 

Ma che succederà ai cinecomics, al fantasy e alla fantascienza? A quelle mega produzioni che fanno spalancare gli occhi per gli effetti speciali, straordinari anche nei costi? “Avengers: Endgame” (Fine del gioco) è stato un titolo profetico o ci sono buone notizie?
«Per quanto riguarda le megaproduzioni Marvel o DC o, in chiave più ampia, gli universi fantasy di Game of Throne e Il Signore degli anelli, e quelli fantascientifici di Star Wars e Star Trek, gli appassionati possono dormire sogni tranquilli. Ci sono complessivamente più di venti nuove serie in fase di produzione la cui programmazione è prevista tra la primavera del 2021 e l’estate del 2022. Piuttosto, per i fan i crisi di astinenza, porrei maggiore attenzione al segmento delle web series molto attive nell’ambito del thriller, del fantastico, dell’horror e della fantascienza, ma anche del drama e della commedia e, cosa da non sottovalutare, dell’animazione: prodotti seriali a basso costo dove però si ritrovano contenuti molto interessanti».

 

Questa crisi toglie spazio anche alle produzioni chiamiamole normali, cioè a tutti i film che dovrebbero venire programmati nelle sale?
«In realtà no, anzi paradossalmente attraverso la creazione di nuove forme di streaming, pellicole di basso budget – italiane ed estere – hanno trovato nuovi sbocchi in questo difficile periodo per l’esercizio tradizionale. Un ambito sul quale si potrà fare un punto più preciso probabilmente nella seconda parte del 2021».

 

Sopravviveranno solo i giganti dello streaming, forse più attrezzati ad affrontare questa crisi? Nel senso che non producendo per le sale hanno una visione del mercato diversa dalle major. Magari la produzione per la sale passerà in secondo piano.
«Non credo, anzi, come dicevo, probabilmente ci sarà bisogno di ogni possibile segmento della filiera distributiva per riuscire a recuperare le perdite subite nel 2020».

 

Quest’anno, anche se siamo agli inizi, è ormai andato per gli incassi al box office. È possibile ipotizzare incassi tipo quelli del 2019 per l’anno prossimo?
«Il 2021 andrà sicuramente meglio, ma solo dall’autunno in poi, e sarà il 2022 l’anno in cui potremo tornare a vedere la rinascita – con cautela e le dovute precauzioni – del cinema sul grande schermo, l’unico spettacolo veramente con la C maiuscola… »

Come cambierà il cinema che abbiamo conosciuto e amato (in era pre-Covid)? Sarà sempre vivo e vitale, portatore di istanze e linguaggi e forme nuove? Saprà evolversi per sopravvivere oppure corre il rischio di estinguersi? Ci darà sempre modo di rintanarci in una sala buia di fronte a uno schermo gigante per un rito collettivo di cui non possiamo fare a meno?
«Sono ottimista e credo proprio che il cinema, pur nelle sue naturali e inevitabili trasformazioni, resterà uno strumento espressivo vivo e stimolante in grado di colpirci ed emozionarci anche se magari solo nel chiuso del nostro soggiorno dinanzi ad un megaschermo. In fin dei conti, come diceva un maestro come Serghej Ėjzenštejn, il cinema è una forma d’arte, la Settima, e il suo pregio è quello di dipingere e raccontare storie con la luce…».

 

Antonio Salvatore Sassu

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