mercoledì, 27 Ottobre, 2021

IL FATTO NON SUSSISTE

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La corte d’Assise di Milano ha assolto Marco Cappato con la formula ‘perché il fatto non sussiste’. L’esponente dei radicali era imputato per aiuto al suicidio per la vicenda di dj Fabo nel 2017, per aver accompagnato Fabiano Antoniani, cieco e tetraplegico dopo un incidente, a morire in una clinica svizzera a Zurigo. Applausi, in aula, dopo la lettura della sentenza. L’avvocato Francesco di Paola ha in sostanza spiegato che dal momento in cui la Corte Costituzionale ha detto di legiferare “lo ha fatto per individuare quella norma che trasfonda nell’ordinamento il principio dell’articolo 32,secondo comma, della Costituzione e cioè quello che nessuno può essere sottoposto a trattamenti sanitari senza il proprio consenso”, ha precisato il legale fuori dall’aula. Nel corso della sua arringa l’avvocato, che difende Cappato assieme al collega Massimo Rossi, ha tenuto a precisare che”sono state aperte le strada da parte della Corte Costituzionale delle scriminanti procedurali che fanno venire meno la illegittimità del fatto nel momento stesso in cui si compie”. Il difensore quindi ha chiesto alla corte di Assise di Milano di assolvere l’esponente dell’associazione Luca Coscioni con la formula “perché il fatto non costituisce reato”

La strada tracciata dalla Consulta era nitida. I giudici della Corte d’Assise di Milano l’hanno seguita, dopo una breve camera di consiglio. “Una data storica – esulta il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano – perché la decisione della Corte realizza pienamente il significato dell’articolo 2 della Costituzione che mette l’uomo al centro della vita sociale e non lo Stato”.

Per il leader dell’associazione ‘Luca Coscioni’ è pero’ anche un giorno di profondo dolore: proprio durante l’intervento dei suoi avvocati, è arrivata la notizia della morte della madre, ricoverata da giorni in ospedale a Milano. Breve sospensione dell’udienza, con un lungo abbraccio tra Cappato, in lacrime, e la moglie, e poi si riprende col leader radicale che trova la forza di chiedere un’assoluzione in nome del “diritto alla autodeterminazione individuale, naturalmente all’interno di determinate condizioni”.

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