sabato, 23 Ottobre, 2021

Il giardino dei Finzi Contini compie cinquant’anni

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Il 4 dicembre del 1970, cinquanta anni fa, usciva nelle sale cinematografiche italiane il film: “Il giardino dei Finzi-Contini”, tratto dal best seller di Giorgio Bassani e pubblicato da Einaudi nel 1962.
Diretto da Vittorio De Sica e interpretato da Lino Capolicchio e Dominique Sanda, il lungometraggio, che porta sulla scena una travagliata storia di amore non corrisposto all’ombra delle leggi razziali, divenne immediatamente un successo planetario e conquistò l’Oscar per il Miglior film straniero.
Il film rientra di diritto nella categoria dei capolavori che hanno scritto le pagine migliori della cinematografia italiana. La conferma è data da questi cinquant’anni celebrativi che si aggiungono alle precedenti celebrazioni.
Giorgio Bassani nel libro scriveva: “Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta”. Una delle tante massime, una delle tante ‘sententiae’ che troviamo nel Giardino dei Finzi-Contini. Non è un mistero che i grandi narratori lasciano, tra le righe delle loro opere, frasi che si adattano a plurimi contesti, a diverse circostanze. Le massime sono di solito brevi, eppure risuonano in maniera talmente intensa nelle orecchie di chi le sente, che forse contribuiscono a consegnare lo scrittore tra le braccia dell’eternità. Ci sono, poi, quelle opere che non si leggono, ma che si osservano e che si ammirano, che suscitano la stessa identica emozione che si prova scorrendo su di un libro le parole di un autore. Parole che nel film sono accompagnate anche dalle immagini che suscitano altre emozioni.
E’ impossibile parlare di questo capolavoro cinematografico senza parlare di Lino Capolicchio.
Nel mondo dei sogni da celluloide, una delle figure maschili più eteree è quella di Lino Capolicchio. Un volto curioso, affascinante, sottilmente ironico quanto sfuggente a ogni inquadratura fuori dallo schermo, scoperto dal grande pubblico in quel giorno in cui uscì nei cinema Il giardino dei Finzi Contini. Lino Capolicchio parla al pubblico “recitando con l’anima”, quindi, “sottovoce” per essere meglio ascoltato come gli aveva insegnato il “Commendatore”, Vittorio De Sica che lo diresse in quel film straordinario che va oltre a tutti i premi e riconoscimenti ricevuti.
Lino Capolicchio, a diciotto anni, iniziò la buona abitudine di ricordare sui diari i momenti della Sua vita, ora trasposti nell’autobiografia ‘D’amore non si muore’ pubblicata nel 2019 da Rubbettino Editore.
Sono commoventi i ricordi di Lino Capolicchio su questo film che ha segnato l’inizio del Suo grande percorso cinematografico.
Infatti De Sica, sul set de Il giardino dei Finzi Contini, si accorse subito dello straordinario talento, e a mamma Capolicchio confiderà: «Suo figlio è il nuovo Mastroianni».
L’attore ricorda: “Mia madre venne sul set e pretese di parlare con De Sica come di solito un genitore fa al ricevimento scolastico dei professori. La vidi tornare in lacrime da quel colloquio, orgogliosa, e stupita come è rimasta fino a 90 anni quando è morta, per il fatto di aver generato un figlio così geniale, uno che, poi mi confessò, la impressionava, perché ogni cosa che faceva, con estrema naturalezza, poi diventava un successo”.
Nel giardino dei Finzi Contini, il suo personaggio, Giorgio, alter ego del Giorgio Bassani autore del romanzo omonimo, allora fece perdere la testa all’attrice francese Dominique Sanda (Micol). Adesso, cinquant’anni dopo, Lino Capolicchio ha il fascino di sempre.
Nel diario confessa: “Vero. In America venni accolto come un divo e quest’aura resiste in Israele dove il film viene ancora proiettato nelle scuole e le ragazzine restano folgorate da ‘Giorgio-Capolicchio’. Bassani era stato il mio professore di Storia del Teatro in Accademia, e quando venne a trovarci sul set mi commosse quando disse: «So che girerete l’esterno di casa mia a Ferrara, così avrà modo di conoscere mia madre, le porti i miei saluti mi raccomando!». Lo presi sul serio, come fosse un impegno reale a cui adempiere. Mi dice che la storia dei Finzi Contini è completamente inventata, ma questo non esclude riflessi autobiografici”.
Nel suo Diario, sul film ha annotato: “Il 13 febbraio 1970, una data che non scorderò mai, mi presento a Cinecittà, Il ‘commendatore’, come lo chiamavano tutti, mi aspetta. Ce l’ha con i miei capelli lunghi, dice che la rivoluzione si fa eventualmente con il mitra, non coi capelli. Giriamo una scena breve ma significativa, che fa capire bene la psicologia dei personaggi. La mia partner è una graziosa attrice sconosciuta, si chiama Laura Antonelli”.
Nell’autobiografia si legge anche: “Il Giardino dei Finzi Contini non esiste, è un’invenzione cinematografica, oltre che letteraria, però tutti quelli che vanno a Ferrara lo cercano. L’illusione che esista nasce dalla potenza del montaggio, dalla seduzione delle immagini, dell’immaginario che sottintende il sogno, caratteristiche peculiari dell’arte cinematografica, che può essere sofisticatissima, ma anche molto popolare”.
Capolicchio ricorda anche: “A Roma giriamo all’Orto Botanico, dove anche il custode sembra una pianta, a Villa Ada e alla De Laurentis per alcuni interni”.
Capolicchio nei suoi ricordi manifesta una grande stima per Vittorio De Sica: “E’ un maestro impareggiabile di recitazione, ti fa capire il valore delle pause, dice che spesso sono più importanti delle battute, si sofferma a lungo su un tono, su una sfumatura di voce, su un significato da cogliere, al limite spesso la parte la fa Lui, e questo vale per tutti i ruoli, anche per quello del cane Igor, Un portento. Vuole che il mio personaggio parli con la voce dell’anima, tutto interiorizzato, tutto sottovoce”.

Luca Peretti, ricercatore di Cinema e storia all’Università di Warwick ha detto: “Questo film è una massima, una sententia cinematografica, che ha un’enorme importanza per il cinema e per la cultura italiana in generale”.
Peretti ha spiegato: “Quando si adatta un romanzo così importante a un film, c’è sempre un po’ di brivido. Non a caso, Bassani si è dissociato dal lungometraggio per diversi motivi: in primis, nel libro la parte sulla deportazione non c’è, mentre nel film viene introdotta come componente quasi spettacolarizzante: per fare un film sulla Shoah, ci deve essere per forza la deportazione. Va, inoltre, considerato il fatto che nel film, la relazione Giorgio-Micol diventa troppo esplicita”.
Il romanzo di Giorgio Bassani ed anche il film, pur essendo una storia immaginata appartiene al neorealismo italiano, perché è talmente verosimile alla realtà vissuta da molti italiani in quel triste periodo storico. Molti, per pudore, non hanno voluto raccontare la loro storia vissuta, ma nel Giardino dei Finzi Contini si è riconosciuta quella generazione di italiani.
Oggi, alla vigilia della ricorrenza storica, ci sarà l’incontro organizzato dal Meis, fissato per stasera alle 21. Una diretta Zoom (iscrizione tramite la newsletter del museo), introdotta dalla domanda: “Mezzo secolo dopo, cosa ci rivela il magico e segreto giardino dei Finzi-Contini?”.
A discuterne, saranno lo stesso Peretti, insieme a Damiano Garofalo, ricercatore e docente di cinema, fotografia e televisione dell’Università La Sapienza di Roma.
I relatori parleranno per una mezz’ora, cercando di creare un dibattito per il quale è prevista la partecipazione del pubblico, che potrà cogliere l’occasione per fare qualche domanda e togliersi altrettante curiosità.

Questo il link per prenotarsi

 

 

Salvatore Rondello

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