martedì, 15 Giugno, 2021

Il giustizialista che si fece garantista con se stesso

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Mai Corte d’Assise fu più disvelatrice della nostra bilancia civile e culturale (quella giudiziaria ne segue, com’è ovvio, le logiche conseguenze). Una bilancia, evidentemente, tarata male. Votata ai due pesi e alle due misure. Che, proprio per questo, pesa senza misurare. O misura senza pesare e, forse, finanche pensare. Il disastro ambientale arrecato dall’Ilva ai tarantini – e alla città tutta – straripa alla stregua di un fiume in piena, deraglia come un treno postosi fuori dai binari, facendo perdere le tracce e il giusto contegno tra il certo e il suo esatto contrario. Confonde, per così dire, un’idea compiuta di semantica pubblica. I giustizialisti alla Nichi Vendola (in Italia appassionatamente riuniti sotto l’ombrello del Fatto Quotidiano), quelli che additano sempre gli altri e condonano con eguale tempistica i propri dubbi comportamenti (a proposito della bilancia tarata male…), quelli che auspicavano sino a non molto tempo fa la nascita di un partito dei giudici, che ritenevano nient’altro che un’infamia gli eccessi insiti nel circuito mediatico-giudiziario, che lanciavano le monetine nell’orgia senza contegno di Tangentopoli (e se non lo avessero fatto materialmente, perché impossibilitati, ne avrebbero accompagnato idealmente il lancio) divengono tutto ad un tratto garantisti. Con loro stessi, mica con gli altri. E’ bastata una condanna a tre anni e mezzo, per concorso in concussione aggravata, a rendere ancor più logorroico di quanto non lo ricordassimo l’ex presidente della Regione. “Serve una bonifica della giustizia” (non avendo bonificato ciò che, invece, andava bonificato nel corso dei suoi due mandati di governatore pugliese…), ha ribadito stizzito colui che aveva fondato un partito sul trespolo della sinistra, dell’ecologia e della libertà. Le sentenze della magistratura si rispettano sempre e comunque. Quando ci riguardano da vicino, invece, vanno definite nient’altro che una barbarie. “Mi colpisce al cuore una giustizia da manicomio” ha confidato il comunista di Terlizzi a Carmelo Caruso sul Foglio. E, a ruota, una ruota ben ingrassata a dire il vero, tutti i sinistri (nel senso che militano a sinistra) a chiedere conto ai giudici di come sia stato possibile incorrere in un errore così mastodontico. Condannare Nichita no, non si può… Da Luciano Canfora, il grecista che farebbe bene ad interessarsi dei suoi studi classici senza debordare in campi poco congeniali alla sua intelligenza critica, a Luigi Manconi, l’ex dirigente dei Verdi e compagno della conduttrice Bianca Berlinguer, editorialista di Repubblica, il quale sul giornale fondato da Eugenio Scalfari scrive: “(…) C’è qualcosa che non convince nella sentenza di Taranto. Ed è la condanna a tre anni e mezzo per l’ex governatore Vendola. Quest’ultimo è stato l’esponente politico che più si è adoperato per rovesciare un atteggiamento di connivenza e sudditanza psicologica verso l’Ilva. C’è da temere che la condanna di Vendola sia stato l’effetto di un clima di generica ostilità, non certo incomprensibile, nei confronti di tutte le istituzioni. Ma ad una giustizia dimostratasi così severa e intransigente si deve poter chiedere la più oculata capacità di distinguere”. L’elenco degli illustri difensori d’ufficio, un ufficio assai poco terzo e molto ideologico a voler essere precisi, è lungo e noioso al tempo stesso. La propensione a tirare le maglie poco strette della Storia – e della verità che dovrebbe accompagnarne il racconto – mi hanno ricordato lo stesso atteggiamento culturale che si ebbe agli inizi del terrorismo rosso in Italia, una modalità assai bene tratteggiata nel libro di Michele Brambilla: “L’eskimo in redazione”. Il terrorismo rosso, in pratica, una pratica oltremodo adulterata, non esisteva. Bisognava negarlo sul nascere. Era una balla reazionaria, insomma. Una sortita della Cia. Ad uccidere il commissario Calabresi erano stati i neri, i fascisti, secondo questa vulgata. Le Brigate rosse, Potere operaio, e un’altra mezza dozzina di sigle inneggianti la rivoluzione comunista, altro non erano che una mera invenzione della stampa conservatrice. Campioni del giornalismo come Camilla Cederna, Giorgio Bocca, lo stesso Eugenio Scalfari non avevano capito nulla. O, forse, per convenienze ideologiche finsero per lungo di tempo di non aver capito nulla. La storia adesso si ripete. E poco importa che si trasformi in farsa, come tutte le storie reiterate sull’albero storto dell’umanità. La sinistra (al pari della destra) che nulla ha fatto in tutti questi anni per Taranto e i suoi drammi socio-sanitari, che ha prodotto ben 12 decreti salva Ilva, che ha incancrenito ciò che già volgeva al peggio, grida allo spergiuro perché uno di loro, uno che appartiene all’album di famiglia per dirla con le parole di Rossana Rossanda, è stato condannato. E’ morto (per fortuna) il comunismo, ma no la doppiezza – e la prassi comportamentale – che contraddistingue quel mondo. La sentenza della Corte d’Assise di Taranto è uno spartiacque? Lo speriamo. A cominciare dallo iato poco edificante tra l’onestà intellettuale e la partigianeria pruriginosa della nostra infetta italietta.


Vincenzo Carriero

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