domenica, 9 Maggio, 2021

Il Jobs Act ha veramente ridotto la disoccupazione?

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Si tratta della riforma del lavoro attuata dal Governo Renzi e dal suo successero Gentiloni per rendere flessibile il mercato del lavoro in modo da incrementare i livelli di occupazione e offrire un impiego a più persone possibili.
Come molti provvedimenti messi in atto in una politica economica liberale, si è tentato di ridurre la disoccupazione stimolando le imprese private ad assumere, sulla scia di quello che fanno spesso gli statunitensi per far rientrare gli indici di inoccupazione che potrebbero essere letali non solo per la società civile ma anche per i fondi dell’amministrazione americana.
Matteo Renzi ricopia infatti il nome da una legge promulgata durante la presidenza di Barack Obama nel 2011 a favore della piccola impresa-

Tale disposizione legislative ebbe gli applausi delle istituzioni economiche internazionali e della quasi totalità del partito Democratico, formazione politica che sosteneva Matteo Renzi e il suo Governo e di cui quest’ultimo era indiscusso leader. Subì al contrario durissime critiche dalle opposizioni sia di destra che di sinistra. Il Movimento 5 Stelle e SEL (Sinistra Ecologia Libertà) accusarono Matteo Renzi e il suo Governo di essere al servizio delle lobby economiche e delle multinazionali, mentre Forza Italia e Lega si limitarono a dire che il provvedimento era totalmente inutile.

La parte peggiore di questo provvedimento fu l’abolizione dell’articolo 18 che ha visto sul piede di guerra la CGIL e la UIL, due dei sindacati che fecero, assieme al partito socialista dell’epoca, dell’articolo il loro vessillo di battaglia. Tale abolizione, tentata più volte da Silvio Berlusconi e portata a termine dal Partito Democratico a guida Matteo Renzi ha letteralmente cancellato le lotte sindacali degli anni ’60, rendendo vana l’azione e il lavoro dei sindacati e dei partiti laburisti.

Una grande accusa portata avanti dalla componente di sinistra del PD a Renzi è proprio questa abolizione nel Jobs act, anche se all’epoca dell’approvazione di tale scempio lavorativo pochissimi alzarono la voce in nome dell’unità di Governo, dimostrando ormai la decadenza della sinistra come polo di difesa del lavoro e dei lavoratori e il suo passaggio al liberalismo economico. Con questo non si vuole di certo criticare il libero mercato, né abolire il capitalismo, ma di certo questo deve essere controllato e limitato, perché non si può lasciare la disciplina del lavoro e dei lavoratori alla finanza, per il semplice motivo che questa punta solamente al profitto a discapito dei lavoratori e delle condizioni lavorative, e senza gli interventi statali si notano le problematiche sociali che si possono vedere oggigiorno in tutti i paesi neoliberisti e ultraliberisti.

Il Jobs Act non ah infatti portato il benessere lavorativo che prometteva, perché, come spesso accade, il mercato risponde solo a se stesso e al suo profitto, e senza gli interventi da parte dello Stato, a cui si pagano le tasse, si rimane con un nulla di fatto per quanto riguarda le problematiche sociali e lavorative. Il poter licenziare i lavoratori per strategie economiche che portano a più profitto da parte dell’imprenditore e del suo consiglio di amministrazione è certamente una cosa che fa molto comodo alla dirigenza ma che lascia senza difesa il lavoratore, che si può trovare, per la legge del profitto, in mezzo a una strada da un giorno all’altro. Era proprio questo diritto sociale che i sindacati e il PSI volevano difendere in una Repubblica che si basa sul Lavoro, come recita l’articolo 1 della nostra costituzione, e che ora si basa sulle dinamiche di mercato, che non portano a nessuna giustizia sociale ma alla sola politica basata sui soldi.

Se oggigiorno essere riformista significa questo, occorre stare ben attenti a come ci si definisca, perché anche se il termine riformista è stato inventato e portato avanti da socialisti come Matteotti e Turati, oggigiorno è preda dei liberali, che ne hanno abusato trasformandolo in tutt’altro.

 

Christian Vannozzi

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