domenica, 26 Settembre, 2021

Il Pci e le domande ancora senza risposta

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Nel dopoguerra, in seno al suo partito (il Pcd’I), Gramsci era una voce  ormai contesa tra l’eresia e la solitudine.
A questa condizione l’avevano condannato il  doppio carcere inflittogli, cioè quello fascista e anche, come si ama non di rado aggiungere oggi, quello comunista.
Per il secondo aspetto intendo riferirmi all’isolamento di Gramsci dai gruppi dirigenti, compresi quelli del Comintern.
Gli errori e le reciproche incomprensioni vanno ripartite, ma una grande responsabilità ricade nell’atteggiamento di autonomia dimostrato da Gramsci. Arrivò a praticarla anche nei confronti di Stalin e Bucharin alla cui posizioni volle aderire..
In un’organizzazione estremamente centralizzata e gerarchica come quella comunista, essere sospettati di trockjismo, all’inizio degli anni Quaranta non era un peccato veniale. E molto poco rassicurante.
E’ quanto avvenne, qualunque fosse la dose e la venatura, per i leader italiani del Pci dal 1926 fino allo scioglimento del partito agli inizi degli anni Quaranta.
Allora, ma anche successivamente, non vennero formulate le domande che sono liquidabili come congetture o violazioni di una storia sacra. Attendono, cioè, ancora oggi delle risposte. Mi permetto, pertanto, di avanzarle.
Com’è stato possibile che gli scritti carcerari di Gramsci, cioè del capo dei comunisti italiani, accusato di avere attentato alla sicurezza dello Stato e di essere al servizio di una potenza straniera come l’Urss (la più odiata dai fascisti), siano potuti uscire indenni, da una prigione di stato e dalle cliniche, come quella romana Quisisana, in cui era recluso?
Intendo dire senza alcun controllo da parte della polizia politica, l’Ovra di Guido Leto, un personaggio (a doppio servizio dei nazifascisti e degli alleati anglo-americani e della sinistra socialcomunista) che dopo il 1945 sarà salvato da ogni sanzione per i buoni rapporti stabiliti con Bentivegna, Nenni, Longo e Togliatti.
In secondo luogo, com’è possibile che, per depositare in un luogo sicuro Lettere e Quaderni del carcere, la scelta sia caduta sulla ambasciata sovietica a Roma?
Questa decisione è stata presa dopo la sua morte (27 aprile 1937).Vi fu il consenso dei membri della famiglia russa di Gramsci, del suo migliore e più generoso amico (l’economista di Cambridge Piero Sraffa) e di Palmiro Togliatti.
Qustultimo, reduce dalla guerra di Spagna e dalla Francia, era rientrato a Mosca dove nell’agosto 1934 era entrato a far parte della segreteria di un organo come il Komintern.
La sede diplomatica dell’Urss a Roma era piena zeppa di un personale-di qualunque grado e livello-che lavorava per il servizi di informazione e sicurezza di Mosca, l’NKVD.
Tutti sapevano perfettamente che Gramsci, insieme a tutto il Pcd’I, fin dal 1926 era stato sospettato da Stalin e Bucharin in simpatia per il capo dell’Armata rossa.
Il trotskysmo era il maggiore pericolo che, nella valutazione della leadership staliniana, il partito e il paese potessero correre. E non a caso contro di esso era stata scatenata una campagna di odio e persecuzione a livello internazionale.
Non è casuale che proprio dall’NKVD sia stato ordinato il controllo, con la perlustrazione e il sequestro per un certo periodo, dei mano scritti carcerari di Gramsci.
Ciò avvenne nel 1934 ad opera dell’ex con sole sovietico a Roma, P.M.Dneprov (col quale aveva lavorato la cognata Tatiana). Egli sabotò l’invio a Mosca delle lettere ricevute a Gramsci in carcere. Fece lo stesso dopo la sua morte, nella primavera 1937.
Un altro episodio è riferito al Maggio 1938. Secondo Genia, la sorella di Tatiana, Dneprov, che era rientrato a Mosca, ripetè le sue operazioni di requisizione di tutti manoscritti di Gramsci presso la famiglia russa. Cominciò col trattenere per circa un intero anno l’incarto con la corrispondenza di Gramsci con Tatiana.
A ragione lo studioso maggiore di Gramsci, Giuseppe Vacca, ha ricordato che non si trattava di illeciti della polizia politica. Siamo negli anni in cui, dopo l’assassinio di Kirov, Stalin aveva creato lo “Stato di sicurezza totale” per difendere gli interessi nazionali dell’Uss da ogni pericolo. Pertanto era comprensibile che gli apparati di intelligence volessero mettere gli occhi e le mani sulle lettere di un dirigente politico come Gramsci che era stato accusato a metà degli anni venti di pencolare verso l’opposizione di sinistra guidata da Trotsky, Kamenev e Zinoviev.Il che significava attentare alla sicurezza dello Stato sovietico.
Questa preoccupazione divenne una psicosi ossessiva e alimentò, da metà degli anni Trenta, il Grande Terrore che finì per investire l’Urss.
Ad esso non si sottrasse neanche la famiglia Schucht quando Tatiana, la principale collaboratrice di Gramsci, dichiarò di voler rientrare a Mosca per fare un’indagine sui maggiori dirigenti del Pci. Lo sentì come “un senso di dovere di fronte alla necessità di smascherare uno per uno I nemici del regime sovietico”. Chi erano tra gli italiani?
Sia Ruggero Grieco sia lo stesso Togliatti alla fine degli anni Trenta saranno accusati di avere impedito i tentativi per la liberazione di Gramsci dal carcere e la valorizzazione dei suoi manoscritti. A cominciare dalla loro pubblicazione.
Erano sospettati di tradimento, abbandono, di avere scelto il loro compagno sardo per farne una vittima sacrificale. Sono sentimenti terribili nutriti a lungo da Gramsci.
La responsabilità, e il movente furono da lui attribuiti ad una lettera di Ruggero Grieco inviata, nel 1928, a lui, a U.Terracini e a M. Scoccimarro, sotto processo a Milano, con l’intento di metterli nei guai, cioè di farli condannare. Come avverrà per circa una ventina di anni a testa.
Gramsci farà sapere a Tatiana e a Sraffa (che ne informerà Togliatti) che quella lettera era stata scritta da Grieco, ma a ispirarla fu Togliatti.
Il cruccio durerà fino alla morte. Ma i famigliari non si rassegnarono aprendo la strada ad una denuncia presso il Komintern.
Nel marzo 1939 Togliatti sarà sottoposto ad una severa inchiesta. A gestirla fu la segretaria, Stella Blagoeva, del capo del Komintern, G. Dimitrov, di cui il dirigente italiano era stato nominato membro nell’agosto 1934.
L’esito fu sfavorevole a Togliatti, ma rimase senza seguito, inducendo la moglie di Gramsci a rivolgersi direttamente a Stalin. Era proprio una guerra senza risparmio di colpi.
Come ha mostrato Silvio Pons in uno studio minuzioso condotto sugli archivi sovietici, nel 1940 la Commissione nominate da Dimitrov emetterà una sentenza che i parenti di Gramsci proprio non si aspettavano: il mandato a Togliatti di curare la pubblicazione e la valorizzazione dei manoscritti di Gramsci.
La moglie Giulia lo considerererà un’usurpazione, ma si si vedrà costretta a cederli agli archivi del Komintern, cioè personalmente a Togliatti.
Le sorelle Schucht, Sraffa e Togliatti non potevano ignorare che sia Gramsci (che fu il primo e maggiore imputato) e l’intero partito erano accusati di una deviazione politico-ideologica gravissima.
Al punto tale che nel 1940 il Komintern inviò un proprio esponente, Giuseppe Berti, presso il Centro estero dei comunisti italiani a Parigi. Gli venne affidata un’inchiesta per accertare la scarsa vigilanza e l’inquinamento del partito ad opera del virus trotskysta.
Nel corso di essa Berti riceveva i suoi compagni sotto interrogatorio con una pistola sul tavolo. Alla fine, il Comitato centrale del partito fu sciolto. Il segretario Ruggero Grieco venne fatto fuori e al suo posto Mosca insediò lo stesso Berti, cioè il suo missus dominicus.
Con una parte di questi presupposti, come si spiega che famigliari, amici strettissimi e compagni di Gramsci abbiano individuato nell’ambasciata italiana dell’Urss un porto sicuro in cui far ospitare i manoscritti gramsciani?
Vale la pena di aggiungere qual è stata la natura di questo materiale. E’ vero che venne redatto nelle 4 ore che il detenuto poteva dedicare ogni giorno alla scrittura.
Non è, invece, vero, che per poterlo leggere sia stato necessario aspettare la fine della guerra, l’accesso al governo del Pci, e la decisione della casa editrice Einaudi.
In realtà, tutta l’eredità letteraria di Gramsci ha avuto, fin dal primo momento, numerosi e segreti lettori.
In primo luogo ad opera delle guardie carcera rie, degli agenti dell’Ovra e quasi certamente, considerata l’attenzione riservata al detenuto, di Mussolini (o della cerchia dei suoi collabora tori). .
Il controllo, e quindi l’interesse ravvicinato della consultazione di essi, è legato anche alle vicende della liberazione di Gramsci.
Trattandosi di uno scambio con prigionieri italiani in Urss, inevitabilmente l’analisi delle convinzioni, delle idee e quindi del futuro politi co di Gramsci dopo il suo ritorno in libertà, non può che essere stata molecolare.
Mussolini e Stalin non potevano ammettere che venisse rimesso in libertà un detenuto che, avendo una caratura politica ben precisa (cioè un comunista anti-stalinista per l’uno e un sovversivo per l’altro), potesse circolare come una bomba a tempo collocata in entrambi i due paesi.
Per tale ragione, come si può pensare che sia stata esclusa la lettura di quanto per circa dieci anni aveva scritto ogni giorno nella sua stanzetta carceraria o degli ospedali in cui fu ricoverato?
Proprio la convinzione riportata dell’inaffidabilità del comportamento politico future di Gramsci spiega perché né Mosca né Roma mossero sul serio un passo per la sua liberazione.
Non mi pare il caso di insistere sull’assai probabile accesso a queste carte anche da parte dei dirigenti dell’ambasciata sovietica. E neanche sulla loro copiatura e realisticamente sull’invio di copia conforme al Ministero degli esteri e al Ministero degli Affari interni, a Mosca.
Purtroppo l’accesso alle carte dei servizi in Urss è ancora in divenire, cioè risulta a ancora oggi impossibile.
Come si può prendere in considerazione l’ipotesi opposta, cioè che lo spionaggio politico sovietico non ne abbia fatto copia fotografica e trasmesso agli organi-anche politici- superiori?
Si tenga presente anche che dopo il periodo di giacenza a Roma presso l’ambasciata sovietica, l’intero documentazione prodotta da Gramsci in carcere, è stata trasferita nell’abita zione della moglie Giulia.
Qui è stata posteggiata per oltre un anno. E ha subito delle visite e controlli da parte del Kgb.Chi può escludere che il servizio abbia fatto il suo mestiere (elementare), cioè di estrarre copia e trasmettere a chi di dovere?
Da riservatissima e segreta la corrispondenza di Gramsci e le sue riflessioni sono diventare dei fascicoli aperti, che ebbero in Italia e in Urss moltissimi lettori. Non furono sicuramente pochi coloro che, a nome e per conto di apparati dello stato sovietico e di quello fascista, ne fecero copie fotografiche e duplicazioni.
Purtroppo sia nella storiografia sia nell’editoria (controllata dal Pci) in Italia è prevalsa la preoccupazione di tenere nascosto quel che ora è diventato un luogo comune: il rapporto privilegiato (di lavoro) che l’intero ramo russo della famiglia Grasmci ebbe per i servizi di informazione e sicurezza (noi italiani amiamo usare la sintesi: spionaggio) dell’Urss. Così come il fatto che lo scontro durissimo tra Gramsci da una parte , Togliatti ( e il partito) dall’altra, ebbe come teatro più che le sedi della politica, quelle delle indagini poliziesche, cioè la sfera della repressione.
Oggi che il PCi è una meterora, e non trova eredi se non in un coacervo di gruppi elettoralistici affezionati all’usucapione di qualunque tozzo di potere, non ha senso dipingerlo come il protagonista di una grande storia.
Certo, è rimasto Gramsci, la sua riflessione critica sul regime sovietico, sul marxismo ufficiale, spunti preziosi di analisi politologiche e storiche. Ne è una sorta di dossier aperto il volume curato da G. Francioni e F. Giasi dedicato a uno studioso direi implacabile come Giuseppe Vacca.
Ma si può continuare a raccontare la mesta storiella-coniata e diffusa dal Pci- che Gramsci sia stato un liberal-democratico, un comunista addirittura liberale, quando neanche i socialisti liberali hanno avuto l’onore di essere da lui mai, o quasi mai, evocati? Le analisi di Massimo L. Salvadori sono rimaste senza alcuna risposta, quasi fossero pretesti o invenzioni.
Che il comunismo sia morto senza eredi, è, in fondo, una buona fine. Restano, invece, i soggetti sociali e i loro problemi di diseguaglianze e di sfruttamento che nessuna utopia e rito di “socialismo armonico” ha saputo avviare a soluzione.

Gianni Francioni e Francesco Giasi, a cura di,  Un nuovo Gramsci, Viella, Roma 2020.
Massimo L. Salvadori, Gramsci e il problema storico della democrazia, Viella, Roma 2007.
Paolo Capuzzo e Silvio Pons, a cura di, Gramsci nel movimento comunista internazionale, Carocci editore, Roma 2020.Giuseppe Vacca, Vita e pensieri di Antonio Gramsci, Einaudi, Torino 2014.
Angelo D’Orsi,a cura di,Inchiesta su Gramsci, Accademia University Press, Torino 2014.

 

Salvatore Sechi

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