lunedì, 10 Maggio, 2021

Il piano Biden spingerà l’economia globale

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L’effetto Biden comincia a farsi vedere confermando le speranze di un cambiamento positivo sugli scenari della geopolitica e dell’economia globalizzata auspicata ripetutamente dalle pagine di questo giornale.
L’economista dell’Ocse, Boone, ha detto: “Il pacchetto di stimoli americano comporterà gradite ricadute sulla domanda di cui i partner commerciali degli Usa beneficeranno una volta che il piano di Biden diventerà realtà”.
Anche la presidente della Bce, Christine Lagarde, in una conferenza stampa ha dichiarato: “Non soltanto l’Ocse, ma anche la Bce è di questo avviso. Il piano Biden avrà un impatto sulle nostre previsioni. Lo vedremo tra tre mesi”.
Per il Fmi, il piano metterà il turbo all’economia Usa, visto che nei prossimi tre anni il Pil potrà contare su un +5 o 6% in più e non solo. Come ha spiegato il portavoce dell’istituto di Washington: “Il pacchetto di stimoli da 1.900 miliardi di dollari avrà ricadute positive potenzialmente significative in termini di crescita globale. Non è il caso però di restare a guardare perché dobbiamo stare attenti ai rischi e i paesi devono ovviamente essere vigili e attenti a qualsiasi rischio potenziale, compresa una possibile stretta finanziaria”.
Il portavoce del Fmi ha aggiunto: “Insomma, il rischio di una stretta improvvisa dei tassi d’interesse non è stato escluso dagli esperti di Washington. Come sempre, dobbiamo tenere d’occhio i rischi potenziali”.
La più grande economia del mondo sembra quindi ad una svolta, e non solo grazie all’accelerazione delle campagne di vaccinazione, ma anche al sostegno economico delle attività finora penalizzate dall’emergenza economica dovuta al Covid. 
Si tratta di una svolta, di un cambiamento di rotta. Se per fronteggiare la crisi del 2008-2009, era stato affidato quasi interamente ai banchieri centrali il compito di cercare di stimolare l’economia attraverso denaro prestato a buon mercato e programmi non convenzionali di acquisto di asset, stavolta gli Usa fanno da apripista e la ripresa sembra improntata ad una politica di aiuti più aggressiva.
Una politica che secondo gli osservatori deve fungere anche da esempio alle economie avanzate. Come ha rilevato il Financial Times, se l’amministrazione americana ci ha messo meno di due mesi per far passare al Congresso la sua mastodontica legge di stimolo, gli europei invece stanno ancora trattando per il Recovery Plan, il pacchetto di stimoli sul quale già a luglio scorso avevano trovato un accordo di principio. La differenza sta nel fatto che gli Stati Uniti sono una repubblica federale mentre l’Unione Europea ancora non lo è. Questo è un altro motivo per procedere al più presto all’unificazione politica dell’Unione europea.
L’Ocse ha stimato che il programma di aiuti di Biden, che vale l’8,5% del reddito nazionale statunitense, insieme agli sforzi per una rapida vaccinazione, innalzerebbe quest’anno il reddito globale dell’1%.
Secondo l’organizzazione di Parigi, a causa della lentezza dei piani di vaccinazione per le difficoltà che stanno incontrando nella distribuzione, la Germania, l’Italia e la Francia rischiano di arrivare tardi. 
Un’economia statunitense in piena espansione significa che la domanda economica si “riverserà” nel resto del mondo, in particolare nei suoi vicini più prossimi e più importanti partner commerciali, Messico e Canada, nonché nelle economie orientate all’esportazione dell’Asia orientale e dell’Europa.
Ovviamente anche l’Italia subirà un impulso positivo, se si calcola che verso gli Usa, secondo gli ultimi dati relativi al gennaio-novembre dello scorso anno, seppur in calo rispetto agli anni scorsi, abbiamo esportato prodotti per 38,6 miliardi di cui 8,3 miliardi di macchinari ed attrezzature, e 4,2 miliardi di beni alimentari. Se i consumi ripartiranno col turbo nel paese oltreoceano, l’Italia potrebbe festeggiare. 
In altri termini, per le economie avanzate, le implicazioni di una crescita più veloce negli Stati Uniti sono quasi interamente positive, in quanto aumentando le esportazioni potenziali, verrebbe incoraggiata l’assunzione di rischio che stimola gli investimenti. 
Però, c’è anche il rovescio della medaglia su cui il Fmi mette in guardia, osservando anche che i mercati stanno mostrando nelle ultime settimane un certo nervosismo.
Un’economia americana col turbo, con una domanda di beni e servizi che va alle stelle, potrebbe innescare tassi di interesse più alti a livello globale. Gli investitori scommettono che la Fed sarà costretta ad aumentare i tassi per tenere a bada la pressione inflazionistica o giudicherà opportuno inasprire la politica monetaria (leggi tassi più alti) quando l’economia tornerà vicino alla piena occupazione.
Per questo motivo, il board della Bce teme che ciò possa aumentare i costi di finanziamento, in sostanza riducendo l’efficacia dei loro sforzi di stimolo in una regione, quella europea, dove la politica monetaria rimane di gran lunga la più grande forma di stimolo. 
L’aumento dei tassi invertirà alcuni dei flussi di capitale che hanno finanziato le economie fragili e portato a un dollaro più forte, soprattutto se la ripresa degli Stati Uniti diverge da quella degli altri paesi avanzati.
I Paesi più esposti sono in una posizione migliore oggi che durante il “taper tantrum” del 2013, quando la Fed suggerì che avrebbe iniziato a ridurre il ritmo degli acquisti di asset, e le valute dei mercati emergenti crollarono.
Molti sono corsi ai ripari per costruire riserve e proteggersi così da simili deflussi riducendo la loro dipendenza da finanziamenti esterni in dollari. Ma poi la pandemia ha sparigliato le carte. 
Soprattutto per le economie dei Paesi più dipendenti, l’aumento dei prezzi delle materie prime sollevato dagli sforzi di stimolo della Cina e degli Stati Uniti, aiuterebbe gli esportatori ma aggiungerebbe problemi agli importatori.
Negli economisti si alimenta la speranza che una spinta al risparmio personale possa fungere da supporto all’economia globale: con la pandemia alle spalle, i consumatori tornerebbero a spendere, alimentando la domanda che soddisfa l’offerta di beni e servizi.
Questa tendenza è stata anticipata nelle ultime settimane dai mercati petroliferi, visto che i prezzi sono volati a picchi mai visti negli ultimi mesi, con il Brent tornato a correre oltre i 70 dollari. Però, sui prezzi del petrolio va anche detto che, in prospettiva di un aumento della domanda, i Paesi produttori (Opec e non) hanno diminuito la produzione e quindi anche l’offerta del greggio stimolando l’inflazione.
In definitiva, però, come rilevano gli economisti, il mix di politiche è un miglioramento rispetto alla dipendenza post-2008 dalla politica monetaria. Un’economia statunitense più forte aiuterebbe comunque a guidare la ripresa globale.
In Europa occorrerà accelerare sui vaccini, che finora hanno subìto dei fisiologici rallentamenti mentre i casi di Covid-19 sono rimbalzati forse più velocemente delle aspettative.
Il mercato si è reso conto che gli Usa, insomma, spingeranno l’economia globale ma anche che la ripresa economica diffusa potrebbe essere più lenta e più difficile di quanto previsto in precedenza, senza però che per il momento siano cambiate le aspettative, secondo cui, il 2021 sarà un anno di espansione economica e fiscale, che dovrebbe lasciarsi alle spalle il brutto ricordo del 2020, annus horribilis del Covid.

Salvatore Rondello

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