lunedì, 6 Dicembre, 2021

IL PRIMO SI’

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È la prima volta in Italia per il suicidio assistito (diverso dall’Eutanasia), arriva il via libera dell’Asl delle Marche. Il comitato etico dell’azienda sanitaria marchigiana (Asur) ha deciso che un uomo che ne ha fatto richiesta possiede i requisiti per l’accesso all’autosomministrazione di farmaci letali. Ha potuto farlo in ragione di una sentenza della Corte Costituzionale (nel processo sul caso Dj Fabo) che dichiara non punibile – a patto che esistano condizioni ben precise – chi agevoli il suicidio di qualcun altro. Sentenza che ha aperto la strada alla legalizzazione della pratica, in attesa che il legislatore disciplini la materia.
Mario (nome di fantasia) 43 anni, è paralizzato dalle spalle ai piedi da 11 anni a causa di un incidente stradale in auto. Ha chiesto da oltre un anno all’azienda ospedaliera locale che fossero verificate le sue condizioni di salute per poter accedere, legalmente in Italia, ad un farmaco letale per porre fine alle sue sofferenze. Questo l’inizio dell’iter previsto in applicazione della sentenza della Corte Costituzionale n.242/2019 che indica le condizioni di non punibilità dell’aiuto al suicidio assistito. Dopo il diniego dell’Azienda Sanitaria Unica Regionale Marche (ASUR), una prima e una seconda decisione definitiva del Tribunale di Ancona, due diffide legali all’ ASUR Marche, Mario ha dunque ottenuto il parere del Comitato etico, che ha confermato il possesso dei requisiti per l’accesso legale al suicidio assistito.
“Adesso mi sento più leggero, mi sono svuotato di tutta la tensione accumulata in questi anni”, ha detto l’uomo appena ha apprso la notizia del via libera.
Non si tratta di Eutanasia, quest’ultima richiede che ci sia un soggetto – un medico – che somministri il farmaco per via endovenosa al paziente che ne fa richiesta, mentre il suicidio assistito prevede che il medico si limiti a prescrivere e a preparare il medicinale che poi verrà assunto autonomamente dal paziente.
Per l’Associazione Coscioni è grave la lunga attesa alla quale è stato sottoposto l’uomo che chiede semplicemente di porre fine alle sue sofferenze.
“La morte non deve essere un tabù, dobbiamo farlo cadere. Morire è una cosa naturale, fa parte della vita. Ogni anno ci sono almeno 3mila persone come Eluana Englaro che non riescono a morire e sopravvivono in stato vegetativo”. A dirlo è Mina Welby, moglie di Giorgio Welby, e co presidente dell’associazione Luca Coscioni, commentando la decisione del comitato etico della ASL delle Marche. “Adesso il Parlamento non può più continuare a rimandare, rimandare, rimandare. I parlamentari devono prendersi carico di fare una legge giusta sul suicidio assistito, sull’eutanasia – ha aggiunto Mina Welby -. Per il referendum abbiamo raccolto oltre un milione e 240mila firme in tre mesi. Siamo in attesa che la legge di iniziativa popolare, per la quale abbiamo raccolto le firme nel 2010, venga discussa in commissione. E invece è stata di nuovo rimandata al 29 novembre”.

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