mercoledì, 16 Giugno, 2021

Il Riformismo concreto di Giacomo Matteotti

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Il 10 giugno 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti venne sequestrato e ucciso dai fascisti. Era nato nel 1885 da una famiglia proveniente dal Trentino, Comasine di Peio, dove ogni anno – in questo 2021, giovedì 10 giugno – ricordiamo il suo lascito politico e morale: il nonno Matteo era sceso nel Polesine nella prima metà del 1800. Il figlio Girolamo allargò l’attività paterna in campo commerciale; Giacomo poté crescere in condizioni economiche favorevoli, che non lo distolsero dall’abbracciare fin da giovanissimo, assieme ai fratelli, la causa socialista. L’ambiente familiare progressista lo portò sedicenne ad aderire al Psi, colpito dalle condizioni di vita delle plebi polesane, sfruttate e soggette alle febbri malariche.

La sua azione fu dedicata al riscatto della sua gente e del proletariato italiano, anche con un acceso radicalismo quando necessario, tanto da ricevere spesso accuse di estremismo dalla stampa borghese e di massimalismo all’interno della sinistra. Ma Matteotti non si scostò dal socialismo gradualista: «Giorno per giorno gli operai in fabbrica, i contadini sulla terra, gli impiegati nel loro lavoro, si devono organizzare costituendo con i comuni socialisti, le scuole, le cooperative tanti nuclei pronti per il domani». Così Matteotti si occupò di associazioni operaie, cooperative agricole e di consumo, Camere del lavoro, circoli ricreativi ed educativi, ospedali, biblioteche, asili, municipalità socialiste a cui prestava con assiduità i propri consigli tecnici. Questo era appunto nei fatti il suo riformismo: non un generico ideale umanitario né un impaziente rivoluzionarismo, ma un metodo per migliorare le condizioni del proletariato.

A questo si collega anche la sua posizione dopo la rottura comunista del 1921 al congresso Psi di Livorno: Matteotti sottolineò il bisogno di abbandonare i miti rivoluzionari alimentati dal bolscevismo. Denunciò la inconciliabilità tra i principi socialisti e la dittatura rossa, sostenendo la pluralità dei partiti e il nesso tra libertà e socialismo. Purtroppo la polemica scatenata dai comunisti – specialmente attraverso la rivista “L’Ordine Nuovo” di Antonio Gramsci – non giovò al popolo italiano, che si ritrovò di lì a poco tra le braccia del fascismo. E sempre di Gramsci dobbiamo registrare la sprezzante definizione che lanciò contro Matteotti negli stessi giorni del suo funerale: giunse a definirlo «pellegrino del nulla», un sostenitore di idee «senza risultato e senza vie d’uscita». Il corpo di Matteotti era ancora insanguinato: meditiamo fino a quanto può giungere la faziosità anche in una persona ingegnosa. Abbiamo visto che Matteotti fu proprio l’opposto di un agitatore inconcludente: fu il leader di quel socialismo «propositivo» capace di indicare le vie per organizzare le classi popolari. Contro il fascismo – scrisse un altro fiero antifascista, Piero Gobetti – Matteotti mosse «questioni di dati e di documenti» riguardanti anche l’affarismo mussoliniano e della monarchia, sicché i fascisti individuarono in lui «il capo di uno Stato Maggiore» dell’unica opposizione davvero pericolosa e da eliminare. Anche dalla nostra terra alpina si alzarono per Matteotti parole di ammirazione che ancora commuovono. L’on. Karl Tinzl, ricordandone la difesa degli altoatesini di lingua tedesca – difesa che i socialisti italiani continuarono con Ernesta Bittanti Battisti prima, e con la promozione per l’Alto Adige e il Trentino del Pacchetto d’Autonomia poi – scrisse al gruppo parlamentare socialista nel giugno 1924: «L’abbiamo ammirato sempre per il suo altissimo senso ideale, la sua profonda competenza e le sue qualità di uomo e parlamentare intrepido e fedele ai suoi ideali. Gli dovevamo speciale riconoscenza per l’interesse che incontravamo sempre in lui per i diritti e problemi delle minoranze». Anche per il Trentino-Alto Adige il sacrificio di Matteotti non è stato vano e la sua opera non resta senza memoria: è l’apostolo laico di tutte le libertà, l’esatto opposto di «pellegrino del nulla». Un apostolato che dà frutti anche oggi. Dichiarò nel suo ultimo intervento parlamentare: «Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non l’ucciderete mai». Proprio in un recente libro il sindaco di Milano Beppe Sala ha attualizzato quel testamento: «Dico che il socialismo non appartiene alla storia, ma all’avvenire…». Bentornata antica, nuova primavera.

Nicola Zoller,
segretario PSI del Trentino-Alto Adige

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