martedì, 19 Ottobre, 2021

Il ritorno del socialismo
e il professor Mieli

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Diciamo subito, in premessa, che chiamare Paolo Mieli “professore” non è una battuta acida ma un sincero complimento o, più esattamente, una presa d’atto. Perché il Nostro svolge in maniera impareggiabile la sua funzione di difensore dell’ordine costituito, facendo ricorso, nell’esplorare il passato e nel rappresentare il presente, a formule mai banali e, almeno apparentemente, intellettualmente spregiudicate.
Per il resto, la sua capacità di prendere campo e di guardare alle cose in prospettiva gli consente di capire gli strafalcioni e le contraddizioni in cui cadono di continuo gli zeloti del pensiero unico, così da rimettere le cose in carreggiata.
In questo quadro si è subito reso conto che l’atteggiamento della stampa italiana sulle recenti vicende elettorali in Norvegia e soprattutto in Germania era non solo stupido ma anche controproducente.
Comprensibile, certo, la loro sorpresa nel vedere il presunto morto – leggi la socialdemocrazia europea – riprendere il cammino; fino a riportare al governo una coalizione di sinistra in tutti e cinque i paesi del Nord, dall’Islanda alla Finlandia – cosa che non si verificava dal 1959 – e a porre la Spd in una condizione di assoluto vantaggio nei sondaggi – cosa che non si verificava dai primi anni del nuovo secolo.
Ma da qui ad ignorare l’ampiezza del fenomeno e ad attribuire il successo di Scholz all’insipienza dei suoi avversari ce ne correva; con il rischio di dare l’impressione che il silenzio imbarazzato sull’evento avesse a che fare con la sua portata negativa se non preoccupante. In questo, al seguito della Cdu tedesca, che denuncia come una pericolosa avventura l’avvento al potere di una coalizione guidata da un partito con il quale collabora da decenni.
E, allora, ecco l’intervento di Mieli, volto a rassicurare e a mettere le cose al loro posto. Ottima l’intenzione; ma, come dire, un tantino forzata l’argomentazione. Qui ci si spiega che Scholz: non appartiene alla sinistra del partito; non intende allearsi con la Linke anche perché non vuole uscire dalla Nato; e, infine, non è un “tassa e spendi”.
Tutto vero e tutto ovvio; salvo, forse, la questione dell’alleanza con la Linke. Un partito con cui la Spd governa in alcuni Land dell’Est; verso il quale non ci sono pregiudiziali ideologiche ma divergenze programmatiche; e, infine, un partito verso il quale Scholz potrebbe essere costretto a rivolgersi nel caso di una chiusura totale dei liberali e della stessa Cdu.
Tutto vero e tutto ovvio. Ma, come dire, tutto un tantino fuori tema. Perché sorvola la questione centrale: detto in breve, il fatto che, nello scontro in atto oggi in Europa tra destra e sinistra, il futuro più che probabile cancelliere si colloca decisamente nella sinistra. Anche se, naturalmente, nella sinistra del possibile; o meglio del “si può”.
Si può fare una politica redistributiva aumentando le tasse sui redditi più alti e rilanciando la domanda interna, contro quelli del “meno tasse, meno spese, meno stato”. Si può difendere e migliorare il sistema tedesco di welfare, senza dare il minimo spazio a quanti vogliono abbandonarlo. Si può, anzi si deve, sostenere l’attuale politica economica della Ue contro le nostalgie dei frugali e i boicottaggi dei sovranisti. Si può difendere e sviluppare, a livello internazionale, la tradizionale politica di dialogo e, se possibile, di cooperazione con l’Altro nella direzione di una gestione comune delle crisi, contro i nostalgici della guerra fredda.
E, allora, Mieli può legittimamente sostenere che Scholz e la Spd sono moderati. Ma dimentica di aggiungere che ci sono fasi della storia in cui essere, sia pure moderatamente, dalla parte giusta equivale all’essere alternativi.
Tutto questo ci riconduce, tutti i salmi finiscono in gloria, alla situazione italiana. E al Pd.
Mieli, nella parte finale del suo editoriale, invita Letta a “prendere esempio” da Scholz. Senza specificare ulteriormente. Ma, a quanto è dato di capire, nel senso di diventare più moderato; e attento a non “dare troppa confidenza” a cattive compagnie (leggi M5S). In questo, però, rischia di non essere ascoltato. E, quello che è peggio male interpretato dai suoi destinatari.
Non ascoltato perché al suo invito pacato si sovrappongono quelli pressanti e talvolta scomposti dei Renzi e dei Calenda e dei loro consistenti sostenitori all’interno dello stesso Pd. Male interpretato perché il problema del Pd non è quello di diventare più moderato; ma quello di essere o almeno di apparire alternativo.
Fino ad oggi, il Pd lo è stato; ma solo rispetto alla destra. Vaccini e discipline collettive, contro l’individualismo irresponsabile. Europa contro i sovranisti di destra. Lgbt, migranti, ius soli, donne contro razzismi, egoismi e oscurantismi vari.
Tutto giusto, tutto bello; ma non basta. Perché, al dunque, sulla questione centrale – quella dell’economia e del lavoro – il Pd tace o balbetta. Immerso com’è, nel profondo, dell’impossibilità/inopportunità di portare avanti politiche sgradite alla controparte. Leggi dell’impossibilità di essere alternativo sulle vie da percorrere per uscire dalla crisi.
In questo senso, possiamo fare nostro l’appello di Mieli; fare come in Germania; insomma diventare, almeno un pochino, socialdemocratici.

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