martedì, 19 Ottobre, 2021

Il significato del voto tedesco

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I politici e gli opinionisti italiani, vittime e complici della cultura della seconda repubblica, si sono progressivamente auto convinti, fino a farne un autentico dogma, della superiorità politica ma anche etica del maggioritario sul proporzionale. Il primo, luogo di una scelta chiara tra schieramenti diversi se non opposti, così da consentire la formazione di esecutivi stabili ed efficienti. Il secondo fonte di compromessi oscuri se non indebiti; e di combinazioni governative soggette agli umori e agli interessi dei loro autori.
Le esperienze concrete, a Roma come a Berlino hanno, per la verità, dimostrato l’esatto contrario. Ma, come si sa, i pregiudizi sono duri a morire. Al punto di sottovalutare totalmente, nel caso delle elezioni tedesche, l’importanza della posta in palio e il discrimine tra le diverse posizioni. E, all’indomani del voto, di svalutarne l’impatto politico, sino a prevedere il protrarsi del negoziato, suscettibile di chiudersi nelle più diverse combinazioni.
E, invece, la posta in gioco c’era; ed era di grande rilievo. Perché aveva a che fare con l’eredità della Merkel o, più generalmente, con quella dei grandi partiti democristiani nati nel dopoguerra: un centro che guarda a sinistra e procede in questa direzione con tutte le cautele e le mediazioni del caso.
A questo punto, i casi erano due. O la Cdu/Csu avrebbe trovato nel suo seno l’erede della Merkel, mantenendo così il suo ruolo centrale nel sistema politico tedesco. O, nel caso contrario, questo ruolo sarebbe stato svolto dal suo competitore di sempre: un partito di sinistra che guarda al centro. Leggi la Spd.
E qui apriamo una piccola parentesi che potrebbe però interessare i nostri compagni. Abituati, purtroppo, e non certo per colpa loro, a guardare alle cose del mondo con occhiali “made in Italy”. Così da ritenere scontato, agli inizi della compagna elettorale, il definitivo declino della socialdemocrazia tedesca. Svuotata a sinistra dall’area più radicale oltre che dai populisti; e, sull’altro fronte, dalla grande ventata verde.
E, invece, la vecchia casa non so ha tenuto ma ha recuperato, sia alla sua destra che alla sua sinistra. Nel contesto di un sistema i cui i partiti e le istituzioni conservano il rispetto loro dovuto. Grazie al suo radicamento sociale. E in conseguenza del fatto che, nell’incapacità della Cdu/ Csu di mantenere la barra dritta nel gestire l’eredità politica della Merkel (con la relativa capacità coalizionale), questo ruolo è passato, come si è detto in precedenza. nelle mani di una sinistra in condizione di guardare anche al centro. Rappresentata dalla Spd; e soprattutto dal suo candidato alla cancelleria, Scholz (scelto, tra parentesi, con il pieno consenso della leadership “radicale” del suo partito).
Niente trionfalismi, naturalmente. Perché, in questo caso, siamo al parziale recupero rispetto ad una lunga parabola discendente iniziata nel primo decennio di questo secolo. Allora la Spd di Schroeder pagò per i tagli consistenti ai benefici del sistema di welfare e, successivamente, per l’incapacità di rispondere, da sinistra, alla crisi economica del secondo decennio. Mentre la Merkel e il suo partito pagano, e continueranno a pagare, l’incapacità di trovare un erede, che possa difendere una linea mediana, che ha salvaguardato l’essenziale ma, per il resto, ha scontentato tutti.
E’ forse per questo che, almeno per ora, eredi in giro non se ne vedono. Perché quelli, in qualche modo, indicati da Angela- la Kraft Krannenebauer l’anno scorso e Laschet quest’anno – sono stati travolti dal verdetto delle urne sino a rassegnare le proprie dimissioni. Così come lo sono stati, almeno indirettamente, i loro concorrenti interni. Tutti portavoci di strategie politiche che rimettevano in discussione da destra la linea mediana perseguita dalla Cancelliera ma che non hanno avuto il consenso dell’elettorato.
Parliamo del rigurgito sovranista identificabile non solo negli estremisti di AfD ma anche nella Suprema Corte di Karlsruhe e in aree consistenti della politica e dell’industria; e che si traduce, nello specifico, in una chiusura sempre più totale sulla questione dei migranti. Parliamo dei nostalgici dell’austerità e dei vincoli di Maastricht ( e successivi). Parliamo di molti ambienti industriali e finanziari desiderosi di liberarsi del “lacci e lacciuoli” imposti dall’economia sociale di mercato. E parliamo infine di quanti, per diverse ragioni, mal sopportavano, in questo fortemente appoggiati dagli americani e dai nostalgici della guerra fredda, il non allineamento della Merkel nelle nuove crociate antirusse e anticinesi. E, parliamo, in sintesi, di un centro- destra moderato che, in Germania come in Francia, in Spagna come in Italia è costantemente sotto attacco da parte della destra radicale, sino a farne proprie alcune delle sue proposte.
Un attacco cui, grazie anche alla Merkel, ha resistito meglio che altrove, rinunciando così all’idea di recuperare voti a destra. Ma, almeno agli occhi dell’elettorato, non in misura sufficiente, portando così una parte non marginale del suo elettori a schierarsi con il “Merkel di centro-sinistra “ ( o di sinistra- centro a seconda del punto di vista), Olaf Scholz.
In estrema sintesi, le elezioni del 26 settembre sono state, dunque, una sconfitta della destra. Oggi come oggi, un risultato importante e che non va affatto sottovalutato. Come non va affatto sottovalutata, almeno in base ai dati in nostro possesso, il fatto che le trattative si possano concludere in tempi brevi ( a testimonianza del fatto che i nodi sui problemi delle tasse e delle spese si possono sciogliere ricalibrando le prime e distinguendo nelle seconde tra spese correnti e investimenti).
E’, morale della favola, la vittoria del socialismo possibile: rilancio degli investimenti pubblici, edilizia popolare, tassazione delle rendite, europeismo attivo, politica internazionale di distensione, rilancio della domanda interna. Anatema per la sinistra dura, pura e pure mal mostosa di casa nostra. Sogno proibito per il Pd, praticante devoto della sinistra impossibile; leggi delle cose che non si possono né dire né fare perché non piacciono ai nostri avversari.

 

Alberto Benzoni

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