martedì, 13 Aprile, 2021

Il tradimento e la frode

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Fiume. La Rivoluzione Ardita e tradita. Parte diciottesima

 

Nella precedente puntata abbiamo concluso riportando un appello di d’Annunzio ai Fasci Triestini affinché insorgessero contro il blocco e l’assedio di Fiume, la farsa a cui abbiamo accennato non è tanto nelle parole del Comandante, quanto nei retroscena e soprattutto nel fatto che Mussolini, non sappiamo quanto “strategicamente”, aveva già “venduto” la causa fiumana a Giolitti.
Che ci fosse qualche possibilità di successo nell’insurrezione favorita dai fascisti allora ancora rivoluzionari e non ancora irregimentati in un partito che doveva puntellare il regime mussoliniano, è fortemente dato di dubitare. I fascisti non avevano la forza di opporsi all’Esercito né la capacità di mobilitare le masse ancora in gran parte controllate dalla componente socialista decisamente avversa all’impresa fiumana, almeno nei suoi vertici, e che, allora, dalle pagine de “L’Avanti!” criticava d’Annunzio né più e né meno che la stampa borghese come quella rappresentata dal Corriere.
Ma che si arrivasse addirittura ad una “bustarella” per rinnegare l’impegno e il sacrificio dei legionari è davvero paradossale ed è anche indice di una spregiudicatezza mai mancata al futuro Duce dell’Italia.
Ne abbiamo accennato nella puntata precedente, quando abbiamo parlato di uno scritto di De Ambris che lo proverebbe e di una sua citazione, ne siamo venuti a conoscenza grazie alla gentile disponibilità della Fondazione Nenni che ne conserva una copia.
Sarà dunque il caso ora di capire bene come fosse nei dettagli, riportandola per intero, dato che, fra l’altro, essa compare in un libro di De Ambris su Mussolini assai raro e mai più ristampato dalla sua prima edizione in Francia.
Ebbene, De Ambris che non aveva alcun interesse a modificare i fatti, perché contrariamente ad un Caviglia o ad uno Sforza, non aveva proprio nulla di cui rimproverarsi e che, abbiamo visto, cercò persino di dissuadere d’Annunzio dal perseverare ad oltranza, indicandogli che la via migliore sarebbe stata una onorevole ritirata, per poi proseguire l’attacco direttamente a Roma, magari fondando un movimento fiumano che avesse ripreso i principi della Carta del Carnaro, nel suo libro: “Mussolini, la leggenda e l’uomo”, in particolare nel capitolo dedicato all’impresa fiumana, a pag. 30, scrive testualmente:
“Il Giuda fascista ha anche ricevuto un compenso in denaro, per questo suo nuovo tradimento, come quando si convertì dal neutralismo più assoluto all’intervento più frenetico?
L’on. Emilio Lussu mi ha autorizzato a pubblicare il racconto seguente: “ – Quanto sto per dirti mi è stato narrato da uno dei ministri del gabinetto Giolitti, all’epoca del bombardamento di Fiume, sotto la riserva di non fare in ogni caso il suo nome. Posso assicurarti però che si tratta d’un gentiluomo assolutamente incapace d’inventare una calunnia contro chicchessia, che fu testimone auricolare ed oculare della scena ch’egli mi ha descritto e che io ti riferisco.

“Tu sai che Giolitti aveva preparato il bombardamento di Fiume nel più grande segreto. Neppure i suoi colleghi del ministero nel sapevano nulla, ivi compreso Bonomi, che pure era ministro della guerra. Però alla vigilia del giorno fissato da lui e dallo Stato Maggiore per l’inizio delle operazioni, Giolitti sentì il dovere di riunire i Ministri, per metterli al corrente della decisione e averne l’approvazione. Tutti i ministri, difatti, approvarono quanto Giolitti aveva predisposto; ma alcuni manifestarono qualche ansia per le difficoltà interne che potevano sorgere.
“- Che cosa faranno i fascisti?
“ – I fascisti – disse con tranquilla sicurezza Giolitti – non si muoveranno
“Ma Mussolini?…
“Il vecchio ascoltava con viso impassibile, appena mosso da una lieve mossa sardonica. Non rispose parola quando fu fatto il nome di Mussolini; ma con un gesto di muta eloquenza, sollevò una busta, strofinandola lentamente fra l’indice e il pollice della destra, bene in vista dai colleghi
“Questi capirono il latino e ogni preoccupazione scomparve…
“Mussolini aveva intascato la bustarella. Per conto suo si poteva bombardare Fiume tranquillamente..”
Indipendentemente da questo, di una cosa si può essere ormai certissimi: che tra Mussolini e Giolitti , dopo il Trattato di Rapallo, è in corso un patto per il quale Mussolini abbandonava Fiume a Giolitti come compenso per l’aiuto governativo alla brigantesca impresa fascista.”
Di recente, in un convegno dedicato alla Carta del Carnaro l’autorevole diplomatico Serra che è anche autore di una pregevole e recente biografia su d’Annunzio, ha dichiarato che De Ambris non è fonte affidabile, perché “di parte”. Ma, oltre a chiederci quali possano essere le “fonti affidabili” in una storia che inevitabilmente, come rileva anche Nietzsche “non presenta fatti ma solo interpretazioni” e che con il metodo di Tacito possiamo solo osservare “sine ira et studio”, confrontando cioè le varie fonti e senza particolare accanimento di parte, come per altro abbiamo fatto su questo giornale socialista, non risparmiando critiche anche piuttosto corrosive ai socialisti di quel tempo, possiamo pure domandarci se possa essere affidabile la testimonianza del “diplomatico Sforza” quando scrive testualmente nelle sue memorie: “Da Fiume cominciò l’avvelenamento morale del paese, basato sull’uso costante della menzogna politica”. Senti chi parla..proprio lui che aveva mentito sapendo di mentire sul Trattato di Rapallo e su una clausola mantenuta segreta, riguardante il porto di Barros, di cui abbiamo abbondantemente parlato, persino fino alla annessione di Fiume all’Italia nel 1924.

Tutto ciò, in fondo, cosa dimostra? In primo luogo che si stava preparando l’attacco alla città in gran segreto, in secondo luogo che i ministri ne vennero a conoscenza solo alla vigilia dell’attacco e ne furono unanimemente complici, in terzo che i fascisti erano comunque temuti perché se davvero avessero messo in atto piani insurrezionali avrebbero dato quanto meno del filo da torcere allo stesso Giolitti, e infine che Mussolini d’accordo con Giolitti, scongiurò questa eventualità traendone pure profitto pecuniario. Tra le righe nasce anche il sospetto che tale confidenza sia stata fatta proprio dal maggiore responsabile dell’operato dell’Esercito, lo stesso Bonomi, citato in terza persona, quasi ormai in preda ad una sorta di micidiale crisi di coscienza.
Nonostante ciò, come riferisce Francesco Giunta nel suo libro “Un po’ di fascismo”, l’azione di sostegno dei fascisti triestini a d’Annunzio e a Fiume non mancò, ma, guarda caso, fu spenta sul nascere, anch’essa dal tradimento. Sentiamo la testimonianza di Giunta:
“Il giorno di Natale il Commissario generale della Venezia Giulia proclamò lo stato d’assedio, e nella stessa mattina la città apprese da manifesti gettati da un aeroplano d’annunziano, che Fiume era stata attaccata dalle truppe del Governo italiano. Allora la rivolta scoppiò da un capo all’altro. I fascisti vennero così a trovarsi presi fra le forze di polizia da un lato e il torbido atteggiamento dei comunisti domati, ma non ancora debellati. La rivolta durò fino a sera. Furono fatte barricate abbattendo i tram, fu assaltata la Questura, furono affrontati gli squadroni delle guardie regie a bombe a mano. Molti fascisti rimasero feriti e un primo nucleo, circa una cinquantina, furono arrestati e condotti al penitenziario di Capo d’Istria.
All’indomani la sommossa riprese con maggiore violenza. Il Popolo di Trieste uscì quasi tutto censurato. Molte case del centro della città esposero la bandiera abbrunata. Un ufficiale legionario inviatomi da d’Annunzio, forzato il blocco, giunse fino a me portandomi notizie e chiedendomi aiuti. Decisi allora di tentare l’ultimo colpo.

Avevo un mio piano. All’alba del giorno 28 scortato da quattro squadristi partii per Gorizia e di là insieme ai dirigenti di quel Fascio mi recai in una vicina cittadina dove era accantonato un reggimento che aveva inzuppato di sangue le alture circostanti. Col pretesto di comprare un cavallo da sella mi abboccai nella stalla con un valoroso comandante degli assalitori. E (..) ci accordammo su quanto avrebbe dovuto accadere entro quarantotto ore. Ripartii per Trieste convinto di aver fatto per il Comandante d’Annunzio tutto quello che era possibile fare. Mi occorrevano solo quarantotto ore. Arrivai a Trieste poco prima di mezzogiorno. Mi recai con Piero Belli alla redazione del giornale a scrivere poche righe e a dare disposizioni per la impaginazione. Al giornale seppi che una spia – forse uno dei nostri – aveva indicato alla polizia il luogo dove stavano nascoste qualche centinaio di bombe e alcune casse di gelatina. Poco dopo uscendo per andare a colazione scorgemmo in Piazza S. Caterina una squadra di indifferenti agenti i quali si affrettarono a chiuderci la ritirata e a dichiararci in arresto. Nel pomeriggio tardo fummo condotti al castello di S.Giusto e di là insieme a una ventina di squadristi, ammanettati e collegati a catena, trasportati al carcere di Capo d’Istria e ivi diligentemente guardati fino a quando la questione di Fiume non fu sepolta dalla cannonata dell’ “Andrea Doria”
Questa citazione ci fa capire che, nonostante vari storici continuino a menzionare Giunta, sostenendo che non si mosse perché non voleva aggredire il vincitore di Vittorio Veneto, cosa che probabilmente pure affermò per poi riaccreditarsi nel periodo del Fascismo vincente, egli, in ogni caso tentò lo stesso l’insurrezione e se essa fallì, ciò, come pure egli dichiara testualmente, fu dovuto ad una spiata “di uno dei nostri” cioè ad uno stesso fascista. E chi poteva sapere e dare ordine di bloccare tutto se non il capo di tutti i fascisti? Annoveriamo quindi nel tradimento di Fiume anche il tradimento degli stessi Fasci di Combattimento nati nel 1919, con un programma antesignano della Carta del Carnaro, in nome di un regime che era allora in costruzione nella mente assai “duttile” del suo capo.
Ci chiediamo però, nonostante tutto, se la strage poteva essere evitata e se d’Annunzio porti davvero su di sé la responsabilità del Natale di sangue.
Ebbene, dall’analisi scrupolosa dei documenti dell’epoca, già raccolti in una pubblicazione dello stesso De Ambris dal titolo “Dalla frode al fratricidio”, non è difficile constatare l’entità della frode messa in atto dal governo italiano di allora, Giolitti in testa, per arrivare allo scontro a tutti i costi.
Come abbiamo già visto in precedenza, il Governo provvisorio della Reggenza del Carnaro assieme al Consiglio comunale ed al popolo di Fiume, avevano respinto anche tramite varie associazioni politiche, e con voti unanimi, il Trattato di Rapallo. Ciò era stato sanzionato con l’occupazione del monte Luban e delle isole di Veglia ed Arbe, per altro senza alcun atto di violenza o spargimento di sangue.
Di fronte a tali atti fu lo stesso Governo Italiano a non sollevare nell’immediato eccezioni, ma a cercare un onorevole componimento per la soluzione della questione fiumana. E il governo della Reggenza non mancò di offrire condizioni più che onorevoli per evitare lo scontro.

Quando il 26 novembre, l’ing. Quartieri, fiduciario del ministro Sforza, recatosi a Fiume per le trattative, ripartì, egli recava con sé un pro memoria dello stesso d’Annunzio dettato a De Ambris, il quale conteneva cinque punti fondamentali
1) Riconoscimento ufficiale della Reggenza italiana del Carnaro come Stato libero ed indipendente, secondo la linea del Trattato di Rapallo, col patto che i legionari abbandoneranno Fiume non appena siano stati eletti gli organi legislativi determinati dalla Costituzione. (gli accordi prevedevano elezioni libere da tenersi a gennaio o al massimo a febbraio e la permanenza temporanea dei legionari solo per questioni di ordine pubblico n.d. r.)
2) Nessun abbandono dei territori occupati fino a che la Costituzione Jugoslava non sia pronunziata sul Trattato di Rapallo
3) Regolarizzazione entro lo stesso termine della questione del Delta e del porto di Barros
4) Garanzie precise in favore dei legionari sia che vadano in congedo o che partano da Fiume, sia dopo, lo scioglimento dei legionari.
5) Cessazione immediata di ogni misura vessatoria e definizione di un modus-vivendi preciso fino allo sgombero di Fiume da parte dei legionari.
Come è ben chiaro, quindi il Comandante era ben lungi da non considerare lo sgombro di Fiume e la cessione dei poteri ad un governo regolarmente eletto e lo stesso ing. Quartieri ritenne che tali proposte fossero ragionevoli e costituissero una ottima base per una promettente discussione.
Ma il gen. Caviglia, mentre Sforza recatosi a Londra non rispondeva, decise di lanciare un ultimatum per lo sgombero immediato delle isole di Veglia ed Arbe che ovviamente venne respinto da d’Annunzio e che mise in serio pericolo le trattative in corso.
Non solo, ma dopo il rifiuto di d’Annunzio, lo stesso Caviglia rivolse ai legionari fiumani un vero e proprio appello al tradimento della loro causa, minacciando persino la pena di morte e il trattamento come nemici, per coloro che avessero opposto resistenza e che avessero ancora obblighi militari verso il governo regio. Notare bene che lo stesso Caviglia dichiarò poi di “non aver fatto mai nulla per indurre gli armati di d’Annunzio ad abbandonarlo” ma le capriole del generale, come sappiamo, arrivarono successivamente in Senato quando dichiarò di essere ignaro della questione del porto Barros e persino alla fine del suo libro di memorie fiumane, come vedremo in seguito, quando dichiara che i legionari furono trattati assai bene dopo la resa, bugie tutte smentite da precise testimonianze e documenti che non mancheremo di presentare.

Sempre il 30 novembre il comandante delle Forze Navali dell’Alto Adriatico, vice-ammiraglio Diego Simonetti, diede ordine di bloccare il litorale fiumano e le Isole, reclamando anche l’uscita “delle navi regolari ed irregolari” dal porto di Fiume. Tutti atti che ovviamente non favorivano in alcun modo una trattativa o un compromesso. Infatti la reazione di d’Annunzio fu immediata e, per impedire che dal porto di Fiume si potesse uscire e per evitare ogni improvvido avvicinamento, venne dato ordine alla nave Cortellazzo di ostruirne l’accesso ancorandosi di traverso all’imboccatura del porto.
Immediatamente una imponente forza navale regia che includeva due corazzate, un incrociatore e ben otto cacciatorpediniere, si presentava di fronte al porto di Fiume. Mai tante navi erano state impiegate per uno stesso obiettivo, nemmeno in guerra. Le navi in tarda mattinata poi uscirono dalle acque territoriali fiumane, stazionando al largo.
L’ultimatum di Caviglia non venne messo in atto anche perché da Roma pervenne al Rettorato agli Esteri della Reggenza nella capitale un dispaccio che negava il carattere “ultimativo” dell’intimazione allo sgombero delle isole e che si escludeva il blocco, riaffermando che le trattative potevano continuare.
Ma in ogni caso, dalla lettura delle dichiarazioni dei comunicati di novembre e dei primi di dicembre a firma dei vari parlamentari, si deduce che da una parte si cercava di non inasprire il confronto diretto, e dall’altra, invece, si dava mano libera a Caviglia per stringere sempre di più il cappio intorno alla città ribelle. Segno che Giolitti percorreva una sua singolarissima strada a senso unico anche senza informare bene e del tutto il parlamento delle sue reali intenzioni
Un comunicato del 3 dicembre diramato dalla “Stefani” il 3 dicembre addirittura smentiva il fatto che vi fosse alcuna trattativa in corso con le seguenti parole: “Un giornale ha pubblicato che per Fiume sarebbero partiti due fiduciari del Governo italiano accetti al Comandante. La notizia è destituita di ogni fondamento. Il Governo ha nel generale Caviglia l’esecutore unico dei suoi ordini”
Ma, mentre proseguivano le pressioni dei vari ministri a dimostrazione del fatto che loro stessi erano ignari, come abbiamo anche visto inizialmente nella testimonianza di Lussu, della tragedia che si stava allestendo, in quel mentre in cui le navi regie si erano avvicinate minacciosamente a Fiume, la polizia regia perquisiva la Delegazione di Roma e le Rappresentanze a Torino e a Udine della Reggenza, con metodi brutali che fanno davvero pensare alle prove generali di una dittatura la quale, dunque, non nacque poi, come alcuni storici si ostinano a millantare, grazie a Fiume, ma precisamente contro la stessa Fiume fino ad annientarla in un bagno di sangue.

Lo stesso generale Capello ci illustra in una sua memoria come egli, in accordo con il ministro Bonomi, cercò in tutti i modi di scongiurare lo scontro fratricida, recandosi a Fiume, convenendo che un accordo poteva essere raggiunto almeno sulla base di due fondamentali condizioni. La prima che venisse riconosciuta la Reggenza del Carnaro e la seconda che potessero essere rioccupate le isole presidiate dai legionari in un clima di convivenza temporanea con le truppe regie. Bonomi non fece obiezione anche al procrastinare lo sgombero dei legionari dalla città, rimandandolo ad una condizione di maggiore pacificazione tra le parti, e diede persino ordine di telegrafare a Caviglia per informarlo e predisporre l’accoglienza di Capello per facilitare il suo ingresso a Fiume.
L’incontro tra il gen. Capello e d’Annunzio fu molto riservato ma estremamente cordiale, egli replicò sostanzialmente che il riconoscimento della Reggenza era indispensabile perché da mettersi in diretta connessione con la clausola del Trattato di Rapallo che sanciva l’indipendenza della città, che l’occupazione delle isole era stata motivata dalla richiesta delle popolazioni italiane vivamente preoccupate per ingerenza serba, così come lo erano i croati che preferivano gli italiani ai serbi, anche se essa non comportava l’annessione a Fiume.
Il Comandante però non si opponeva né al ritorno delle truppe regolari nelle isole occupate né al disarmo e allo scioglimento dei legionari, se però questo fosse stato seguito da una soluzione pacifica e soprattutto dall’insediamento di un governo liberamente eletto secondo quando stabilito dalla stessa Carta del Carnaro, nei mesi immediatamente successivi, e che egli, in ogni caso, era vincolato ad un giuramento fatto ai legionari stessi che ovviamente non poteva tradire.

La questione inoltre del porto Barros, si rilevò nel colloquio, non era soltanto legata ad una clausola segreta di oscura interpretazione e di fatto già sancita, ma era connessa anche a grandi concessioni industriali fatte a gruppi stranieri i quali avrebbero soggiogato, con i loro enormi interessi economici incombenti su tale porto, la libertà e gli interessi legati ad una città che autonomamente non avrebbe mai potuto affermarsi con tale concorrenza diretta, nei suoi immediati confini anche marittimi. Abbandonare Fiume in tali condizioni, per d’Annunzio, sarebbe stato un vero tradimento, ed egli stesso stigmatizzò con parole di fuoco l’invito che Caviglia aveva fatto ai legionari affinché tradissero il loro Comandante. Vogliamo citare testualmente le parole del gen. Capello rivolte a Caviglia, per comprendere bene anche il suo stato d’animo derivante da una impressione diretta e a caldo del clima che allora regnava nella città di Fiume:
“..L’impressione mia è che qui regna calma e serenità, contrariamente a quanto io supponevo per le notizie della stampa. Ho trovato specialmente il Comandante calmo e sereno. Egli ha naturalmente la sensazione esatta della grave responsabilità che su di lui pesa, ed è disposto a servire sempre la stessa causa italiana e a non creare imbarazzi per il suo Paese…”
Una volta giunto a Roma, Capello illustrò la situazione al ministro Bonomi, rilevando che, a seguito del colloquio, le sue condizioni, di fatto, erano state accolte nella maniera in cui erano state concordate e cioè:
1) Riconoscimento della Reggenza
2) Presidio misto delle isole di Veglia ed Arbe prima dello sgombro da parte dei legionari
3) Sollecita formazione, a seguito di libere elezioni, di un Governo regolare di Fiume che sostituisse la reggenza di d’Annunzio e conseguente graduale sgombero dei legionari dalla città
L’impressione di Capello fu che la stampa tendeva ad esagerare lo scontro e a dare una visione distorta della realtà all’opinione pubblica, facendo credere che a Fiume si volesse rifiutare ogni soluzione di compromesso. Purtroppo rileviamo, scrivendo questa storia, che tale impressione è stata fin troppo tramandata da certi storici i quali sbrigativamente si sono soffermati poco o nulla sui vari cruciali documenti dell’epoca.

Il ministro Bonomi, quindi parve alquanto soddisfatto e si riservò di riportare la questione a Sforza e a Giolitti, ma, dal prosieguo degli eventi, si evince bene che egli fu completamente messo da parte , sebbene fosse il principale responsabile delle azioni militari. Proprio per questo siamo portati a credere che la memoria testimoniale, citata all’inizio di questa parte, dell’informazione data ai ministri del governo Giolitti, sulla azione da intraprendersi solo alla vigilia dell’attacco fratricida, provenga proprio da lui che venne di fatto messo con le spalle al muro, senza potersi opporre all’attacco militare.
Ciò nonostante, l’ambiguità e la debolezza del ministro Bonomi, che in mano aveva il dicastero di tutte le Forze Militari regie di allora, restano inequivocabilmente sia nell’atteggiamento che lo portò ad allinearsi nella decisione di Giolitti di attaccare Fiume sia nel suo pietoso assicurare il gen. Capello, visibilmente preoccupato ad operazioni militari in corso contro Fiume, che “le conseguenze del conflitto sono meno gravi di quanto appaiono nelle notizie che corrono”, sia infine nel rifiutare il suo accorato appello per consentirgli di tornare a Fiume in veste di mediatore.
Da tutto ciò si evince chiaramente che non vi era alcuna volontà di giungere ad una soluzione pacifica, nonostante le basi per un accordo fossero riconosciute dai veri protagonisti militari di entrambe le parti. E quando alcune siluranti passarono a Fiume per unirsi ai legionari, in spregio all’ultimatum di Caviglia che aveva esplicitamente esortato le truppe fiumane alla diserzione della loro causa, si volle addurre ciò a pretesto per una necessaria azione di forza che ponesse una pietra tombale su un accordo che non solo era necessario ma, come abbiamo dimostrato, perfettamente realizzabile e persino desiderato da varie componenti parlamentari e da qualche ministro.

Ad avvalorare questa rassegna sul tradimento e sulla frode che precedettero il sacrificio sanguinoso della città di Fiume, menzioniamo pure una missione parlamentare del 5 dicembre, messa in atto da vari gruppi, tra i quali: democrazia liberale, gruppo popolare, radicale, liberale, di rinnovamento (assenti i socialisti del gruppo ufficiale) che si recarono a Fiume colloquiando con il rappresentante agli Esteri della Reggenza, Corrado Zoli, il quale espose lo stato dei rapporti tra la Reggenza stessa ed il Comando delle truppe militari regie. La delegazione si recò anche al porto di Barros per prendere atto della delicata questione della definizione dei confini. I gruppi parlamentari furono infine ricevuti dal Comandante nel pomeriggio in un incontro assai cordiale. Il comunicato, diramato ai giornali riporta, tra l’altro, quanto segue:
“Il Comandante, che ha accolto la missione con squisita affabilità e cordialità fraterna, ha risposto con la maggiore chiarezza e precisione a tutti i quesiti che gli sono stati posti, lumeggiando la questione di Fiume in ogni suo nesso con la situazione nazionale ed internazionale.
La missione ha tratto dalla lunga ed importante conferenza, la impressione che soprattutto in questa ultima fase della questione sono corsi malintesi i quali vanno prontamente dissipati e che non è difficile trovare una soluzione la quale soddisfaccia le inscindibili aspirazioni e i solidali interessi d’Italia e di Fiume”
Questo era lo stato d’animo di gran parte delle delegazioni parlamentari, eccezion fatta per il Partito Socialista, ovviamente esclusi quei socialisti “rivoluzionari” ma non bolscevizzati come De Ambris che non era poi così isolato come si vorrebbe far credere, ma che, evidentemente, confinato a Fiume aveva poco spazio di manovra per affermarsi con le sue idee innovative.

Se dunque Giolitti si impose, lo fece proprio contando sul tacito appoggio di un Partito Socialista che aveva conquistato la maggioranza dei consensi parlamentari, ma che non aveva alcuna maggioranza assoluta nel Parlamento stesso. Se agì in quel modo, anzi, lo fece, contro la volontà della maggioranza assoluta dei parlamentari, rappresentati nella delegazione fiumana.
Giolitti pensava di essere più furbo di tutti, di usare a suo vantaggio il consenso socialista per poi liquidarlo e passare alla ricerca del consenso fascista, volendo infine liquidare anche quello. Ma il suo trasformismo ad oltranza, male cronico dell’assetto di una democrazia italiana mai pienamente affermata, sappiamo bene che venne a crollare ad opera di chi seppe essere ancora più trasformista di lui, il Duce di una Italia ridotta a dittatura sotto un regime clericale e monarchico guerrafondaio.
Il Governo in ogni caso si affrettò a sconfessare l’operato della delegazione parlamentare che, reduce da Fiume, aveva anche incontrato il Presidente del Consiglio in una nota del 9 dicembre del 1920, riassumendo il pensiero di quest’ultimo in tal modo:
1) Il Governo Italiano non può trattare con d’Annunzio avanti la ratifica del Trattato di Rapallo
2) Non può procedere al riconoscimento della Reggenza del Carnaro , non potendosi compiere atto non contemplato nel trattato
3) Qualora vi fosse la possibilità legale di iniziare conversazioni con lo Stato di Fiume, il Governo italiano si troverebbe impedito dal farlo dai continui atti di ostilità e d’indisciplina del Comando di Fiume contro lo Stato Italiano
Del tutto evidente che non vi era alcuna volontà di trattare e che la semplice reazione difensiva di Fiume di fronte ad un blocco palesemente offensivo veniva spacciata per tradimento ed indisciplina oltre che come provocazione.

Ciò nonostante, ci fu lo stesso un disperato tentativo in extremis condotto da un Onorevole deputato del Partito Popolare Italiano, Ernesto Vassallo, il quale, pur avendo fatto parte della delegazione che si era recata in precedenza a Fiume, volle lo stesso tornarvi, dopo avere studiato attentamente la situazione, e avendola discussa con autorevoli esponenti del suo partito nella città assediata.
Prima di ripartire nuovamente per Roma, aveva concordato con d’Annunzio almeno una soluzione pacifica in extremis che era più che ragionevole, essa consisteva almeno nei punti seguenti:
1) Ritardare a fine marzo l’evacuazione delle truppe regolari di Sussak in conformità all’unanime desiderio dei fiumani e degli stessi abitanti croati di Sussak, tranquillizzando così l’ambiente ora trepidante
2) Togliere l’attuale costosa e inutile pressione militare contro Fiume, che esaspera, e a ragione, il Comandante d’Annunzio e il legionari, quasi fossero nemici d’Italia, e che potrebbe provocare improvvisi gravissimi incidenti. La dimostrazione navale, il blocco, la dislocazione di battaglioni di carabinieri intorno a Fiume, e i rinforzi qui inviati importano una altissima spesa non seguita certo dai risultati sperati
3) Senza riconoscere formalmente la Reggenza, prendere atto dell’esistenza del Governo provvisorio di fatto, di cui d’Annunzio è il rettore per gli affari esteri e trattare amichevolmente durante i prossimi tre mesi con lui, assistito dagli altri rettori, per trovare possibili soddisfacenti soluzioni , riguardanti le isole di Arbe, di Veglia, e di altre più urgenti questioni.
4) Durante il prossimo trimestre potrebbesi regolarizzare la rappresentanza giuridica e il Governo fiumano voluti dai cittadini.
5) I legionari dovrebbero astenersi dai colpi di mano e il Comandante si impegnerebbe a non ammettere militari provenienti dalla Marina ed Esercito italiani, consentendosi però, da parte del Governo che anche cittadini non obbligati dal servizio militare, potessero arruolarsi volontari nello Stato fiumano dichiarato indipendente, per mantenere l’ordine pubblico e difendere l’indipendenza.
6) Rappresentanti di Fiume od almeno suoi esperti dovrebbero essere ammessi nelle prossime conferenze dirette alla conclusione del trattato commerciale italo-jugoslavo per prospettare i legittimi e poco noti interessi vitali fiumani come quello del Delta e del Porto Barros ed il possesso dell’Amministrazione del vistoso patrimonio portuale non contemplati affatto dal Trattato di Rapallo.
7) Non potendosi da Roma e da Trieste avere una pronta e precisa conoscenza degli avvenimenti fiumani e delle speciali e complesse questioni locali, un autorevole fiduciario del Governo dovrebbe risiedere provvisoriamente a Fiume per discutere con Gabriele d’Annunzio ed il Rettorato degli Esteri per la desiderata e pacifica soluzione dello spinoso problema, agevolando il difficile compito del Governo con alto spirito di lealtà e di serenità e con grande tatto
Come se non bastasse questa serie di intese che dimostrano che d’Annunzio non si aspettava affatto altre defezioni né le cercava e che, se esse fossero state accolte dal Governo Italiano, avrebbero scongiurato di sicuro uno scontro sanguinoso e fratricida, (mentre hanno poi alimentato l’ipocrita desiderio di rivalsa dei fascisti mussoliniani, e la strumentalizzazione degli squadristi fino alla Marcia su Roma) ed avrebbero reso la questione fiumana molto meno rovinosa di come poi si rivelò nel corso della storia, osserviamo che persino altri tentativi di arrivare ad un compromesso e ad una soluzione pacifica vennero comunque messi in atto, ma, come quest’ultimo, purtroppo andarono a vuoto per l’ostinata volontà di Giolitti di umiliare Fiume e d’Annunzio e con loro tutta la ragione degli interventisti.
Ci provarono l’ammiraglio Casanova, l’avvocato Rotigliano, e anche altri irriducibili volenterosi, ma il Governo di Roma fu irremovibile. Si voleva la resa incondizionata di Fiume.
Si voleva ad ogni costo la strage fratricida, sebbene il Comandante e la città avessero dato ampiamente prova di ragionevolezza.

 

© Carlo Felici
18 continua.

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Riguardo l'Autore

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Docente abilitato in Lettere, Storia e Filosofia per la scuola secondaria. Redattore dell'Avanti! on line. Ricercatore di storie poco note e controcorrente.

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